Giu 29

“L’ombra di vento”: senso di precarietà nel romanzo di Carmine Abate

“L’ombra negli occhi”. Così titola significativamente il primo capitolo de Il mosaico del tempo grande, romanzo che esibisce una trama composta, in cui lo stesso rincorrersi ciclico delle immagini (da notare, per esempio, che i titoli dei primi tre capitoli sono ripetuti, seppure con ordine inverso, per gli ultimi tre) interpreta una sostanziale tensione dell’autore alla stabilità.

Abate mira, di fatto, a chiudere il cerchio della sua narrazione e, per farlo, ricorre al potere, che è proprio del racconto mitico, di conciliare tra loro il presente, ossia “il tempo delle illusioni e degli inganni” (p. 83), ed il passato. Tuttavia, da una lettura attenta del romanzo, mi sembra possa ricavarsi l’impressione che tale desiderio di composizione risulti costantemente insidiato da un senso opposto di instabilità, dalla minaccia latente di un presagio che incombe sui personaggi, sulle loro vicende, quasi a sottolinearne il carattere di provvisorietà, di effimeratezza. Carattere, quest’ultimo, per il quale ritengo si possa individuare un referente simbolico proprio nell’immagine dell’ombra: essa, infatti, ricorre fin dalle prime pagine del romanzo con l’esplicito valore negativo di segno funesto. Si consideri, in tal senso, il passo seguente:

“Antonio Damis aveva i capelli dritti più per la paura che per il vento, il quale comunque lo schiaffeggiava da tutte le parti e ormai se ne distingueva l’ombra che avanzava oscurandogli lo spirito, hjen e erës, l’ombra di vento che gli antichi chiamavano morte. (…) Per un attimo, dietro una curva a gomito, vide l’ombra fissarlo negli occhi…” (p. 15).

E non è un caso che il titolo del capitolo d’apertura del romanzo venga riproposto, come facevo notare all’inizio, in quello invece chiamato a svolgerne sostanzialmente l’epilogo. In esso, infatti, l’ombra riappare non più “dietro una curva a gomito”, bensì “annidata negli occhi chiusi” (p. 224) del vecchio Antonio Damis, ma ancora a rappresentare quel tragico destino di morte, che proprio in queste pagine si compie definitivamente e che finisce per abbattersi, con la sua “ombra di vento”, anche sul personaggio di Rosalba, l’ex fidanzata abbandonata (p. 225).

Abate costruisce, quindi, un romanzo fondato sulla distinzione fondamentale tra due tempi, ossia il tempo ciclico del mito (il “tempo grande” del titolo), da un lato, e quello lineare della storia e delle singole vicende umane dall’altro: quanto il primo, che soggiace all’impianto strutturale e narrativo del romanzo, tende ad essere eternante e stabilizzante, tanto il secondo appare, al contrario, fondato sull’incertezza e sulla precarietà. Espressione di tali valori è del resto lo stesso nomadismo di Antonio, che è poi nel romanzo il riflesso particolare di una tendenza storica più vasta, presente e passata, albanese e italiana. La sua ultima fuga da Hora, dettata dall’ennesima minaccia di morte, sembra così potersi congiungere idealmente alla grande fuga dei suoi avi, incalzati dalla minacciosa avanzata turca, dalla prima Hora albanese; la sua prima fuga, ispirata dall’amore per una donna, rievoca invece la partenza di Jani Tista Damis, suo antenato, spinto a partire dall’amore per la patria d’origine.

“Devo ricongiungermi con la mia ombra”, dichiara Jani Tista, “che è là e mi aspetta da quando sono stato generato” (p. 80). L’accenno all’ombra, anche in questo caso, diviene tuttavia la spia di una minaccia incombente, che di lì a poco si concretizza nella morte cruenta del giovane per mano dei turchi. L’ombra dell’incertezza, del senso di una fine imminente (di un ciclo di vita, della vita stessa) si proietta anche sui personaggi della Hora del presente, per tramutarsi in vera e propria assenza di luce: “…sapevo che stavo vivendo l’ultimo periodo spensierato della mia vita”, confessa il neolaureato Michele, “dopo, in autunno, mi aspettava la ricerca del lavoro. Cioè il buio” (p.40).

Michele si dimostra, in effetti, il più lucido tra i suoi coetanei nel considerare la provvisorietà della loro condizione di giovani meridionali: interessante, al riguardo, il fatto che egli, osservando gli amici mentre si tengono in precario equilibrio sulle sedie, realizzi che in quella posizione essi stanno in realtà mimando la loro vita, sospesa, egli dice, “tra Hora e un altrove che presto ci avrebbe risucchiato” (p. 56).

D’altra parte, l’arrivo in paese di Laura Damis, figlia di Antonio, sembra avere il potere di liberare il giovane protagonista, che con lei instaura un legame sentimentale, dalla morsa dell’incertezza. Ciò, tuttavia, non impedisce all’autore di attentare all’armonia del loro rapporto, quasi che egli dia credito, in fondo, alla cinica considerazione espressa da uno dei suoi personaggi, in base alla quale “c’è sempre un’ombra che insidia la felicità” (p. 184). Non può sfuggire, in tal senso, il valore simbolico del passo seguente:

“è stata invece un’ombra a rompere l’incantesimo, posandosi furtiva sui nostri visi, parlando con un tono festoso” (p. 108)

I visi sono quelli dei due giovani amanti; l’ombra che si proietta su di loro è, invece, quella di za Maurèlja, la futura omicida di Antonio Damis. La tragica fatalità che, sottoforma di ombra, perseguita quest’ultimo sembra quindi insidiare anche le vite di Michele e Laura, le cui sorti, le cui ombre (“le nostre ombre unite”, titola uno dei capitoli che descrive l’idillio vissuto dai due giovani), si sono fatalmente congiunte.  Nessuna sorpresa, quindi, che nell’ultima pagina del romanzo, quando il cerchio è ormai chiuso, Michele dichiari di essere felice, ma di esserlo “malgrado tutto” (p. 233).

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