Lug 08

“Aiutami tu” di Paolo Di Stefano

Con il quarto romanzo Aiutami tu (Feltrinelli, 2005), Paolo Di Stefano torna a toccare, nei modi di una fiaba moderna, alcuni temi a lui congeniali quale quello della famiglia, dell’infanzia violata e della solitudine innestandovi nuovi motivi di denuncia sociale come quello dell’usura. In una città maleodorante, tra interni squallidi e soffocanti, si svolge la storia di una famiglia alla deriva: un padre e una madre, in rotta tra loro, lasciano un ragazzo tredicenne e la sorellina di nove anni in balìa di una coppia di vecchi usurai.

Prende avvio, così, da questa premessa, il racconto delle “imprese”, tra velleitarie e deliranti, compiute da un adolescente e dalla sua comprimaria, “la mocciosa”, al fine di eliminare gli invadenti e odiati aguzzini, gli spietati, bigotti e baciapile Nespola. Tuttavia, in questo schema fiabesco di fondo, in questa prima elementare struttura narrativa, si innesta una più complessa rappresentazione di stati d’animo, desideri e ossessioni cui dà adeguato sbocco la forma del romanzo epistolare.

A scrivere le lettere senza risposta, in tutto 164, è Pietro Baldi, un ragazzo di tredici anni; a riceverle è una misteriosa Marianna di cui solo a romanzo inoltrato conosciamo l’identità. A lei il protagonista si rivolge ricorrendo ad appellativi fantasiosi e metaforici (Caro Profumo di Paradiso, Cara Perfezione, Carissima Calma ecc.) suscitati ogni volta, con una sorta di legame a catena, dalla lettera precedente:

“[…] La mocciosa non sa niente, ora sei solo tu a saperlo, vorrei avere tanti segreti con te e questo è il primo di una lunga serie”.

“Caro Segreto,
non ti dico neanche la felicità che ho provato a vedere finalmente quello che ho visto”.

A questa interlocutrice silenziosa, che interviene solo quando gli eventi precipitano irrimediabilmente, il mittente invia ripetutamente la sua invocazione, la sua implorazione di aiuto annunciata sin dal titolo: “aiutami tu” è il leit-motiv che accompagna il suo ininterrotto colloquio-confessione.

Di Stefano, peraltro, si è servito in più occasioni della strategia epistolare. In Baci da non ripetere, per esempio, il continuo monologare dell’io narrante, che ripercorreva le vicende di una triste storia familiare, veniva interrotto dall’alternativa dialogica costituita da un gruppo di lettere; come pure in Azzurro troppo azzurro, nel racconto di una solitudine patologica, verso la fine del romanzo si innesta la voce epistolare della enigmatica figura femminile più volte evocata dal protagonista.

Ma quello che altrove era stato un espediente per offrire più punti di vista, più piani narrativi, ora diviene l’elemento strutturale del romanzo, il mezzo e il modo attraverso i quali si dipanano dal di dentro le dinamiche psicologiche dell’io narrante, i procedimenti mentali, le concatenazioni emotive che accompagnano il suo disagio crescente, la sua frustrata voglia di sicurezza e di normalità. L’annotazione quotidiana, il resoconto giornaliero, del resto, acquistano via via un ritmo, un passo diaristico tuttavia volto a cercare un “tu”, a stabilire una comunicazione con il mondo esterno. E, infatti, lo scrittore stesso ha dichiarato, in più occasioni, che il libro, in un primo momento, era nato in forma di diario. In questo senso, suona anche come un omaggio a quella idea iniziale il fatto che l’io narrante rievochi il Diario di Anna Frank stabilendo con esso un parallelo che, proprio nella sproporzione, nella diversa tragicità, vuole sottolineare, comunque, la drammaticità della propria condizione:

“Cara M.,
ho letto il diario di Anna Frank. Sai cosa c’è scritto? A un certo punto c’è scritto: vedo il mondo che si trasforma in un deserto. Questa frase potrei scriverla anch’io: anche per me il mondo è un deserto. E tu noi sei un’: aiutami tu e tu te ne freghi. Non c’è più nessuno per me, a parte la mocciosa. Le mie lettere, comunque, non sono meno drammatiche del diario di Anna Frank, anche se lei aveva la guerra e tutto il resto, io in compenso ho il terrorismo e i Nespola, dunque più o meno siamo lì: l’unica vera differenza è che lei era un genio e io no. Però non c’è bisogno della guerra per scrivere un diario, e forse qualcuno tra quarant’anni leggerà queste mie lettere come se fossero state scritte in un campo di concentramento o in un alloggio segreto” (p. 142).

E’ stato osservato da parte di alcuni critici che il giovane protagonista mostra una consapevolezza culturale forse eccessiva per la sua età. Ma è proprio nella riuscita commistione di maturità e ingenuità, di lucidità e ottusità, di gergo adolescenziale e lingua adulta che Di Stefano rende plausibile il suo personaggio. Attraverso lo sguardo di Pietro, la sua immediatezza di adoscelente, i suoi interrogativi, che producono una sorta di straniamento, attraverso la sua logica così stringente ed estrema da confinare con la paranoia, lo scrittore fa affiorare abilmente alla superficie il marciume e le storture sociali, denuncia la violenza e la degradazione del mondo contemporaneo:

“Non so se ad Atene e a Sparta la situazione era peggiore di questa, ho letto che lì c’erano molti schiavi che lavoravano come bestie, però qui ci sono molti drogati che stanno tutto il giorno buttati nei giardini o nei parcheggi seduti dietro le macchine a farsi le pere. E poi la metropolitana è piena di gente triste che chiede l’elemosina, mentre chiedere l’elemosina in Grecia era proibito, forse perché non c’era ancora la metropolitana. Chiedere l’elemosina era proibito soprattutto a Sparta, che era una città molto più brutale di Atene, tant’è vero cha ha vinto la guerra del Peloponneso. L’ho raccontato alla mocciosa. Il suo commento è stato:
– Con i peli che ha sulle gambe, la Nespola poteva vincere benissimo la guerra del Peloponneso infilzando i nemici” (p. 106).

Alto e basso, riferimenti colti e brutale acquisizione della realtà (ma, altrove, anche finzione e verità) traducono, come si può notare, con efficacia il modo tutto adolescenziale di collegare con freschezza esperienze di natura diversa. Inoltre, il ricorso, nelle missive, a un formulario dell’io narrante risolve felicemente la difficoltà di rendere credibile la spontaneità del suo linguaggio giovanile.

Così se la ricchezza metaforica degli appellativi rivolti a Marianna dà consistenza al gusto del gioco e dell’invenzione, l’insistenza martellante dell’implorazione “aiutami tu”, esalta la tensione insostenibile che grava sul protagonista. Come pure la iterazione di alcuni tic espressivi – la negazione o l’affermazione corretta dall’ avverbio anzi, o l’incalzare del verbo voglio, o il gioco delle affermazioni opposte – esaltano l’emergenza psicologica, lo squilibrio esistenziale in cui egli versa:

“Ma a dire il vero non ci credevo neanch’io, anzi non ci credevo per niente, anzi non ci avevo mai creduto” (p. 103);

“[…] la situazione è sempre più urgente, anzi drammatica, anzi davvero insopportabile e non sto esagerando” (p. 115);

“Voglio respirare, parlare con qualcuno, voglio una sorella che di notte non fa la sonnambula […] voglio pensare alle vacanze in Toscana […] voglio avere tredici anni e non i cinquanta che mi sento addosso[…] voglio accendere il televisore e vedere cose normali […] voglio una madre che sorride […] voglio un padre che parla edice cose normali per un figlio” (p. 118);

“Ogni tanto si sentono le macchine che passano e io sono distrutto. Meglio spegnere. Meglio accendere. Non riesco a dormire […] Ora sono passate le undici, la mocciosa deve essere ancora sul divano a dormire. Meglio spegnere.
Meglio accendere. Continuo a girarmi nel letto e a farmi sempre le stesse domande”. (pp. 133-134)

Prende consistenza, in tal modo, nella costruzione di un linguaggio e di uno stile epistolare il carattere e la personalità del mittente. In questa impegnativa elaborazione lo scrittore, senza dubbio, ha potuto far precipitare anche la sua ricca esperienza di giornalista, attingere alla sorprendente riserva dei reportages da lui condotti, in primo luogo, per esempio, a quello della Famiglia in bilico.

Eppure una così calibrata orchestrazione narrativa potrebbe incorrere nel rischio della monotonia se non venisse bilanciata da soluzioni che animano e vivacizzano il racconto. E’ il caso dei dialoghi tra Pietro e la sorellina, veri e propri duetti che, anche attraverso il baldanzoso gergo infantile della cosiddetta “mocciosa”, danno respiro e ritmo alla pagina:

“Cara M.,
io e la mocciosa eravamo distesi sui nostri letti, al buio:
-Cacchio, senti come piove?
-Hai paura?
-No, io non ho quasi mai paura.
-Non dire cazzate, qualche volta tremi e hai paura.
-Se tremo è per il nervoso, non per la paura.
-E allora? Che male c’è se qualche volta ho paura?
-Appunto, che male c’è.
-Cacchio senti come piove?
-Hai paura?
-Sì”

(p. 48)

Ed è anche il caso di quei rilevamenti e di quelle insistite affermazioni che creano suspence:

“Secondo me dietro i Nespola c’è qualcosa di marcio e prima o poi lo scopriremo” (p. 40).

“Sento che la catastrofe si avvicina sempre più e io non posso farci niente”(p.104).

“[…] Sento che sto impazzendo, solo tu puoi aiutarmi se vuoi” (p. 105).

La favola con il procedere del racconto cede, così, il passo al giallo. Dopo un crescendo di accadimenti (un’irruzione notturna di sconosciuti nella casa dei Nespola, un trafugamento di gioielli da parte dei ragazzini, un loro strano rapimento), la vicenda precipita: viene commesso un delitto. A questo punto, però, quella che può apparire nel tragico finale la logica interpretazione, suggerita dalle lettere, viene smentita dalla nota di servizio del commissario Nicola Vetere incaricato di occuparsi del caso. Con un abile spostamento del punto di osservazione Di Stefano rovescia la lettura dei fatti e ci invita a guardare meglio, ad acuire la nostra vista per rilevare con più consapevolezza i mali del nostro tempo.

 

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