Giu 29

Lingua e tradizioni calabresi nel “Mosaico del tempo grande” di Carmine Abate

Nel romanzo di Carmine Abate Il mosaico del tempo grande è presente una dialettica tra modernità e legame con il passato. Benché assuma primaria importanza il rapporto con la tradizione albanese, si fa riferimento alla tradizione calabrese, anche perché il luogo concreto in cui si svolge gran parte della vicenda e da cui si dipartono i racconti sugli antenati albanesi è Hora, un paesino della Calabria.

Si può notare una contrapposizione tra personaggi giovani e personaggi adulti o anziani cui corrisponde una differenza di lingua e di cultura. Nel romanzo domina il plurilinguismo e il dialetto calabrese, che affiora un po’ in tutto il romanzo e che l’autore attribuisce alle persone adulte (nello specifico ai genitori di Michele, all’amico del padre, Paolo Candreva, e ad una signora anziana, za Maurèlja): ciò indica la precisa intenzione di dare un tono realistico alla narrazione. Infatti si tratta di personaggi che hanno un basso livello di istruzione, a differenza dei ragazzi e anche di quegli adulti che, a seguito della posizione sociale occupata e del lavoro svolto, si esprimono correttamente in italiano. I personaggi che ovviamente sono maggiormente legati alla tradizione sono gli adulti: tale tradizione emerge spesso attraverso il ricorso a proverbi e a modi di dire, nei quali si riassume la cultura contadina, e attraverso i riferimenti alla gastronomia, ai rituali e alle feste religiose.

Tra i proverbi si trova, per esempio: “Dove mangiano tre, mangia pure il re” (p. 20); “Il tempo che passa non fa strusci” (p. 145); “Se tu semini grano raccogli grano ma se semini spine d’odio…” (p. 160). Nel romanzo ricorrono anche diverse espressioni ideomatiche, quali: “Macina come il mulino senza l’acqua” (p. 39); “Non è mai buono friculiàre la serpa che dorme” (p. 39); “Con lui sei ´ncrick e ‘ncrock (p. 39)”; “Perché alcol scaccia alcol” (p. 75); “Con lo stomaco pieno la mente si svapora, ragiona migliore” (p. 75); “L’aria frigge come olio in padella” (p. 152).

Nel racconto si fa anche riferimento alle credenze popolari e alle superstizioni, di cui si fa portavoce, il più delle volta, la mamma di Michele: quando consiglia al figlio che deve invitare amici e parenti per la sua festa di laurea di non iniziare di venerdì perché porta male (p. 55); durante la festa di laurea, quando parlando con Laura le dice:

“Qua l’aria è genuina e anche la roba da mangiare; a parte l’invidia si sta bene, bisogna stare attenti quando si ha la bellizza vostra, ma basta mettere una petruzza di sale in tasca… e poi qua hanno una doppia cera, davanti sorrisi e belle parole, da dietro curtellate e male parole, mangia le purpette che conosco solo io la rizetta anticaria” (p. 130)

Infine quando la mamma dice a Michele che deve raccontargli un brutto sogno per paura che esso possa avverarsi (p. 153). Non può sfuggire all’attenzione del lettore il ricorrere di molti riferimenti al cibo, alla tradizione culinaria calabrese, che costituisce un elemento centrale della cultura contadina, e, in particolare, ricorre frequentemente l’immagine delle polpette che prepara la madre (es. “la mamma mi ha chiesto di assaggiare una polpetta al sugo di pomodoro fresco” p. 54, ancora nelle pp. 66-73-128-144). Altri cibi vengono nominati nel corso della narrazione, e diventano simbolo del legame affettuoso tra la madre e il figlio, in quanto la prima esprime le attenzioni e l’amore verso il figlio attraverso la preparazione dei suoi piatti preferiti: “la mamma mi ha costretto a mangiare un kulaccello, un panetto fresco, imbottito di sardella piccantissima, e a bere due bicchieri di vino” (p. 75); “la pasta fatta in casa con il sugo di fagioli bianchi, bello piccante come piace a te” (pp. 125-144); “peperonate piccanti e dolci, lampascioni, che noi chiamiamo cipuluzze, al pepe rosso, melanzane ripiene, fettine di salsicce, soppressate, prosciutto e capicollo” (p. 128); “piatto di fioroni neri con mezzo kulaccello di pane per colazione” (p. 152); “la pastapiena” (p. 106).

Interessante inoltre la presentazione delle tradizioni locali, esposte da un’abitante di Hora a Laura che cerca del materiale per la sua tesi:

“Noi qua da noi ne abbiamo di storie antiche e belle, canti d’amore che ti fanno piangere gli occhi, per non parlare delle robe saporitòse e vitaminàte, che tutti i furestèri si scialano come Alì pascià: olive, fichi di tutti i colori, salsicce e soppressate, sardella…” (p. 52).

Il forte legame con la gastronomia locale caratterizza anche altri personaggi; ad esempio za Maurèlja, offrendo il caffé e dei pasticcini a Michele e Laura, dice:

“pagnottine alle mèndule che ho fatto con le mani mie, e pure il caffé è speciale, con la schiuma e una pika di limone, megliòre di quello tutto acqua-acqua del bar” (p. 108)

A sua volta, il professor Versace dice:

“Un gelatino speciale che faccio io col latte di capra del nostro paese” (p. 115)

Il padre di Michele, infine afferma:

“Mi interessano i fatti, a me…la laurja del mio giovinotto, intendo, una roba concreta, sostanziosa, come il pane fatto in casa nel forno a legna, non come quello comprato alla bottega che è una spugna buchi buchi, pieno d’aria.” (p. 145).

Da questi ultimi tre esempiemerge innanzitutto un’opposizione al progresso e la volontà di perpetuare le proprie abitudini tradizionali in un mondo che tuttavia cambia e si trasforma. Affiora dunquela dialettica tra modernità e ancoraggio al passato. Infatti si sottolinea la scarsa qualità dei prodotti acquistati e la genuinità degli alimenti preparati con le proprie mani, cosa cheresta valida, sebbene non si detto esplicitamente, anche per i piatti preparati dalla mamma di Michele. Negli esempi sopra riportati, riferiti a za Maurèlja e al professor Versace, si evidenzia l’importanza che la comunità attribuisce all’ospitalità, l’autore talaltro lo afferma esplicitamente quando Michele e gli amici invitano parenti e amici per la festa di laurea: “…perché qui da noi l’ospite è sacro, non può uscire di casa a stomaco vuoto…” (p. 70)

Nel romanzo emerge l’importanza del rituale: la condivisione del pasto, l’ascolto del racconto, la festa, la processione. Si tratta di riti che rafforzano l’identità comunitaria e che tengono uniti tutti i membri della comunità al di là delle differenze di età. Anche il riferimento al lutto, ai rituali connessi ad esso (il pianto e le grida delle donne, il colore nero dei vestiti) viene spesso richiamato nel testo. Il gioco infine favorisce l’aggregazione dei bambini, il superamento delle differenze linguistiche e culturali, e in un passo del romanzo lo si può vedere quando un bambino calabrese propone a Giambattista Damis di giocare a nascondino: “Jocàm’ar’ammucciaredd’?” (p. 149), gioco che in arbëresh si chiama ika. Si ha la rappresentazione di un microcosmo che ha la necessità di non disperdere il proprio passato e, ritornando all’aspetto linguistico, si è già detto che l’autore utilizza una lingua mista. Si può notare come le frasi e le parole in dialetto calabrese, riportate soprattutto nei discorsi diretti, si inseriscono nel tessuto linguistico italiano in modo naturale, immediato, senza stridori. Tra le varie parole in dialetto calabrese presenti nel testo, due in particolare ritornano frequentemente: “ciotìe”-“ciòti” (pp. 12-13-40-52-73-77-232) e “sperti” (pp. 12-13-29-39-69-77-113-129-146-158-176-220-232), spesso in contrapposizione. Infatti “ciotìe” vuol dire “sciocchezze, scherzi” e ciòto “sciocco”, mentre sperto significa “furbo, scaltro”.

È opportuno rivolgere l’attenzione agli appellativi presenti nel testo riferiti a persone adulte e anziane: ad esempio l’appellativo “za” (signora) seguito dal nome proprio (za Maurèlja) è tipico anche della Sicilia e si utilizza ancora oggi nei piccoli centri come appellativo di rispetto per le signore di una certa età, mentre “comara” e “compare” sono appellativi che utilizzano gli adulti tra di loro e che si ritrovano in Sicilia negli anni passati.

La descrizione dell’ambiente calabrese rispetto alla frenesia, alla velocità che caratterizza il mondo contemporaneo si pone agli occhi dei lettori come una sorta di rappresentazione di un tempo e di uno spazio irreali, assoluti, fantastici, o meglio di un mondo esistito nel passato ma oggi superato, mentre l’autore ne propone un’immagine attuale che convive col mondo “evoluto”, che ne subisce le influenze malgrado la ritrosia dei più anziani. Ciò lo si può ben vedere analizzando il comportamento dei giovani che sono portatori di cambiamenti all’interno della comunità paesana, pur restando ancorati alle proprie radici. Si può inoltre riscontrare una analogia con le tradizioni e i rituali della Sicilia, molte delle quali, per esempio, presenti ancora nel paese in cui abito, Ventimiglia di Sicilia. In particolare mi riferisco ai rapporti che si hanno con gli abitanti, dal momento che il paese si compone di poco più di duemila persone in cui tutti sanno tutto di tutti, cosa che ovviamente è impossibile nei centri più grandi in cui il raggio di rapporti sociali è più ristretto. Leggendo il romanzo ho visto rispecchiata la situazione che in parte è presente a Ventimiglia: attaccamento alla gastronomia locale, alle tradizioni e feste religiose, giovani che lasciano il paese per cercare lavoro altrove e da qui il numero maggiore di anziani, il ritorno in estate degli emigrati per trascorrere le vacanze, l’economia prevalentemente agricola. In fondo si tratta di realtà in cui il tempo segue ritmi lenti, che si trasformano pur mantenendo saldi i valori del passato, con cui i giovani, me compresa, sentono un profondo legame, come credo accada per chiunque con il proprio luogo d’origine, e l’atmosfera tranquilla, semplice, che caratterizza questi luoghi risponde al bisogno di pace e di riposo più difficili da trovare nelle città caotiche e rumorose.

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