Lug 08

La figlia perduta. La favola dello slum

Scritto dopo un viaggio in Uganda e realizzato in collaborazione con AMREF (Associazione africana per la medicina e la ricerca), La figlia perduta (Bompiani 2005), terzo romanzo di Giosuè Calaciura, racconta di Henriette, la “prostituta vestita di carta” (p. 49).

A Makarere III, uno degli slum, cioè delle baraccopoli, di Kampala, tutti conoscono la favola di Henriette alla ricerca della figlia perduta e nondimeno tutti se la continuano a raccontare, le prostitute durante le “scopate shorty” (p. 37) o nella pausa pranzo, mentre aspettano i risultati del test sull’hiv; i bambini orfani che dormono all’aria aperta; i disperati che “perlustrano le fogne” per trovarvi “miracoli alimentari” (p. 7).

Più viene raccontata e più questa storia perde la consistenza dell’accadimento reale per farsi leggenda, disperata allegoria, monito a proteggersi dalla crudele abiezione dell’uomo. Vestita di carta, capace di placare le vertigini provocate dalla fame con la sola immaginazione, Henriette è figura reale e metaforica a un tempo: la sua vicenda è quella di tutte le madri di Makarere III, la sua vita diventa una parabola.

È per questo che della favola della giovane mamma si raccontano più versioni, ed è in virtù del suo messaggio ‘universale’ che la storia può essere raccontata sovvertendo l’ordine cronologico degli eventi: perché da qualunque momento la si cominci a narrare, comunque “arriva sempre il nodo del dolore” (p. 30).

Nata da un avocado ai tempi in cui la natura partoriva bambini dagli alberi da frutto per compensare il numero dei morti scannati su ordine di Bokassa, il dittatore cannibale; o, secondo un’altra versione, fuggita dal suo villaggio, Gulu, con un quaderno d’inglese in mano, Henriette giunge nella metropoli dove finirà col prostituirsi e l’avere una figlia da Edward, muratore delle demolizioni di Kampala.

Nonostante gli avvertimenti, lo stare all’erta, le preghiere a “Dungo, il piccolo dio della sopravvivenza” (p. 68) e a “Muwuanga, il piccolo dio che protegge i bambini” (p. 69), la figlia di Henriette verrà rapita da un commerciante per farne offerta propiziatoria a “Mayembe, il piccolo dio dei sacrifici dei bambini” (p. 12) in cambio del successo negli affari.

Con il suo caratteristico espressionismo linguistico, Calaciura narra il viaggio intrapreso dalla giovane madre per cercare la figlia, un viaggio che ha tutte le fattezze di un tradizionale descensus ad inferos, tra gente ignava, dantescamente tormentata dagli insetti, bimbi orfani, figli di Slim il Magro, cioè il virus dell’aids, in mezzo alle “pulle-bambine di Bwaise II, che nei bordelli giocano alle mamme” (p. 38).

Il plurilinguismo soccorre l’autore palermitano nell’intento di ritrarre la realtà ugandese nella sua estrema complessità, nella sua viscerale contraddittorietà, straziata com’è da orrori inimmaginabili, e ciononostante avvolta da un’atmosfera che fa pensare alla Macondo di Garcìa Marquez, come giustamente ha notato Salvatore Ferlita nella sua recensione al libro:

L’intero mercato fu travolto dalla valanga profumata di bambini come macedonia di frutta, e nonostante i commercianti si opponessero con le mani a diga, i neonati come polpa soda scivolavano tra le dita lasciando umidità appiccicose di marmellata […]. C’era una tale confusione da reparto maternità sconvolto, con gli orfani neonati che piangevano in coro seguendo lo spartito degli affamati e i mercanti che si accordavano in un controcanto di lamenti per gli affari andati a male, che persino gli avvoltoi sul cielo del mercato allargarono le spirali degli avvicinamenti turbati dall’esplosione di vita e di disperazione. Lasciarono all’esercito il compito di comporre i nati morti schiacciati dai terremoti delle piramidi di frutta crollate ai primi vagiti. (pp. 22-23)

Evitando di cadere nella trappola di una pur facile retorica, di uno scontato e melenso buonismo, Calaciura, grazie alle volute barocche del suo linguaggio, fornisce al lettore un caleidoscopio di scene di vita e immagini che si susseguono vorticosamente.

Ecco allora Henriette attraversare i labirinti dello slum, fra macerie fatiscenti e costruzioni abbandonate; eccola aggirarsi nella piazza degli orfani in cui la tilapia, un pesce enorme, sorta di Moby Dick o Leviatano, è venuta a morire sfamando la gente con le sue carni:

Aveva dimensioni fantastiche di balena bianca, con resti di arpione, cicatrici estese lungo il corpo di squame a placche impenetrabili, sedimenti calcarei come barbe di pietra e una cresta di cartilagine a testimonianza della discendenza diretta dai dinosauri. […] Lo scoprirono una mattina, come un’escrescenza vegetale, un fungo che ha approfittato rapido dell’umidità della notte per emergere, confuso nelle nebbie dell’alba. Al primo distratto che si trascinava sino ai dossi della strada grande dove è più facile sopravvivere, più comodo restare seduti o addormentarsi sognando i colori del mercato, sembrò un banano piegato in preghiera. (pp. 75-76)

Seguendo la giovane prostituta, lo scrittore palermitano dispiega allo sguardo del lettore un mondo incantato eppure agghiacciante, dove alle spalle della foresta che si metamorfizza, perpetuando così in eterno il mistero della creazione, si stende il cuore della baraccopoli, Bombo Road, il mercato in cui tutto è in vendita, anche i bambini, interi o a pezzi, secondo la loro destinazione: vittime sacrificali o materia prima per il lucroso commercio degli organi.

Calaciura ci consegna la radiografia di una Kampala proteiforme e ricca di colori, ma al contempo non esita a denunciare, con sottile ironia, case farmaceutiche, imprenditori senza scrupoli e governi responsabili: una scrittura densa, pungente, che coinvolge, per raccontare di quel lembo d’Africa in cui i banani hanno fattezze umane e i morti restano sulla terra, insieme ai vivi, per sentirsi meno soli.

aprile 2007

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