Lug 08

Urbi et orbi

Sorprende e impressiona il nuovo romanzo di Giosuè Calaciura, Urbi et orbi (Baldini Castoldi Dalai), al centro del quale troviamo il pontificato oramai pencolante di Giovanni Paolo II. Un pontificato raccontato da una specola laica, invereconda, dissacrante: il punto di vista dell’autore viene infatti a coincidere con lo sguardo di una curia dirottata “nel cuore del potere apostolico” perché inadeguata “alla redenzione sul campo”. Ne viene fuori l’altra faccia della medaglia di un papato osservato attraverso la lente degli “affari temporali privi di ogni trascendenza”. Il poche parole, Calaciura racconta il paradiso visto però dall’inferno.

E questa volta, la sua lingua lussureggiante e barocca è messa al servizio di una cronaca stravolta e surreale, una sorta di trionfo della morte post-moderno. In cui la corte pontificia è una vera e propria “azienda”, all’interno della quale non si parla più di vocazione, ma di carriera. Dove al posto delle verità di fede trionfa la blasfemia assoluta. Messa a servizio di un pontefice eletto forse per distrazione dello Spirito Santo, o per il suo risolutivo palesamento:

Nel silenzio della lettura dello scrutinio inorridirono ascoltando il miracolo di un solo nome ripetuto a eco per il numero dei cardinali, tutti tranne uno, il prete slavo indecifrabile nel dormiveglia dello scranno che non si lasciò sfuggire nemmeno un gesto di smorfia sentendosi così ripetutamente invocato.

Lo sguardo scorciato dell’autore si concentra sugli scampoli del pontificato di Wojtyla, pur ripercorrendone per vertiginose epifanie le tappe salienti.

Non stava bene il santo Padre. I medici ecclesiastici prescrivevano periodi di riposo con sospensione degli straordinari pontifici e, dietro nostro suggerimento, consigliavano vacanze di contemplazione delle vette alpine per non logorare ulteriormente la macchina ingolfata del corpo.

E corporale, biologico è il racconto che Calaciura, scrittore secentesco che ha sbagliato secolo, conduce, elargendo metastasi aggettivali, concrezioni nominali. In una sintassi ridondante e fastosa: ma si tratta di un fasto esorcistico, di un gesto apotropaico. “Questa volta è morto davvero” ripetono i prelati, i dignitari ecclesiastici, i camerlenghi, incontrandosi come per caso su e giù lungo i corridoi, “fingendo di pregare per la sua guarigione. In realtà erano appuntamenti clandestini di orari convenuti per la verifica dei bollettini medici”. Ed è allora, nella “certezza della sua morte”, che vicari, nunzi apostolici, segretari di Stato prendono in mano la situazione. Dando vita a una grandiosa messa in scena, a una sacrilega e scellerata drammatizzazione. Lo stato di decrepitezza del pontefice diventa il vessillo da issare sulle sciagure del mondo. Il papa gigante, che aveva riscattato il calvario di Cristo con la sua via crucis prepotente del venerdì di Pasqua, ora è il vero servo dei servi di Dio, “molle che aveva perso i connotati della santità”; uomo grasso e pesante, anchilosato e dolorante, oramai ignaro della “sua bellezza da Mosè michelangiolesco”.

E il miracolo della sua resistenza, inspiegabile agli occhi dei medici, diventa tripudio mediatico, baldoria televisiva: “Per quanto Dio lo chiamasse a sé, noi ci opponevamo tenendolo in vita con sistemi artificiali di eternità perché non avremmo saputo affrontare il mistero del mondo senza di lui”, ma anche per “concludere gli affari oramai avviati e che nel rumore degli annunci della sua prossima morte si erano fatti pressanti e incalcolabili”. Sino al black aut elettrico finale, correlativo oggettivo di un’agonia papale che in realtà è l’agonia del mondo intero. Che trema, radunato in una “Roma senza papa”, per citare il titolo di uno dei più bei romanzi di Guido Morselli, quanto mai contiguo a questa ultimo, intensissimo romanzo, di Giosuè Calaciura.

20 maggio 2007

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