Giu 29

“La famiglia e la terra” di Carmine Abate

Fra i diversi temi che Carmine Abate tratta nel suo romanzo: la tradizione, l’emigrazione e l’amore, un ruolo centrale riveste il legame che i vari personaggi instaurano con la propria terra e con la famiglia. L’amore-nostalgia per il proprio paese, è un tema fortemente autobiografico, l’epopea degli immigrati e il leggendario passato della piccola patria Carfizzi, che nelle pagine è diventata Hora, è una costante non solo di questo romanzo ma anche delle altre opere di Abate; Hora rappresenta una sorta di Macondo italiana da cui tutto parte e in cui tutto ritorna.

Tutte le vicende del romanzo possono essere lette come manifestazioni di coerenza con i valori della famiglia e della fedeltà alla propria terra, la ricerca verso la modernità compiuta dai vari personaggi del libro sostanzialmente non trascura questi significati profondi anzi li reimpianta su basi nuove e su nuovi modelli. Sebbene i personaggi giovani, Michele, Laura, assumano tutti i caratteri di modernità e contemporaneità, come l’importanza assegnata alla cultura, la primarietà data ai sentimenti piuttosto che alla tradizione, la libertà di azione e il padronegiamento del tempo con ritmi non tradizionali, tuttavia essi sono profondamente ancorati alle radici della propria terra e non le rinnegano. Antonio Damis è il personaggio che manifesta maggiormente un forte legame con la propria terra, egli è animato dal desiderio di ritornare alle radici, per camminare le vie dell’Hora originaria. Così dice il narratore, nel capitolo introduttivo, quando parla di Antonio Damis:

“Poi confessò controvento che quel paese al di là mare nostro era per lui una calamita fin da ragazzo. Si perché un luogo ti può attirare come una persona, forse un po’ di più, come un’innamorata prepotente che poi, se vuole, ti tiene legato a sé tutta la vita o ti allunga un calcio sui garroni e arrivederci”. 

Si potrebbe forse ritenerla una metafora troppo semplice e banale, eppure risulta evidentemente significativa in quanto fa riflettere sulla presenza nel romanzo di una forza di attrazione, di un amore travolgente verso un qualcosa di non definito. Come le calamite, nella metafora sopra citata, non possono fare a meno di incollarsi poiché è nella loro natura, così i personaggi del libro, Antonio Damis, il papas Dhimitri Damis, Michele e altri non possono dar quiete all’agitazione sotterranea che li spinge verso il nuovo: un sogno, un’amore, la terra lontana. Così il narratore ci introduce il ritorno a Hora di Antonio Damis:

“È stato allora, in quello spazio pullulante di ricordi, che lo sguardo di Antonio Damis ha vacillato tra il desideri di gridare la sua gioia e la paura di essere ritornato al punto di partenza, come se la sua vita fosse stata un boomerang di sogni inutili.” (pag 199).

Abate immerge il lettore in un “realismo magico” che intreccia con grande abilità e sentimento i destini dei singoli personaggi con quelli di una comunità sempre presente tutta intorno. Il lettore ha la sensazione di ritornare a quel mondo innocente, intimo di un lontano passato, una realtà lontana dallo spettacolo artificiale e mediatico che molte narrazioni di oggi esaltano troppo spesso. Abate ci descrive una sorta di quieto vivere, la comunità di Hora appare come una grande e serena famiglia: la mamma del giovane Michele è un vero esempio di genuinità e affetto; la Za Maurelia mostra un amorevole affetto verso i due piccioncini; Gojari, detto Boccadoro, presenta un’instancabile voglia, propria di un nonno, di raccontare storie vere e preziose come i tasselli del grande mosaico a cui sta lavorando; Laura sembra predisporsi al ruolo di fidanzata di Michele e dal canto suo anche il piccolo Zef sembra affezionarsi a questa grande famiglia. Solo Rosalba, vittima di una sorte crudele che si è abbattuta su di lei, manifesta segni di stranezza: ella non reagisce alla morte del padre e all’abbandono da parte del suo fidanzato Antonio Damis ma, come si legge nel testo: “s’incarcerò dentro casa, diventò bianca bianca, non occhjò quasi più la luce del sole, s’ammosciò come il garofano se lo cacci dall’acqua”. La sua ombra segue continuamente Antonio Damis come un fantasma, dentro questo personaggio si nasconde l’orribile banalità del male che distruggerà la serenità familiare di Hora. Nella visita attraverso i suderi dell’antica Hora che Antonio Damis fa accompagnato da Gojari egli ha già l’intuizione di un negativo presagio: “riconobbe l’ombra del tempo grande che si allunga sulle pietre della strada infestata di erbacce e pareva inseguirlo, spinta dal vento”.

I continui spostamenti, gli incontri, i ritorni che affollano le pagine del libro sottolineano il volere denunciare l’ingiustizia di chi è stato costretto ad abbandonare la propria famiglia, la propria terra, i propri amici e ad andare a lavorare all’estero. Il nostro autore ha sperimentato personalmente tutto questo, queste partenze per costrizioni hanno rappresentato per lui una ferita aperta, una rabbia sempre viva dentro di sé. Abate mostra la capacità di guardare di nuovo il proprio paese senza aggiungere la retorica al proprio vissuto. Egli ha realizzato un grande mosaico la cui raffigurazione riguarda il tempo passato, grande.

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