Mag 26

L’oro del mondo

‹‹Perché viviamo?››, domandai.
‹‹Per noi stessi, – rispose lo zio Alvaro. – ‹‹Per la nostra memoria: e per che altro?›› Spiegò: ‹‹Per quelle poche pagliuzze di felicità che rimangono in fondo alla memoria, come l’oro sul fondo della bàtea…›› (p. 150).

Queste poche battute scambiate tra il protagonista Sebastiano e lo zio Alvaro compendiano per intero il senso del titolo del romanzo  L’oro del mondo, pubblicato da Vassalli nel 1987 presso la casa editrice Einaudi. Con sarcasmo grottesco e con risentita ferocia, l’autore gioca qui con la propria autobiografia per raccontare il passato anagrafico dell’intera nazione, rappresentata nel momento tragico dell’uscita dal fascismo e dominata, ieri come oggi, dal malcostume e dal trasformismo. Così la vicenda narrativa prende le mosse dal periodo critico della fine della guerra, ripercorrendo a ritroso la storia di un’epoca sognata più che vissuta, smemorata per scelta e misera per necessità. Un’epoca fuori dal tempo: come l’oro.

Nel libro, l’oro diventa infatti l’oggetto emblematico di una ricerca e di un’inchiesta inesauste; è il traguardo, mitico ma al contempo irraggiungibile, inseguito con accanimento dai cercatori della Valle del Ticino, dalla madre e dal padre di Sebastiano, da tutta una società in convulsa agitazione, affaccendata in una perpetua corsa al guadagno e all’arricchimento. Una folla scomposta di personaggi si accalca in uno spazio circoscritto, nel perimetro geografico compreso tra Novara, la Valle del Ticino e Milano; lo sguardo del narratore ne pedina da presso i movimenti nella giustapposizioni di tre diversi piani cronologici.

Di conseguenza, la vicenda privata del protagonista-narratore si intreccia qui con le vicenda pubblica del quarantennio di storia italiana che va dal 1946 al 1986, mentre il racconto si snoda parallelamente su più piani narrativi, assestandosi in una struttura a mosaico in cui ogni tessera si fa elemento dell’inchiesta. Al presente della narrazione, che coincide con la maturità del protagonista ed è segnato dal tema dell’establishment letterario e accademico trattato con derisione, si alterna la rievocazione dell’Italia arcaica e rurale del secondo dopoguerra. La vicenda ha inizio negli anni Ottanta, quando Sebastiano, divenuto uno scrittore affermato, progetta di scrivere un romanzo storico sull’Italia rifondata dalle ceneri del fascismo. Il romanzo ipotizzato dovrebbe avere per protagonisti dei personaggi storici: il re, Claretta Petacchi, il Duce e il commissario Polito. Ma, dopo poche pagine, l’intreccio si sfalda, le fila della trama si smagliano e la narrazione naufraga soverchiata dalla marea della memoria, da una pluralità di ricordi che prendono corpo, quasi involontariamente, e s’imprimono sulla pagina. Dell’antico disegno si conserva nel romanzo reale solo la figura del re: la sua immagine grottesca, che viene assunta a specchio dell’incompetenza e dell’irresponsabilità dell’italiano-tipo, apre e chiude L’oro del mondo.

Il nucleo centrale del racconto gravita però intorno alle vicende degli anni Quaranta e Cinquanta. Il tutto è narrato in retrospettiva, a partire dal 1986, quando si verifica l’evento luttuoso della morte di Alvaro, zio dell’io narrante e figura paterna sostitutiva. Da qui prende avvio una vicenda corale, che procede di pari passo alla rievocazione della storia d’Italia. Dall’eccidio di Cefalonia, cui Alvaro è sopravvissuto in modo rocambolesco, alla fine della guerra, dalla povertà all’industrializzazione, dall’avvento della televisione ai lavori di canalizzazione dei fiumi: Vassalli tratteggia il ritratto di un’epoca in cui l’avanzare della modernità cancella il volto arcaico e più genuino della nazione.

In questo teatro di sopraffazione, miserie e furberie, l’adolescente Sebastiano, maltrattato dal padre imbroglione, “infame” ed egocentrico, trascurato dalla madre che insegue il fatuo miraggio di un’eredità accudendo un nobile invalido, vive tra i cercatori d’oro della Valle del Ticino in compagnia del candido Alvaro.

Come lo zio, Sebastiano è un isolato, un outsider condannato a subire una serie ininterrotta di abbandoni e di soprusi, segnato dallo stigma della solitudine cui lo condannano i ripetuti rifiuti, che via via riceve dalla madre, dal padre, dai nonni, dall’amata Ferdinanda e, infine, in tempi più recenti, dall’editore che non pubblica il suo romanzo. In compagnia dello zio, Sebastiano trova rifugio tra gli abitanti della “osteria del Genio”: la locanda rappresenta per lui un osservatorio privilegiato, da cui guardare al vano affannarsi di una società corrotta, votata all’egoismo affaristico, dove la guerra di tutti contro tutti collabora paradossalmente a preservare l’immobilità di uno spietato status quo.

Se la storia è ‹‹un immenso letamaio›› (p. 150), in cui i gesti e i fatti si ripetono sempre uguali e grotteschi, pur nei rivolgimenti e nel mutamento delle circostanze esterne, i rapporti di forza tra i personaggi rimangono inalterati. In questo senso, con un moralismo di stampo manzoniano, Vassalli traccia una distinzione netta tra vittime (Sebastiano, Alvaro, i soldati e i prigionieri di guerra) e profittatori.

Personaggio-araldo della schiera dei faccendieri e dei violenti è l’‹‹infame››, il padre di Sebastiano, fiduciario del Fascio, che rappresenta, su scala minore, una sorta di controfigura parodica del Duce. Istrione ed egocentrico, l’‹‹infame›› esce vincente da ogni rovescio della fortuna, si adatta alle più variabili congiunture della storia: il suo luogo d’elezione è la piazza, dove può recitare i suoi assolo buffoneschi tra pantomima e melodramma. Contro questo personaggio grottesco e crudele, che, nella sua smania di potere e nel suo vitalismo senza freni, risulta forse il personaggio più riuscito dell’intero romanzo, si accaniscono gli strali della satira di Vassalli. Ogniqualvolta l’‹‹infame›› entra in scena, l’oggettività di una scrittura a funzione testimoniale cede il passo al furore espressionistico e alle oltranze dell’invettiva. In simili frangenti, la critica al malcostume si combina con la carica dolente ed esasperata di un autobiografismo risentito: ‹‹venivo trasportato come un pacco da Genova a Novara››, ricorda allora l’autore a proposito della propria infanzia nel volume Terra d’acqua. Novara, la pianura, il riso, ‹‹mio padre era un personaggio da romanzo (io, scrittore, sono figlio di un mio personaggio), la cui principale attività nella vita è stata quella di trafficare con le donne. Il momento centrale della sua vita, di gloria irripetibile, sono stati i mesi dell’occupazione tedesca e della Repubblica di Salò››.

L’oro del mondo è un romanzo complesso ma sempre godibile, che mescola cronaca, autobiografia, finzione, parodia, riflessione meta-letteraria, analisi di costume, nella convinzione che conoscere la storia di ieri sia la chiave privilegiata per comprendere le storture dell’Italia di oggi. Per indagare i mali del presente, l’autore fa la più impegnativa delle scelte: manipola i dati della propria autobiografia, utilizza il proprio nome (l’io narrante si chiama ‹‹Sebastiano Vassalli››), indossando una maschera di sé e giocando così con il proprio passato, per raccontare il passato di un’intera generazione.

Nella furia di questa prosa che aggredisce il reale, la scrittura si rivela allora lo strumento della rivendicazione contro gli oltraggi subiti nell’infanzia: lo strumento della vendetta e del disvelamento, che consente all’autore di ristabilire la “sua” verità, smascherando gli inganni della vita e della storia.

Sebastiano Vassalli, L’oro del mondo, Einaudi, Torino 1998.

luglio 2008

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