Lug 11

La mocciosa e Pietro: una sfida all’indifferenza

-Vorrei volare su una stella per non vivere più qui. Se vieni con me mi fai un favore.
– Ma come fai a volare su una stella?…..
– Basta volere, si vola via nel cielo. (p. 135)

Una stella, un punto luminoso. Una “possibilità”. La ricerca di un altrove spazio-temporale oltre la quotidianità, oltre la minaccia del reale, specialmente quando questo si presenta a tinte fosche, è attuata tramite la fantasia e il sogno.

Questa dimensione accomuna Pietro e la sorellina (detta “ mocciosa” perchè: “ non capisce mai niente e ogni occasione è buona per piagnucolare” ( p. 14)), favorendo tra i due una complicità.

L’atteggiamento del tredicenne Pietro nei confronti della sorella Federica di nove anni sembra farsi gradualmente più indulgente cosicché dal ritratto di bambina capricciosa ed egocentrica, si passa all’immagine di bimba indifesa che vuole stargli vicino nella sfida contro l’indifferenza dei genitori e dall’oppressiva presenza dei vicini di casa.

Pietro non dà una descrizione fisica della mocciosa, possiamo capire che ha i capelli lunghi tramite una sua riflessione: “ Pensavo anche alla povera mocciosa con i capelli troppo lunghi che nessuno si preoccupa di farglieli tagliare…”. (p. 196).

Federica non è una bambina tranquilla, parla nel sonno e ha gli incubi e questa sua inquietudine è rappresentata dal sonnambulismo: “La mocciosa ha ricominciato a svegliarsi di notte e a parlare da sola, oppure cammina e sbatte in ogni spigolo” (p. 123).

E’ la tipica fan adolescente che ama i miti effimeri della musica pop ed in particolare Brithney Spears di cui riproduce il look e gli atteggiamenti , recintando a memoria il martoriante ritornello “uocciu- biri- biri-bon”. Ma se da un lato la “mocciosa” Federica è una “ piccola stronzetta” (p. 23) che urla, si arrabbia ed inveisce contro Pietro, dall’altro è l’unico personaggio del romanzo all’interno della famiglia con cui il tredicenne riesce a dialogare, a confrontarsi, a scontrarsi, a relazionarsi e a cui riserva attenzioni ed un istinto di protezione.

Se si volesse far riferimento alla funzione che i personaggi rivestono nella “Morfologia della Fiaba“ di Propp, Federica rappresenterebbe una sorta di deuteragonista di Pietro, quasi un suo “doppio”.

Entrambi, infatti, coinvolti nelle stesse vicende, vivono la medesima dimensione familiare e, frequenti sono inoltre i momenti per i due fratelli in cui sentono il bisogno di costruire un’unione solidale: confortandosi vicendevolmente con la consapevolezza di poter contare l’uno sull’altro.

Insieme condividono gli spazi della casa, guardano la tv e i film, talora giocano e ridono, poi litigano, si insultano ma dopo si abbracciano. Anche i momenti di dialogo tra i due all’interno del romanzo, oltre a spezzare la “monotonia” delle lettere, servono a far emergere la condivisione delle paure. Infatti, in un dialogo tra i tanti, (p. 48) di poche battute, ad una domanda: “Hai paura?” segue una fulminante risposta: “No, io non ho quasi mai paura”.

Federica cerca di mostrarsi forte e di comportarsi da adulta; in ogni sua frase inserisce la parola” cacchio”: un modo per urlare al mondo il suo disagio, un atteggiamento di ribellione, ma anche l’espressione di un linguaggio intenzionalmente volgare e “alla moda”.

L‘iterazione di questa esclamazione marca il personaggio tramite il lessico, dà una visione dei fatti espressionisticamente connotata, fornisce un “color” linguistico. Ma se è vero che Pietro è un punto di riferimento certo per la mocciosa, è vero pure che in lei trova sostegno e complicità, che si evidenziano sia nell’architettare dei piani di vendetta contro i Nespola, sia nel ricercare un bisogno di attenzione da parte dei genitori.

Talora Federica persuade Pietro dell’urgenza di agire, sicché da un’immagine di spensieratezza iniziale (la mocciosa è immersa nel mondo dei giochi elettronici e stordita dalle cuffie del walkman), viene fuori poi la dimensione trainante, consolatoria e di sostegno del personaggio: “È stata veramente gentile ed affettuosa“ (p. 63); “ogni tanto arrivava la mocciosa e mi metteva una mano sulla spalla “(p. 196).

Vivere una condizione claustrofobica comune spinge i ragazzini a rifugiarsi anche nel sogno, dove però ancora incombe la presenza minacciosa dei Nespola. Ed è proprio nelle pagine finali del romanzo che Pietro passa dall’uso della prima persona singolare alla seconda plurale: “Abbiamo i nostri segreti“ (p. 177), “pensavo al nostro destino“ (p. 186).

Una prospettiva comune con cui i fatti vengono narrati che sta ad indicare la decisione di Pietro di rendere la sorella protagonista con lui nella sfida contro il mondo, che si conclude nell’estremo atto finale.

gennaio 2007

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