Lug 11

Lettere ‘immagine dell’anima’

 Singolare romanzo epistolare, Aiutami tu, ultima fatica di Paolo Di Stefano, scrittore e giornalista del “Corriere della Sera”. Singolare, perché costituito da 164 lettere indirizzate dal tredicenne Pietro Baldi ad una non bene identificata Marianna, ma rigorosamente tutte senza risposta.

Perché Pietro scrive lettere e continua pur non ricevendo alcuna risposta? Perché sceglie, forse non casualmente, un’interlocutrice silenziosa? Pietro non scrive per ottenere una risposta: egli ha bisogno di raccontare per spiegare a se stesso la realtà incomprensibile che lo circonda e per cercare di mettervi ordine, ma per raccontare ha bisogno di un interlocutore, reale o immaginario che sia.

La presenza di un interlocutore implica infatti per lui la necessità di analizzare la propria realtà per renderla comprensibile a chi ne è al di fuori. Se però, ad un livello superficiale, quell’analisi viene effettuata per l’altro, ad un livello più profondo essa è un capire per sé, come lo stesso protagonista afferma in più luoghi del romanzo: “…è l’unico modo che ho per pensare bene alla mia situazione. Per questo continuo a scriverti” (p. 134); e ancora: “… bisognava proprio che ti scrivessi un’altra lettera per chiarirmi un po’ le idee…” (p. 200).

Non importa chi sia o che esista davvero: il destinatario, fittizio o reale, è solo uno strumento, un mezzo per comunicare con se stesso; scrivere le lettere rappresenta per Pietro una valvola di sfogo, un modo per decifrare e controllare la realtà, canalizzandola e inglobandola entro una forma fissa. La lettera diventa un mezzo di relazione col mondo esterno, che Pietro sente come “non normale”, e rappresenta l’unico modo per non essere fagocitato da quel mondo.

È dunque necessario che Marianna sia un “pesce muto”: se ci fosse, la risposta orienterebbe il flusso di pensieri di Pietro, lo condizionerebbe imponendogli una direzione da seguire. L’assenza di risposta, invece, permette la libertà di raccontarsi:

…se non rispondi sono più libero di raccontarti ciò che preferisco, è come se tu non esistessi, invece esisti, o mi sbaglio? (p. 40)

La consistenza reale di Marianna diventa sempre meno rilevante, fino a non risultare più necessaria (“…ormai potrei continuare a scriverti anche se tu non ci fossi.” (p. 60); “…per scrivere queste lettere ormai la tua presenza non serve più.” (p. 68)) e fino al punto tale che, legga o meno le lettere, rispetti i patti o no, per Pietro scriverle diverrà inevitabile e ripetutamente dichiarerà “non riesco a smettere di scriverti”.

Perché il protagonista non riesce a smettere di scrivere? Proprio perché più la situazione da lui vissuta si fa inquietante, più sente il bisogno di capirla e di controllarla, e così attraverso le lettere si delinea, inizialmente in modo discontinuo, poi in modo sempre più lineare, la storia di Pietro, in un crescendo di angoscia e paura che lo porta più volte ad annunciare l’imminente catastrofe.

Tuttavia, ripercorrendo gli sviluppi di questa storia, narrata in forma epistolare ma che, per le ragioni sovraesposte, costituisce di fatto un monologo introspettivo, nel lettore si insinua, e si radica, il dubbio che non tutto ciò che è stato scritto corrisponda al vero. Le lettere sono frutto delle inquietudini di Pietro e riproducono le sue ossessioni che si intrecciano con dati reali, con fatti accaduti, ma la cui interpretazione è determinata dallo stato d’animo del protagonista. Tutto ciò fa sì che si crei un immaginario visionario che spesso prevale sulla realtà concreta a tal punto da diventare esso stesso reale nel momento in cui Pietro scrive.

La forma epistolare contribuisce doppiamente a dare consistenza a tale trasposizione da una dimensione immaginata ed una reale: da un lato, infatti, la forma scritta della lettera fissa e concretizza ciò che viene pensato/immaginato (verba volant, scripta manent); dall’altro lato, le lettere di Pietro hanno un destinatario muto, quindi lo scrivente non riceverà mai una risposta, ciò che racconta non verrà mai né smentito né messo in dubbio, e questo gli permette di rafforzare in sé la sicurezza che il suo mondo sia proprio così come lui lo percepisce.

Le epistole dunque si pongono come mezzo di compenetrazione tra realtà e finzione e come forma di controllo di un malessere emotivo. Per tale motivo Pietro non riesce a scrivere quando è “contento e contento”. “L’ideale -afferma infatti- sarebbe non avere neanche il minimo desiderio di scrivere.” (p. 42).

gennaio 2007

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