Giu 29

La memoria arbereshe in Carmine Abate

Nella lettura de La Moto di Scanderbeg, Il Ballo Tondo e Il Mosaico del Tempo Grande di Carmine Abate è la memoria che fa da collante a questa ideale trilogia. L’autore con una scrittura delicata e suggestiva ci dà un variopinto affresco delle vite di tre giovani arbëreshë che si dipanano tra passato e presente, tra Eros e Thanatos, tra realtà e leggenda e le loro vicende sono inserite in un ampio panorama della storia italo-albanese.

Nell’atmosfera irreale di un piccolo centro del Mezzogiorno, Hora, si districano le esistenze di personaggi vivi, sanguigni e passionali che vengono amorevolmente intessute su un grande e ricco ordito narrativo simile alle coperte che le signorine in età da corredo eseguivano nei telai domestici.
Carmine Abate è un narratore che non scrive, ma canta, attraverso rapide immagini, i legami familiari, la natura rurale del sud Italia, le storie e le leggende albanesi con lo stesso incanto e facilità degli antichi rapsodi.

I protagonisti dei romanzi sono tre giovani arbëreshë: Giovanni, Costantino e Michele. Tre ragazzi fisicamente simili – occhi neri pungenti, sguardo ardente e riccioli neri – che vengono iniziati all’amore e alla vita da tre avvenenti fanciulle: Claudia, Isabella e Laura, dagli occhi grigi, anzi celesti come l’acqua del mare a riva e che, inoltre, sono accomunati dalla stessa passione per le antiche storie e leggende albanesi. I depositari di questa cultura orale – l’avventuriero Scanderbeg in sella della sua Moto Guzzi Dondolino, il saggio nani Lissandro, il loquace Gojari e l’esuberante rapsodo di Corone Luca Rodotà – con la loro saggezza proteggono la tradizione albanese dalla sfida del tempo e del progresso. È come se l’autore avesse troppe storie da raccontare, troppi personaggi da animare, troppi segreti da svelare e chiedesse soccorso a queste figure affascinanti. Perfette per emozionare il lettore.

L’emblema che da sempre unisce gli arbërëshë e gli shqipëtarë – vale a dire gli albanesi d’Italia e quelli d’Albania – e che è presente in tutti i romanzi è Giorgio Castriota Scanderbeg. In La Moto di Scanderbeg la saga del guerriero del Moti i Madh, il Tempo Grande, che protesse con astuzia e abilità l’Arbëria dagli Ottomani, rivive nel padre di Giovanni Alessi, impegnato nella lotta al latifondismo.

“Era quello il suo soprannome, Scanderbeg, perché non si faceva volare una mosca sul naso, odiava le ingiustizie e i prepotenti (…) era un soprannome di cui andava fiero, perché a quei tempi tutti sapevano che uomo di valore era stato il vero Scanderbeg”.

In Il Ballo Tondo la leggenda dell’eroe albanese prende forma attraverso la rapsodia dello scrittore Girolamo De Rada, Vú spërvjeret Skandërbeku, che insieme alla lahuta – lo strumento monocorde tipico delle aree balcaniche – ritma le cadenze dolorose, sensuali e appassionate delle vite dei vari personaggi come in una antica danza popolare, una vallje o un “ballo tondo” per l’appunto. In Il Mosaico del Tempo Grande il mito di Scanderbeg rivive nei racconti del fedele Liveta, che da giovane aveva combattuto a fianco del valoroso. Un altro elemento che unisce i tre romanzi è il viaggio, inteso come distacco forzato, perdita e sradicamento dalla propria terra natale: la diaspora dei primi profughi del ‘400, gli emigrati dell’Italia post-guerra, la “fuga dei cervelli” e quella dei nuovi profughi – fenomeni ben vivi nella cronaca dei nostri giorni -. Viaggio o fuga che si percepisce come rabbia o come una profonda ingiustizia.

“A me non me ne importava niente della mia terra, cosa aveva dato la mia terra a me?, niente, e allora? A me, interessava stare bene io e la mia famiglia, andare avanti noi, gente di carne e ossa, non quella terra che ci stavo coi piedi sopra e non la sentivo mia, terra traditora che baciava i piedi ai ricchi prepotenti; fare un progresso noi, persone con nome e cognome, non solo con la pancia, come crede chi non è mai partito, ma soprattutto con la testa”.

Tuttavia questa esperienza non è sempre negativa – nelle pagine non compare mai la parola malli, nostalgia, termine molto caro agli albanesi – ma viene vissuta come una possibilità di crescita e di arricchimento sociale.

“«Peccato, una così bella permanente costata quaranta marchi, devastata dal viaggio» la prese in giro il marito, mentre dall’auto scaricava valigie, cartoni, buste di plastica, borse col mangiare, borse coi regali, in tutto ventidue pezzi, ventitrè con la borsetta di pelle marrone della figlia”.

Il viaggio o la fuga prevede sempre un ritorno, anche momentaneo, che può inteso sia come rientro alla normalità – dopo l’ alternarsi di tregue e di bruschi richiami del passato che il destino riserva a tutti i personaggi – sia come testimonianza della “circolarità” che esiste fra uomini e cosmo.

“Ora anche lui aveva un nodo alla gola. A novembre avrebbe lasciato il paese per andare a studiare all’università di Roma; Mario, per lavorare ad Amburgo; metà della gente che affollava la piazza si sarebbe sparsa per il mondo entro due, tre settimane. Forse era questo il motivo del nodo alla gola: la soffocante sensazione di essere circondato da futuri fantasmi, da finte aquile bicipiti, da promesse cantate e ripetute: ma so soltanto che ritornerò…ma so soltanto che ritornerò.”

L’Albania o l’Arbëria è vista da Abate come una terra mitica, lontana e martoriata dall’occupazione ottomana. Tra le pagine, quello che si avverte non è solo una lontananza fisica, bensì interiore – struggente è la scena del nani Lissandro che bacia la sabbia della spiaggia dove cinque secoli prima erano sbarcati i suoi antenati –. Ne Il Mosaico del Tempo Grande, la storia d’amore tra la ballerina Drita e Antonio Damis è da pretesto per raccontare l’Albania durante la dittatura socialista di Enver Hoxha, immersa in un’atmosfera rigida e cupa, totalmente diversa da quella idilliaca dell’epoca di Scanderbeg.

“La calma irreale che aleggiava nell’aria di Tirana e avvolgeva le persone come una camicia di forza invisibile, ne soffocava l’urlo in gola”

Il linguaggio dei romanzi è un miscuglio di italiano, arbëresh, albanese, calabrese, “germanese” – lingua ibrida degli immigrati italiani in Germania – è una koiné insomma di grande suggestione e di straordinaria originalità. La scrittura sa essere di volta in volta evocativa, ironica, cantabile, senza mai un cedimento o una sbavatura. Una scrittura semplice, perfetta per incantare il lettore, che richiama i grandi narratori latinoamericani degli anni sessanta.

Carmine Abate – come ha dichiarato in una sua intervista – non condivide questo accostamento, eppure alcuni espedienti ricordano il realismo magico di Márquez. Vengono ripresi i personaggi e i registri narrativi che appartengono alla tradizione orale albanese, come le rapsodie che narrano le imprese eroiche di Scanderbeg e dei suoi uomini – topos della memoria arbëreshe -. A questi si uniscono i valori, le norme casistiche e rituali che stanno alla base dell’antica società albanese: l’onore, l’ospitalità, la besa cioè la “parola data”, la famiglia, la fede. Valori che possiedono una propria essenza originale se inseriti nella società italiana.

Il raggiungimento di un’altra dimensione del reale avviene attraverso meccanismi propri dell’irrazionalità. L’insolito, il sorprendente, lo sconcertante, lo strano, appaiono come il risultato di una rivelazione intima e al tempo stesso come frutto di un incontro quotidiano. Vale a dire che lo scrittore ricorre spesso a un certo simbolismo di base religiosa e/o popolare – per esempio Il padre di Giovanni Alessi, anche se morto comunica con il proprio figlio, il ragazzo dagli occhi calamita Stefano Santori, il sesto senso di nani Lissando, le anime dei cari estinti che si presentano ai vivi sotto forma di lucertola o di misteriose folate che investono Hora – sono allucinazioni, impressioni che l’uomo ricava dal suo ambiente e che tendono a trasformarsi in cose reali. Non è una realtà tangibile, ma è pur sempre una realtà che nasce da una determinata immaginazione magica. Allo stesso modo Gabriel García Márquez sosteneva che il quotidiano è magico e che tutto dipende da come si guarda la realtà!  Anche la descrizione di alcuni personaggi o di alcune vicende rientrano nel gusto del realismo magico, per esempio il rapsodo di Corone Luca Rodotà, il maestro Carmelo Bevilacqua, oppure la tormentata storia d’amore di Lucrezia sorella di Costantino o quella di Rosalba la figlia di Zà Maurélja, le gesta quasi mitiche di Antonio Damis hanno qualcosa di straordinario, ma, inserite all’interno della fabula narrativa, non provocano nessuno sconvolgimento; perché come affermava lo scrittore colombiano, in un romanzo la realtà è diversa dalla realtà della vita, anche se si fonda su di essa.

Tutto questo però non sminuisce affatto l’estro poetico di Carmine Abate, piuttosto lo scrittore calabrese con la sue originali soluzioni narrative ci offre pagine indimenticabili sulla sofferta epopea del popolo albanese, dà una attenta descrizione dell’ambiente e dei costumi delle comunità arbëreshe e dei loro lenti e graduali cambiamenti attraverso i secoli. L’ autore con questa trilogia prova a far riscopre il significato e l’importanza dell’identità culturale e la ricerca di se stessi, perché la memoria è l’unica a sottrarsi alla corrosione del tempo e al continuo mutare delle società …non ci siamo persi e non lo saremo fino a quando conserveremo la memoria di chi eravamo e da dove veniamo

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