Giu 29

Oralità in “Il mosaico del tempo grande”

“A me interessa molto la narrazione orale, quella dei cantastorie del passato, che sapevano raccontare come narratori del mondo pre-omerico.” Così dichiara Carmine Abate in una intervista con Anna Maria Guadagni su “Il Mattino”. Le parole di Carmine Abate, tratte da due diverse interviste, trovano riscontro nel romanzo Il mosaico del tempo grande in cui la musicalità della scrittura nasce dall’interazione tra la materia narrata e la modalità stessa della scrittura. Questa è fortemente condizionata dai motivi dell’oralità.

Viene, così, a crearsi un metaracconto nel quale il tempo grande è il racconto-nucleo, il quale genera ed è a sua volta generato da molti altri racconti periferici che concorrono tutti insieme a formare il mosaico composito e ordinato della narrazione. Tanti sono i personaggi che assumono il ruolo di narratore, e contribuiscono a completare il mosaico del raccont. Tuttavia spicca tra tutti il personaggio di Gojari, il narratore per eccellenza, Boccadoro, per usare le parole dell’autore il vero “affabulatore”. Spetta proprio a lui il compito decisivo di raccogliere le numerose storie e come tessere incollarle insieme per giungere al mosaico finale.

E’ interessante notare come più lontano nel tempo sono collocate le storie, più esse assumono una connotazione mitica. Il recupero di storie antiche , nel mito, assume il significato di renderle più attuali. Dunque il recupero del passato deve avvenire con la consapevolezza che esso acquista valore solo nel presente. Nella scrittura, infatti, emergono molte caratteristiche del racconto orale. Soprattutto è notevole la presenza di un formulario che serve a caratterizzare un determinato personaggio o una scena, in modo che chi ascolta (chi legge) possa sempre e in qualsiasi luogo del racconto riconoscerle nell’immediato e ricordarle in futuro. L’ombra di vento, il mare nostro, il lago pieno di ninfee, gli occhi come l’acqua del mare a riva, la Bella Rossanisa… Sono solo alcuni esempi di un uso sapiente delle parole finalizzato a fissare nella memoria un repertorio di immagini.

Lo stesso Gojari è consapevole del fatto che, attraverso la narrazione del suo racconto, le sue parole vengono fissate nel mosaico del tempo grande. Le parole sono dunque formule che generano immagini riconoscibili, icone fissate nel ricordo. Come nell’iconografia religiosa i Santi e i Martiri venivano connotati da specifici attributi, così anche nella descrizione di molti personaggi del romanzo è possibile riconoscere la stessa modalità: “La Bella Rossanisa dagli occhi di liquirizia”, “Laura dai capelli luminosi e il sorriso bianchissimo”, “Gojari dal canino d’oro”, “Dimitri Damis dalla lunga barba bianca”, “Rosalba con la faccia insaponata”, e tantissimi altri…

Il ricorso alle modalità del racconto orale si riscontrano anche nell’uso frequente di asindeti, che rendono il ritmo più incalzante. In un’intervista pubblicata sul sito Treccani, Abate afferma:

“Il mio stile nasce essenzialmente dalla musica di fondo che sento dentro di me quando scrivo: è la musica delle antiche rapsodie arbëreshe che sono storie cantate, rapide, essenziali, epiche, succose. Ne sono felicemente condizionato”.

In alcuni luoghi del romanzo compare infatti una sorta di ritornello, quello della collina in fiamme, che di volta in volta seguendo uno stesso schema, invertendo parole o sostituendo alcuni elementi della frase, costituisce probabilmente la musica di fondo del racconto. Ci troviamo, quindi, di fronte a un romanzo che assomiglia molto ai racconti degli antichi cantastorie, dove non solo la parola, ma anche le immagini e i suoni sono elementi costitutivi della narrazione.

 

About The Author