Lug 11

Resistenza intellettuale ed eticità della scrittura nell’età estrema

Trent’anni fa. Gli intellettuali avevano ancora una funzione pubblica, l’Italia un posto sulla scena internazionale della cultura. Il dibattito letterario e artistico era ancora vivo e le riviste culturali promosse da scrittori potevano occupare ancora uno spazio etico-politico (Alfabeta comincerà a uscire nel 1973, e sarà l’ultima). I registi italiani erano maestri riconosciuti in tutto il mondo, e si chiamavano Fellini, Antonioni, Visconti, Pasolini. Fra gli scrittori, Calvino e Sciascia avevano un ruolo di primo piano in Europa. Poeti allora poco più che cinquantenni come Zanzotto, Luzi, Sereni, Fortini, Pasolini (o anche più giovani, come Sanguineti) godevano di un’autorità già riconosciuta.

Affermato, con amarezza, questo concetto in un articolo pubblicato ne “L’Unità”, Romano Luperini decide di mettere alla prova se stesso e nel 2002 pubblica presso la casa editrice Manni (collana “La scrittura e la storia”) il romanzo I salici sono piante acquatiche e nel 2008 ne pubblica un secondo, breve, personalmente impersonale, dal titolo L’età estrema, presso l’editore Palumbo.

Tale romanzo è costruito sulla ricerca affannosa di un vecchio affannato circa l’esistenza di un senso, di una qualche aletheia in un mondo che vive oltre la speranza, oltre la disperazione, caratteristiche queste che stanno agli antipodi del protagonista, che – sebbene sia sedentario e pigro – è sempre pronto a porsi, su un piano prettamente psicologico, in coppie oppositive con gli altri personaggi ed anche con se stesso. Una così decisa tendenza all’introspezione porta, insieme con l’evolversi delle vicende, ad una linea netta di definizione identitaria: “ero diventato vecchio e non lo sapevo” (pag. 52).

Un atto di coscienza di questo tipo modifica, naturalmente, la messa a fuoco sugli eventi non solo del proprio dies, ma anche e soprattutto sugli eventi di un’aetas.

Il protagonista affida alla forma diaristica, l’ansia del tempo, che è sia la dimensione propria, corporale e psicologica, sia quella di un tempo universale, direi infinito, che l’uomo di certo non può sperire, e di una apertura verso il futuro. La scrittura è, dunque, un atto, catartico e liberatorio, che neutralizza l’ineluttabilità della morte, la quale non si prefigura come la dipartita di un singolo, ma come il sonno eterno di tutto un genere umano, capace, fino a qualche decennio fa, di dare il proprio nome alle cose, ai fatti e alle epoche. Questa catarsi, per quanto riguarda il sistema dei personaggi, ricordiamo, è condotta da Claudine stessa, che “ha ancora il coraggio di puntare sul futuro” (Luperini – incontro a Palermo del 29 aprile 2009).

In questa cornice si inserisce la citazione della canzone “It’s the End of the World, as We know it” dei R.E.M. È la fine del mondo, quello che il protagonista, attraverso la sua esperienza, tenta di comunicarci, ma I feel fine, ci dice lo stesso testo, ma si sente bene. È una fine che non si prefigura in catastrofi naturali, come uragani, terremoti o cicloni, e quindi in processi chimici, fisici o biologici che si abbattono sull’uomo, piuttosto è la fine intellettiva dell’uomo stesso, che come il protagonista, adesso, è “un testimone muto, un osservatore stanco”: senza più interessi, vive una storia che è di nessuno.

Quindi, sul piano orizzontale, di percezione immediata, nella biografia che procede per quadri staccati, contenuta, in maniera omogenea, dal diario, la fine del mondo è il corpo che si consuma, che sfiorisce ed invecchia. Sul piano verticale, Luperini che s’abbandona ad un afflatus poetico, per riscoprire non solo la storia, la filosofia e la politica, ma anche quella letteratura, “in tutt’altre faccende affaccendata” (R. Luperini, “L’Unità”), è una chiara spia di rinascita intellettuale: se non esistono più scrittori-intellettuali, se si rimane nei limiti dello specialismo, e se non si ricercano i nessi fra etica e società, ashes to ashes we all fall down.
Ceneri alle ceneri, tutti moriremo.

maggio 2009

About The Author