Giu 29

“Il ballo tondo” di Carmine Abate

«Sono affascinato dalle rapsodie: sono storie tutta polpa, veloci e leggere, piene di metafore semplici ma efficaci», è proprio partendo da questa dichiarazione di Carmine Abate, posta alla fine dell’edizione Mondadori, che il Ballo tondo va letto.

Scritto all’inizio degli anni Novanta (1991) questo primo romanzo contiene in nuce già tutti i tratti fondamentali della produzione dello scrittore: innanzitutto l’attenzione alla propria terra e alle tradizione del suo popolo, alla cultura arberësche, che ingloba elementi albanesi e calabresi in un sistema che si fa armonico forse proprio in virtù dei forti contrasti che in essa si conciliano (si pensi ad esempio alle tradizioni culinarie, di cui però l’autore parla più approfonditamente nel suo ultimo romanzo). La vicenda è ambientata a Hora, paese ben noto al lettore dei romanzi di Abate, e si configura come una saga familiare nella quale vengono narrate, attraverso continui fash back e prolessi, le storie di una curiosa e insieme tradizionale famiglia, con un padre immigrato, una madre matrona, tre figli, un nonno saggio e depositario del passato e un cane, il fidato e vecchio Baialardo.

Ma il Ballo tondo è anche un vero e proprio bildungsroman, che narra la crescita del giovane Costantino, seguito nella arco di tempo che va dall’infanzia alla maturità, quando ultimati i suoi studi liceali e innamoratosi di una ragazza, decide di emigrare, come la maggior parte dei giovani di Hora, a Roma. La struttura del romanzo è quella delle antiche rapsodie: con un andamento ‘veloce e leggero’, infatti, Abate cattura il lettore, facendolo entrare in un mondo in cui alla normalità delle cose si affianca sempre un sostrato magico e ancestrale.

Il protagonista ha la stoffa del «visionario», come il nani Lisandro; per questo si attira spesso gli sfottò dei coetanei e, col suo atteggiamento «indisponente» da adulto, appare diverso rispetto agli altri bambini, ma allo stesso tempo non riesce a fare a meno di appassionarsi a tutte le storie improbabili, eppure piene di fascino, che sente raccontare al nonno e alle vecchie del paese. La sua vita viene segnata proprio da un episodio che gli fa guadagnare il soprannome di ‘Aquila’ e la fama di visionario: da bambino, infatti, mentre si trova tra vecchi della zona ad una grande fiera, vede, o crede di vedere, librarsi in cielo «l’Aquila con due teste», l’inverosimile volatile che, secondo la leggenda, secoli prima, avrebbe guidato i suoi antenati, fuggiti dall’Arberìa (Albania), attraverso il mare fino alle coste calabresi.

Ma l’essere oggetto di ludibrio da parte dei coetanei non basterà a arginare la voglia di Costantino di raccontare e di documentarsi su quella vicenda, sarà necessario l’intervento del padre per riportarlo alla realtà, il quale, a un certo punto, gli intima di farla finita con quella storia e di tornare coi piedi per terra. Ma questa figura paterna, che richiama il figlio alla realtà, è in fondo, anch’essa, avvolta da un’aura di mistero. ‘Il Mericano’ lo chiamano in paese, per un suo misterioso viaggio in America durato nove mesi senza che nessuno ne avesse mai conosciuto il motivo, finché poi un giorno sarà lui stesso a raccontare al figlio che quel viaggio si era svolto alla ricerca del padre, un padre che, apparsogli sotto forma di fantasma, lo aveva poi ricondotto a casa. Ma le stranezze di questo personaggio non finiscono qui: egli è, infatti, dotato di uno strano potere sulla gente, seduce e ammalia il prossimo, ed è l’unico che con la sua sola presenza è in grado di riportare la calma e la serenità in una famiglia straziata dai difficili e discutibili amori delle due figlie femmine; tanto che in una pagina si legge: «Il Mericano aveva questo potere da mago: faceva sparire i problemi, li soffocava con la sua presenza fisica. Gli bastò mezz’ora per ridipingere una pennellata di sorriso sulle labbra di Lucrezia» (pp. 126-127).

Una figura paterna, quella del ‘Mericano’ Francesco Avati, che per il fascino che emana e per il suo continuo andare e tornare dal paese natale, ricorda molto da vicino la figura del tedesco Wilhelm Gerace dell’Isola di Arturo di Elsa Morante. L’unico personaggio che non si farà mai incantare dal Mericano, dai suoi progetti e dal suo eccessivamente ingenuo ottimismo, è il vecchio Lisandro. Il saggio nonno (nani) che guarda le realtà circostante con sguardo gelido e consapevole e sa cogliere le più intime sfumature dei comportamenti umani. Lui che «il futuro non sa prevederlo» ma «sa leggere il persente» (p. 127), è infatti il solo, almeno finché non cresce Costantino, che non tollera le ipocrisie e le falsa ilarità dei familiari, e il modo in cui muore – ridendo amaramente alla vista dei parenti che cercano di ballare e cantare una vecchia vallja (un ballo tondo) senza però ricordarsi più le parole (pp. 214-215) – la dice lunga sulla natura di quest’uomo dotato di un «terzo occhio oscuro» sul viso.

L’idea che il romanzo veicola è che in quelle antiche credenze popolari, nelle favole e nelle leggende, ci sia sempre un fondo di verità, una verità ancestrale e illeggibile a chi ormai si è irrimediabilmente allontanato da un certo tipo di contatto puro con la gente e con la vita.

Altro elemento che Abate nelle parole qui citate in apertura considera fondamentale delle antiche rapsodie è la loro capacità di creare «metafore semplici ma efficaci», ancora una volta ci viene così offerta un’indicazione di lettura importante per decifrare alcune immagini del romanzo in chiave metaforica. Lo scrittore, infatti, è dotato di una grande sensibilità pittorica e le sue descrizioni sono sempre ricchissime di notazioni coloristiche (es. p. 67-68). Non a caso, inoltre, viene sottolineato più di una volta che il padre, in Germania, lavorava in una fabbrica «nel reparto dei colori» (p. 30).

Tra le varie tinte, che colorano le pagine del Ballo tondo, non può non saltare all’occhio la massiccia presenza del colore blu-azzurro. Un colore che, proprio in virtù della sua costante presenza, si carica di valenze simboliche precise: è il colore del benessere, della bellezza fisica e della serenità. Blu sono i capelli delle tre fate incontrate da Viatrice (p. 89), di Oralndina e anche quelli della bella Lucrezia che tragicamente si colorano di un ciuffo bianco al momento della sua straziante delusione d’amore (p. 140) e, magicamente, tornano blu quando lei ritrova la felicità (p. 156); azzurro è il cielo in cui Costantino vede l’aquila bicipite (p. 20); «azzurrine» sono perfino le mosche (p. 30) che in tutto il romanzo sono il simbolo del focolare domestico, della terra ospitante (al punto che sarà la prima cosa che la zonja Elena, la madre, noterà al suo rientro a casa dopo un anno di lontananza); «istruito e azzurro» sarà, inoltre, definito il maestro Carmelo Bevilacqua, responsabile dei dolori e delle gioie della giovane Lucrezia (p. 62). Ma ancora, la visione dell’Aquila bicipite, sarà rammentata da Costantino, a distanza di anni, come «la scena azzurra» (p. 87), una scena, si dice più avanti, di cui «lui conservava fotogramma nitidi e azzurri» (p. 153). Azzurre ancora saranno le cartoline che Isabella, la ragazza di cui Costantino si innamora, gli invierà da Roma (p. 162) e, per finire, «celesti e luminosi come il cielo dopo la pioggia» (p. 208) saranno gli occhi di Luca Rodotà, il rapsodo di Corone, intimo amico del nonno e, con lui, ultimo depositario della tradizione di un mondo che fu.

Un romanzo corale e sentimentale, che lascia una sensazione struggente di malinconia per la fine di quel ‘ballo tondo’, che, nella sua perfetta armonia di gesti e musica, diventa metafora di un’aspirazione a una vita ormai impossibile (p. 155). Quest’immagine di perfezione però, se non può più trovare posto nella vita, può ancora resistere nella pagina scritta. Così Abate crea un romanzo perfettamente circolare e cadenzato sull’andamento ritmico di un ballo: la storia è divisa in quattro parti, ognuna della quale è introdotta da antiche leggende e rapsodie tradotte in italiano (e distinte dal resto dal testo grazie all’adozione del corsivo) e la conclusione ricalca l’inizio con la ripetizione di quelle stesse evocative parole della vallja di Costantino che danno il titolo al primo capitolo del libro: Lojme lojme, vasha, vallen, che chiudono perfettamente il cerchio…almeno quello della narrazione.

 

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