Lug 08

Sgobbo – Il natale e la vita dell’antimurale

“Sto in buona salute mamma, il lavoro è di fatica…”: cominciano così le invocazioni di normalità dell’amica cara, una delle pulle che, assieme a Fiona, affollano le pagine del romanzo di Calaciura. Invocazioni contenute nelle lettere che puntualmente scrive alla madre, inviando quel poco denaro che le resta.

L’amica cara sa tenere bene i conti della “matematica delle scopate”, e ne manda alla madre i proventi, raccontandole di una vita che inventa nelle pause dello sgobbo. Desidera che la sua famiglia la immagini mentre personifica per il presepe la Vergine Maria, come accadeva nella missione vicino al suo villaggio. Lì il parroco ordinava per posta, con largo anticipo, gli addobbi natalizi, affinché arrivassero in tempo, facendo a ritroso il percorso che anni dopo avrebbe compiuto lei, attraverso l’oceano. A Palermo, l’albero di Natale “di raccatto” lo avevano improvvisato i clienti blasfemi per non perdere, nemmeno lungo i massi dell’antimurale, l’illusione della festa. Ma nella logica delle scopate non c’è spazio per la finta normalità, per quegli addobbi fatti di “cuoricini di vetro infartuati”.

Le prostitute, protagoniste del romanzo di Calaciura, hanno piena consapevolezza della miseria in cui vivono, ma riescono a trovare una dignità nella loro condizione; anzi, è evidente che l’autore le ponga moralmente al di sopra degli stessi clienti che pure le sfruttano. La loro funzione è di consolare le miserie altrui e di consolarsi a vicenda per dimenticare le proprie.

Non c’è un giorno dell’anno in cui i clienti non esigano la soddisfazione della loro voglia, e ci sono uomini che, pur avendo famiglia e una identità sociale “normale”, hanno bisogno di una pulla per sfogare, in un “pianto lungo come le stelle filanti degli abeti” (p. 66), il loro male di vivere. Calaciura non lascia alle sue ragazze la possibilità di immedesimarsi con le pene degli uomini. Per sopravvivere, ognuna di loro ha bisogno di rimanere ancorata al proprio interesse, perché “nella complessità della notte soltanto il denaro ha identità certa”. Così a Fiona non resta altro che misurare la sua sopportazione in termini economici e lasciare correre il “tassametro dello sgobbo”.

Se lungo il sentiero dello sgobbo qualcosa impedisce il normale andirivieni dei clienti, per le ragazze quelle sono “notti di sgobbo in bianco” (p. 64). Ecco perché bisogna difendere i propri spazi, perfino dai cani al guinzaglio. Le bestie si sottraggono al controllo blando dei padroni perché fiutano l’odore della preda.

L’autore descrive così il terrore paralizzante che avvolge le ragazze, incapaci di un solo gesto per paura di essere morse. Non avendo capacità di muoversi, l’unico modo per non rendersi visibili è “diventare notte con la capacità mimetica della selvaggina” (p. 64). La passerella dei peccati è come la savana africana: vige la legge del più forte, come accade nella filastrocca che Fiona e l’Amica Cara si divertono a cantare.

In tutte le città i luoghi della prostituzione sono vissuti dai cittadini come posti da purificare e santificare stappandoli alla mercificazione del corpo; l’autore, invece, ci costringe a capovolgere la prospettiva e ad abbandonare il punto di vista più ovvio.

Nella sequenza successiva, la scena si popola di nuovi avventori, le cui vite girano ancora intorno all’antimurale. Sono uomini che, paradossalmente, invidiano alle donne dell’emigrazione il mestiere del meretricio, dal momento che esso costituisce una garanzia di sopravvivenza: e così utilizzano lo squallore dello sgobbo per i loro commerci. In tal modo alla Marina sono arrivati i “virtuosi di altre economie” (p. 68), che arrotondano i profitti della giornata vendendo ai clienti “le gastronomie spicce delle anticamere delle attese” (p. 68).

L’autore rende icasticamente la promiscuità delle scene, descrivendo uno dei tanti amplessi di Fiona con l’ennesimo cliente. Si diffondono nell’aria odori e profumi provenienti dalle bancarelle piene di cibo, e l’atmosfera diventa pregna di unto e zucchero filato, al punto che la donna riesce a identificarsi con una delle leccornie vendute dagli ambulanti; e mentre il cliente riempie il preservativo, le sembra che voglia saziarsi di lei come di un dolce alla crema.

Nei luoghi dello sgobbo c’è spazio anche per altri emarginati della vita, come i due musicisti che, pur di guadagnare “la mancia della soddisfazione” (p. 67), sono disposti a fare da colonna sonora alle scopate, graditi alle donne che usano le canzoni come tassametro dello sgobbo. Un violinista e un cieco che suona la fisarmonica si aggirano lungo il percorso disagevole del “ficcaficca” sostenendosi l’un l’altro e non usando alcun linguaggio se non quello dei motivi intonati, in un’illusione di romanticismo.

Alla fine del quadro corale di queste pagine, Calaciura ferma il suo sguardo sulla “sua” Fiona e, nel turbinio di rumori e di vite, ci dona un soliloquio vibrante in cui l’anima della ragazza si innalza al di sopra dello squallore che corre lungo tutta la sua esistenza. L’autore, attraverso Fiona, e soprattutto in forza del suo desiderio ci essere altrove e di uscire dal proprio corpo, trasfigura l’intera realtà. Questo è il caso della scena che chiude il capitolo (p. 70): nel caos dei giostranti e delle “colleghe” a lavoro, l’attenzione della protagonista è attirata dall’innocenza di due adolescenti al primo amore, che salgono sulla ruota panoramica.

La donna sembra leggerne i pensieri dolci e udirne i segreti, isolando la scena da tutto il resto, lei compresa. Volgere lo sguardo lontano verso un orizzonte che non è un luogo dello spazio, ma un’utopia dell’anima, è l’unico modo, per la pulla negra, di non impazzire, di non abbandonarsi ad un mondo che non conosce salvezza, né tanto meno redenzione.

La resa stilistica è notevole: Calaciura, grazie all’uso ripetuto di aggettivi come lontano e alto con i rispettivi comparativi piu’ alto e più lontano, ci fa alzare da terra; poi, con la ripetizione di guarda, ci fa strabuzzare gli occhi per “riconoscere la geografia sospesa della città”, da un punto di osservazione diverso, aereo e “irraggiungibile da questa prospettiva di inginocchiamenti”. Arrivati sul punto più alto della ruota, torniamo precipitosamente a terra. L’autore-Fiona immagina, adesso, che le pietre partecipino ai moti dell’animo umano. Anche i minerali, unici elementi del creato a non avere anima, seguono le palpitazioni degli adolescenti che sperimentano l’amore.

Con l’uso di aggettivi che connotano ora commozione, ora complicità, Calaciura descrive come anche i sassi possano “adeguarsi smussandosi per amore a tutte le forme della loro età”. Solo ora che il nostro sguardo si è posato sulla terra, ritroviamo la protagonista che, insieme a noi, ritorna alla cruda realtà, giusto il tempo necessario al cliente per soddisfarsi.

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