Lug 08

Sgobbo – Il mare della speranza

Sgobbo è l’angosciante viaggio che Giosuè Calaciura intraprende nella vita di Fiona, giovane donna dell’Africa Nera. Giunta in Italia, in quella Palermo che viene solo descritta, evocata nei suoi angoli più remoti, nascosti e degradati, ma mai nominata esplicitamente, Fiona svolge il suo lavoro, l’unico che il suo destino le ha riservato: lo ‘Sgobbo’, la giornata della prostituta. Palermo, nelle parole di Calaciura, appare come una città infernale, sotterranea, quasi un ‘sobborgo dell’anima’. L’autore è ben lungi dal dare di essa un’immagine edulcorata, rappresentandola invece nella sua naturalistica realtà.

Fiona giunge su una nave clandestina, dove viene iniziata da uno sconosciuto al “mestiere della carne”. La sua storia si snoda attraverso altre storie di donne accomunate da uno stesso, crudele destino. E nelle notti infinite di ‘sgobbo’, tra sporcizia e degrado, tra il dolore che non è solo fisico, ma che penetra fin dentro l’anima, a Fiona non resta che un abbandono, seppure momentaneo, al passato, all’infanzia.

È in questi momenti che si svela l’animo più profondo di Fiona: la reazione violenta al suo crudele destino lascia così spazio a un tono più leggero. Ma è solo questione di attimi: la cruda realtà torna a irrompere, a devastare, a cancellare quei momenti. Ogni cosa torna come prima: senza speranza, senza riscatto.

Tutto ciò viene narrato attraverso uno stile visionario, che scivola in un ininterrotto flusso di pensieri, emozioni, in forza del quale l’autore traduce, senza mediazione alcuna, i pensieri e le sofferenze di Fiona. È uno stile che racchiude in sé elementi barocchi ed espressionistici, che si fondono insieme dando luogo ad un dettato fluido che caratterizza la scrittura di Calaciura.

Nella “Via Crucis” dello “sgobbo”, in cui il percorso è costituito da vere e proprie stazioni, sfila una galleria vasta e variegata di personaggi: l’intera umanità che non disdegna attimi di piacere con donne che vendono la propria carne. Fiona passa così in rassegna uomini, giovani e adulti, soldati alla ricerca di svago come ricompensa della fatica della vita militare, padri di famiglia. In mezzo a questa varietà di uomini che passa davanti agli occhi di queste ragazze, non mancano quelli che, oppressi dal male di vivere, cercano, più che il soddisfacimento del piacere, un lenimento alle loro pene. Di fronte a tutto questo, il lettore sente crescere dentro di sé lo sdegno, il senso di oppressione che cresce di pagina in pagina fino all’epilogo finale.

L’ultimo capitolo del romanzo inizia con l’imperfetto “scendevamo” che, in posizione incipitaria, rende il senso della routine delle serate della protagonista e di tutte le altre ragazze. Fiona lascia spazio all’umiliante momento delle trattative sul prezzo, proseguendo con la descrizione del desolato tragitto verso il mare, quel mare simile al rantolo dei clienti: un mare che Fiona dice di non aver mai visto, ma solo sentito: “Qui c’è sempre la notte, e benché sia arrivata per via d’acqua il mare non l’ ho mai visto ma solo ascoltato nel rumore della risacca come un respiro, è uguale al rantolo di sforzo degli asmatici, ai versi dei fantasiosi, allo sciabordio delle bestemmie di chi è già venuto e contempla il preservativo scoprendo per la prima volta che il mare in realtà puzza”, (pag…). Qui il mare e lo spazio circostante subiscono un processo di “umanizzazione” degenerativa, divenendo proiezione del degrado interiore di Fiona.

Al termine della discesa, evocata dallo “scendevamo” iniziale, simile a quella dantesca, i due giungono nel luogo appartato, impregnato di quel buio perenne che padroneggia in tutto il racconto e che ingoia la realtà; un buio che è soprattutto interiore.

Nella parte conclusiva, sembra filtrare ad un certo punto uno sprazzo di luce, quasi una speranza, anche se solo fittizia: lo ‘sdoppiamento’ di Fiona che, durante l’approccio con il suo cliente (il quale rimane fuori scena), vede se stessa salutare da quella “nave di ruggine” che l’ ha condotta in Italia. Vede l’altra Fiona, quella con un destino diverso: “Davanti c’è il mare e una luce sospesa, è la nave redenta che ha mollato gli ormeggi in silenzio, naviga clandestina verso gli oceani, sono io quella a prua, mi vedo,[…] mi trasporta nel nero candido dei primordi, altrove, secondo l’altra rotta del mio destino, guidata da punto cardinale di un’altra bussola, e con me tutti gli animali delle filastrocche di palude imbarcati nell’Arca di Noè, senza meta, salvati. […] mi saluto con la mano e da questo cofano di automobile mi rispondo” .

Ritornano così, attraverso la struttura circolare della “ringkomposition”, la nave, le filastrocche della palude, la vita di un tempo; come a dire che l’identità di Fiona, la sua più profonda umanità, non sono state scalfite dalle dure prove cui la vita l’ha sottoposta. Nonostante tutto, lei è riuscita a difendere la sua essenza, che qua e là, nel romanzo, ritorna. Fiona, in queste ultime righe, lascia spazio a momenti di vera poeticità, di lirismo. Ma mentre si abbandona a questi brevi momenti di evasione, proiettandosi in una dimensione onirica, ecco che irrompe, stridendo con tutta la sua materialità, la realtà, la cruda realtà, l’unica sempre presente.

Fiona torna con la mente al suo ‘sgobbo’. Nessun altro destino davanti a lei, nessun’altra speranza.

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