Lug 12

Allegorismo visionario di Montesano

L’allegorismo visionario di Montesano, nel romanzo Di questa vita menzognera, presenta peculiarità comuni ai procedimenti allegorici delle avanguardie novecentesche. Volendo ancor di più essere arditi, si potrebbe perfino definire l’autore napoletano un neofita dell’“allegoria vuota”( che ha in Kafka il suo massimo esponente).

Montesano mostra, infatti, gli orridi turbamenti, le atroci inquietudini, le tensioni senza sosta né soluzione alcuna di un mondo indecifrabile, crudo, irto di dubbi, e succube d’un “poter che, ascoso, a comun danno impera”. E tanto più cresce nel lettore il desiderio di verità, e più divampa la funesta procella dell’incertezza a punir chi troppo chiede ad un mondo ormai privo di risposte.

Nell’affresco del mondo contemporaneo che l’opera ci mostra, dunque, il regno del significato resta inaccessibile al lettore, e la realtà appare nella sua più complessa frammentarietà. La sensazione di eterna precarietà che domina il romanzo, inoltre, ricorda l’allegorismo del Montale delle Occasioni. La vicenda del personaggio di Andrea risulta davvero illuminante al fine di comprendere quanto finora esposto.

Quest’ultimo, nella prima parte del romanzo, sembra voler farsi portavoce ed esecutore appassionato e sincero del “verbo evangelico”. L’autore allude, addirittura, ad un parallelismo con il Cristo stesso: la morte di Andrea e la riproposizione dei temi della Sacra Sindone e della Resurrezione, sublimano il personaggio in uno stato di assoluta sacralità; ma proprio quando ci si aspetta che il sacrificio comporti la purificazione dal peccato per chi resta in vita, e quindi la conseguente catarsi della famiglia Negromonte, ci si accorge che nulla è mutato.

Che non esista più alcuna possibilità di salvezza? E ci si ricorda dello stesso Andrea, nella veste di traditore del “Verbo verace”, nel tempio pagano di Palazzo Donn’Anna. Perché affidare dunque a costui la parola del Cristo? E se fosse il suicidio solo un atto di viltà di chi non sa opporsi, di chi è schiavo delle sue radici, di chi “non vedendo l’avvenire non sa dir no ai giorni del presente”.

Tutte queste domande conserveranno intatta l’infinita esigenza di una risposta, ma troveranno solo il “vuoto” e il nulla ad attenderle. Né le cose sembrano mutare se si pone altrove lo sguardo. Si prenda come esempio il personaggio di Cardano: nell’annuncio letto in apertura di opera da Roberto, egli si autoritrae quale ultimo esemplare di esteta. Poco più tardi, non solo sarà inesorabilmente svelata la fallacia dei suoi propositi, ma lo vedremo pure indossare disinvoltamente i panni d’un inimitabile maestro della sottile e raffinatissima arte della contraddizione.

Cardano diverrà poi l’ossimoro vivente del suo stesso ideale estetico, non senza compiacimento dell’autore, il quale, rendendolo grasso a dismisura (peculiarità non certo degna d’un dandy di wildiana memoria), mostra uno spiccato e naturale senso del paradosso. E nella fuga verso l’ignoto che chiude il romanzo, Cardano è l’unico a fermare la sua corsa. E con lui, nel medesimo istante, a fermarsi è l’intera Arte oziosa e non impegnata, orfana di un ideale sociale da difendere e sostenere, innamorata della sua stessa immagine riflessa sulle tiepide acque della vanità, ignara dei suoi narcisistici eccessi.

Né sorte migliore sembra spettare a colui che dovrebbe rappresentare la più chiara allegoria dello stesso impegno civile, ossia l’archeologo Scardanelli. Il romanzo sembra addirittura rifiutarlo, ed è lui concesso soltanto il manifestarsi sottoforma di voce o di scritta, mentre gli è inesorabilmente negato l’assumere sembianze umane. E perché, ci si chiede, compare fra gli ultimi pensieri di Roberto, proprio sul finire dell’opera? Eppure, nonostante quanto detto dianzi, credo sia presente nel romanzo un atto di volontà, capace di postulare una possibilità di significato.

Nel mostrare aspramente l’insignificanza e l’indecifrabilità del mondo contemporaneo attraverso una lente grottescamente deformante, infatti, l’autore compie la più solenne e intensa denuncia Di questa vita menzognera. Ne deduco, infine, che l’allegoria del Montesano risulti “vuota”, qualora si focalizzi l’attenzione su un singolo personaggio e la sua vicenda, straripante di significato, nel caso in cui si operi un’analisi globale del romanzo.

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