Giu 29

“La magia del vento” di Carmine Abate

“Parlava controvento..”, inizia così il romanzo di Carmine Abate; si tratta di un incipit significativo, poiché il vento percorrerà tutte le pagine del libro, come un’ ombra che aleggia su tutto, uno spirito ed una presenza onnipresente, una forza che conferisce un’aura particolare, quasi magica e misteriosa, a tutto ciò a cui si avvicina. Un vento ora fresco, ora caldiòso, un vento che muta di pagina in pagina il suo significato, a tratti compagno benevolo, a tratti, invece, pericoloso nemico, minaccia incombente su Hora ed i suoi abitanti. Ed è proprio la collina ventosa (p. 45) che accoglie i poveri discendenti di Scanderberg, in fuga dalla loro amata Albania, rifugiatisi in Calabria cinque secoli fa:

Il vento, dunque. Qui sulla collina di Hora s’incrociano i venti che soffiano dalla Sila e dal mare nostro, dal nord e dal Sud. Un vortice fresco o caldo, a seconda delle stagioni, che comunque ti sconvolge i capelli, ti strappa i pensieri dalla testa. “Questa è la collina del vento”, dice il papàs Dhimitri Damis “abbiamo scelto nel bene e nel male la collina del vento”. A volte, soprattutto in autunno, sembra che l’altare di legno rivolto verso Costantinopoli possa essere inghiottitto dal vortice e trascinato nel cielo assieme alla sacra icona di Shen Jani Pagezor e all’intera cappella, fedeli compresi. Il papàs intona un canto bizantino con la sua bella voce baritonale di sempre, tutto ciò che gli resta della gioventù volata in fretta con il vento. La sua barba bianca gli svolazza come le ali di una colomba davanti alla bocca sdentata. (…) Ora la voce del vento sovrasta il canto con un lugubre ululato da coro di lupi ma lui è abituato, finisce di cantare comunque e comincia la predica girandosi abilmente a favore di vento (p. 62)

Il vento nel Mosaico del tempo grande è quindi una costante dal forte valore simbolico che percorre ininterrottamente le pagine del libro, accompagnando, nel bene e nel male, tutte le convulse vicende degli abitanti di Hora, nelle loro fughe attraverso i secoli, prima infatti, il vento segue gli albanesi di cinquecento anni fa, fuggiti in nave, (“ la grande vela quadrata scivola via, spinta dal vento fresco, primaverile”, p. 25), poi esso scorta Antonio Damis, nella sua fuga in camion verso l’Albania :

Aveva i capelli dritti più per la paura che per il vento, il quale comunque lo schiaffeggiava da tutte le parti, e ormai se ne distingueva l’ombra che avanzava oscurandogli lo spirito, hjen e eres, l’ombra di vento che gli antichi chiamavano morte (p. 15)

Come già accennato, la connotazione semantica del vento, nel Mosaico del tempo grande, è ambivalente; talvolta esso assume sfumature cupe, misteriose, quasi magiche, in diversi momenti della storia procurano un alone sinistro:

“perchè quando l’ombra di vento decide di afferrarti per i capelli non ci sono Liveta che ti possano aiutare, è finito il tuo tempo, devi seguirla, o per sì, o per forza”. E’ facile intuire, dal passo appena citato, che l’ombra di vento non è altro che la morte ineluttabile, talora fatale, talora invece provvidenziale, come quella che, benevola e compassionevole, appare proprio durante l’esecuzione dell’antenato Jani Tista Damis compiuta in Albania dai turchi: “Persino l’ombra di vento ha pietà di lui: gli chiude gli occhi prima del tempo per non dare ai carnefici la soddisfazione di spegnergli il furore in bocca e farlo belare come un agnello” (p. 120)

L’ombra del vento ritorna ancora, traditùra questa volta, secondo il padre di Michele, poiché ha cancellato le testimonianze del passato di Hora, ormai impossibili da ricostruire, se non affidandosi alla testimonianza di Gojari, di cui egli tanto diffida:

Meglio il vento, dunque, che spazza tutte cose; d’accordo il vento, sì, certo, questa è la collina del vento, non è male il vento, scotolìa l’olivi alla stagione, rinfrìsca l’aria dell’estate caldiòsa, ma il resto dei fatti? Come si fa a dire che è stato così e amen? Chi lo dice? Gojari? (…). E se non mi sbaglio, questa ombra di vento davvero traditùra li ha presi tutti con sé, quelli venuti allora, non ha lasciato niente, né parole né quaderni scritti, perché tu m’insegni che l’arberesh non lo sapevano scrivere, e nemmanco più ossa, ha lasciato, ma solo polveràta che il nostro bel vento ha sbattuto chissà dove (p. 67)

Alcune pagine più in là, ecco che appare nuovamente questo vento calabrese, la cui voce rauca, prima:

“alza i mulinelli di polvere e s’intrufola carica di granellini tra la folla, costringendola a ripararsi gli occhi con le mani per non lacrimare. Insomma, sembra un funerale..” (p. 82).

Invece, qualche rigo più sotto, il vento ritorna, questa volta, con una connotazione positiva :

“il vento, se soffiava, era un alito che portava i profumi della nuova primavera, di biancospino, di ginestra spinosa, di rose selvatiche” (p. 82). Si veda quindi come in quest’ultimo esempio il vento costituisca un’entità positiva, parte integrante del registro magico-simbolico che caratterizza buona parte dell’opera di Abate. Nonostante tutto, quindi, quel vento di Calabria, secondo Gojari è un “vento di luce che soffia nel tempo grande e continua ad illuminarci fino ad oggi” (p. 123).

 

About The Author