Lug 11

L’età estrema: tra nichilismo e inerzia irresistibile

   «Una sorta di breve, straordinaria sonata sinistra in poco più di cento pagine»: così Mario Lunetta ha definito L’età estrema di Luperini. E difatti, attraverso un’intensità rappresa in frammenti duri, ora lirici, ora ‘cattivi’ e aspramente filosofici, Luperini ci racconta che non è più il tempo del distacco e dello straniamento brechtiano. Anzi, il coinvolgimento emotivo ci offre la chiave di lettura di una crisi solo apparentemente individuale: la crisi è quella di un’intera civiltà, l’’età estrema’ non è solo quella del protagonista, è anche quella di un’epoca.

   «It’s the end of the World as we know it – and I feel fine» (p. 33) («È la fine del mondo e io sto bene, perchè dovrei lamentarmi?»): la frase di una canzone dei Rem, pronunciata da uno dei personaggi del romanzo, costituisce una sorta di leit motiv di tutta l’opera: il professore vive uno stato di inadeguatezza, di disagio, tutto è altro, tutto è altrove, l’universo è solo un contenitore formale, non una couche accogliente: «Mi aggiro in una storia che mi ha superato, che non è più la mia. Sono un vecchio che guarda» (p. 42). È l’atmosfera del postmoderno, del primato del linguaggio e della metaletteratura, dell’ironia e del citazionismo: è il primato dell’apparenza e della ‘maschera’, di un mondo in cui non accade nulla, abitato da «una generazione che vive al di là della disperazione e della speranza» (p. 31) e «l’ombra sua non cura che la canicola stampa su uno scalcinato muro» (Montale, Non chiederci la parola).

   Si tratta di una generazione e un mondo che Luperini incarna bene nel personaggio esemplificativo di Giorgio, l’uomo che si è formato nel nulla degli anni Ottanta, che oppone all’attivismo dell’apparenza la passività del carattere, l’indifferenza: è pronto a lasciare la ricerca universitaria e a farsi imprenditore perché ciò che conta è il denaro; è allineato alle mode e alle logiche del pensiero corrente, Giorgio finge a se stesso una libertà che non ha:

Come quasi tutti i suoi coetanei, Giorgio segue la corrente, ma vuole farlo a modo suo, dando anche l’apparenza di poterle andare contro. Per lui conta il modo di porsi, non le sue conseguenze (p. 31).

Ne esce un ritratto impietoso di un mondo cui non importa né il passato né il futuro.

   Luperini tratteggia dunque un quadro fortemente pessimistico: immersi in una sorta di se-responsabilizzante stato di dormiveglia, i personaggi come Giorgio si compiacciono ed inorgogliscono delle loro virtualità inespresse, diventano emblema di un tempo fissato, bloccato sulla ripetizione, su una realtà uguale a se stessa, un tempo che misura la stasi e la noia. E infatti puntualmente torna l’attentato, ormai come battuto da un metronomo metafisico; ed è, questa volta, tossico: con esodo di massa e invasione di insetti, scarafaggi verdi che sembrano immortali e invadono tutto.

Ma la solitaria e angosciante clausura durerà una settimana, poi tutto tornerà come prima, come se niente fosse successo. La vera apocalisse sta proprio nella mancanza di una presa di coscienza: non possono essere né l’efficienza del denaro e dell’organizzazione né l’irrazionalità del panico a mantenere intatte l’eleganza e la raffinatezza della civiltà e della cultura: «Però la realtà è molto più complessa, non sta in questi schemi» (p. 18).

   E se il culto della speranza rinviata decade in farsa, questa umanità fatta di sole attese, labile, indefinita trova una forma di riscatto nel paesaggio per esempio, ricchezza fuori di sé ma vicina: «il sole scintilla, il mare oscilla e si stria». Il nichilismo, dunque, è tragico e non rassegnato: al nichilismo ontologico -che considera i limiti della condizione umana in quanto tale- si accompagna qui una sorta di impegno politico, proiettato soprattutto nella figura femminile di Claudine, la quale sta lì a ricordarci che «bisogna far accadere qualcosa» (p. 72). Quel poco di speranza e di positività che c’è nel libro è affidato a lei, sin dalla sua prima apparizione: «Una lista di sole, filtrando fra i corpi che la circondavano, la isolavano in una striscia di luce» (p. 22). Non per nulla appartiene alla generazione successiva rispetto a quella di Giorgio, una generazione che ha conosciuto la precarietà, che cerca di integrarsi nel mondo, che è anche più politicizzata e ‘disperata’, una nuova generazione che ha il bisogno di riconfrontarsi con le contraddizioni  materiali e che diviene esempio di resistenza al progressivo disgregarsi di idee e valori: «La sua figura è come un punto luminoso che dà equilibrio e misura alle cose» (p. 42). Claudine rappresenta il femminile, il grembo della nascita; attraverso di lei Luperini, alla maniera di Montale, lascia filtrare qualche spiraglio di luce: non sono tanto i ricordi di passate e lontane armonie o di attive conflittualità (la figlia, il paesaggio toscano, il Sessantotto) quanto il concepimento di un nuova vita, nata da un atto breve ma intenso di amore: un piccolo corpo tenero e fresco, di padre incerto ma di madre ‘determinata’, nonché decisa a farlo maturare dentro di sé: «E’ stato a questo punto che ho deciso. Tengo il figlio e non vado con Giorgio in Canada. Io resto qui, la mia vita è qui, e questo è figlio mio» (p. 72).

Nei giorni di novembre, la notizia della prossima maternità, che consegnerà alla donna, assieme al coraggio delle scelte, la vera emancipazione, crea un ossimorico contrasto con l’atmosfera apocalittica.

   La civiltà morente ha allora in sé una forza di inerzia irresistibile, regolata da logiche endogene e autosufficienti:

La borsa continua a andare su e giù, il sabato e la domenica gli stadi sono pieni, il solito share dei programmi televisivi, il solito affollamento dei supermercati e delle discoteche (p. 16).

E  anche le proteste degli studenti contro la guerra si succedono con ripetitività.

   La conclusione è forse malinconica: è notte, l’uomo ha lasciato il chiuso del residence ed è seduto sulla sabbia, davanti a lui si intravedono le crespature biancastre delle onde di cui si sente lo scroscio sulla riva, il cielo è vuoto e buio: spazi chiusi e spazi aperti sembrano coincidere, tutto è prigione se non si riesce a dare un senso complessivo ai frammenti del vivere, alle strisce della nostra esistenza:

Il vecchio è curvo, piegato in due, il profilo scavato quasi tocca i ginocchi. Su una cresta di montagna, in salita. […] il vecchio affonda sempre più nella neve, ma punta ostinato i piedi (p. 58).

Senza significato, come ha notato Paola Fertitta, la vita non è vita, né quella del singolo né quella del mondo, ma l’uomo ha conosciuto l’autenticità di un amore senza pretese né richieste, ha capito che la vecchiaia è soprattutto uno stato dell’animo e quel bambino che nascerà ricorda a tutti che c’è un domani da consegnare.

maggio 2009

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