Lug 08

Sgobbo – L’amica cara

La protagonista del primo degli episodi narrati in queste pagine è l’“amica cara: è Fiona a chiamarla così, perché come lei “era arrivata dal mare”, con lo stesso carico di sogni, attese e paure. Paura da esorcizzare facendo ricorso a una “filastrocca scacciapensieri”, che funge quasi da amuleto contro lo sgomento e l’angoscia: “la ripeteva tre volte a scongiuro, una volta per salvare, una volta per innamorare, una volta per uccidere”. Filastrocca che diventa ogni volta maledizione, incantesimo, preghiera, sortilegio: armi con cui combattere la morte. Ma non c’è nulla che alla morte esse possano opporre: non sortirà alcun effetto l’arte ingenua della profezia che l’“amica cara” esercitava nella casa d’Africa, leggendo il destino nei “ finestrini delle automobili” e con le “schegge d’ossa di leoni d’Africa, trasportate per tutto il viaggio di mare”.

Fiona e le sue compagne di sventura, ci fa capire l’autore, prima o poi soccomberanno. Il loro è un destino che si legge ovunque, è un continuo formicolio sottopelle: sono consapevoli che, come gli animali della savana che si divorano a vicenda, sono condannate allo scacco.

Al lettore riesce naturale affezionarsi al destino dell’amica cara, per quelle lettere scritte alla madre nelle “attese gelate del cliente”, in cui le racconta la sua vita come l’aveva sognata e desiderata nel lungo viaggio per mare; lettere cui affida “pochi dollari di fatica” e, soprattutto, i suoi baci.

Ad un certo punto, però, si vede l’amica cara china e disperata sui binari della stazione, a cercare l’ anello di oro di Francia dono della mamma, sua “carezza definitiva” dopo “tutti gli scongiuri per il viaggio, alla fine dell’ ultima spirale dell’incenso di saluto”. “Tieni l’anello, figlia mia, fallo brillare per buonaugurio oltre il mare e lontano dalla polvere”, le aveva detto la madre, e ora che l’ha perduto, ogni legame con l’Africa, e soprattutto con la sua famiglia, sembra per sempre svanito fra le fauci dei misteriosi “uomini ghepardo”.

Il suo intimo dolore per la perdita dell’anello diviene un dolore universale che investe clienti, passeggeri, il personale ferroviario, in un’iperbolica e paradossale caccia al tesoro; il messaggio dell’infausta sparizione viaggia lungo binari come una scossa, e sale fino al cielo, in una struggente preghiera a Santa Rosalia perché l’anello possa essere ritrovato.

Le poche pagine successive non presentano un episodio o un personaggio determinato, ma aprono uno spiraglio sul quotidiano squallore della vita di Fiona. Ella si racconta come un’anima in pena lungo le rotte dello “sgobbo”, costretta ad affrontare le passeggiate notturne per tornare ai camini di latta, al fuoco dei quali riposare fra un cliente e l’altro, fra le ingiurie dei passanti che infieriscono e tentano di oltraggiare chi ha già patito tutto, eppur sa che non c’è fine al peggio.

Fiona, d’altronde, sente ancor più forte il suo disgusto alla fine del rapporto con il cliente di turno; è una nausea che le si agita dentro, “sprigionando odori di preservativo e rantoli di bestia asfissiata”; è il miasma di cui la riempie ogni uomo. Un disgusto che le penetra dentro l’anima martoriata, e dal quale riesce a liberarsi, vedendolo scorrere via da sé quando, in un atto di purificazione interiore, piscia a spegnere i fuochi dei copertoni”.

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