Mag 26

La notte della cometa

Dalla finestra vedo i “monti azzurri”, le rocce “strati su strati”, quasi profili di pagine del libro squinternato del mondo: e mi ricordo le parole di Dino, ciò che lui disse a Sibilla: “Questo è un paese dove ho molto sofferto. Qualche traccia del mio sangue è rimasta tra le rocce lassù”. Davvero io non so che cosa sono venuto a cercare a Marradi. Qui non ci sono carte, documenti- tutto è andato distrutto durante l’ultima guerra- e se anche trovassi qualche vecchio di cent’anni in grado di ricordare e di parlare, cosa potrebbe dirmi di Dino Campana: che era lo scemo del paese? Perché quella è l’unica verità; ma la verità non si dice.

Trae l’avvio dal piccolo centro fiorentino il lungo viaggio che Sebastiano Vassalli compie “con accanimento, con scrupolo, con spirito di verità” attraverso le tormentate vicissitudini che scandiscono la dolorosa parabola vitale del controverso autore dei Canti Orfici.

Sulla scorta della ricognizione serrata e minuziosa di ogni più piccola traccia documentaria, materiale d’archivio, testimonianze biografiche, referti medici, rapporti giudiziari, lo scrittore ripercorre le fasi cruciali della “leggenda” Campana. Dagli anni dell’infanzia sino alla tempestosa maturità, la narrazione si fa carico di scavare con lucidità demistificante e accesa tensione etica nel groviglio di circostanze pretestuose, procurate o perversamente fortuite che ordirono intorno al poeta di Marradi un destino di insana nomea, segregazione manicomiale, ostracismo intellettuale. Ed è un destino le cui trame si delineano già nell’ambiente familiare ritratto nelle pagine di Vassalli come un microcosmo punitivo insidiato dallo spettro del gene ereditario di uno “zio Pazzo”, abitato da un padre, il maestro Giovanni Campana succube della moglie Fanny “ sana, energica, intelligente, risentita”, piena di inspiegabile avversione per quel primogenito che a soli quindici anni apostrofa con gli epiteti di “mostro”, “demonio”, “anticristo”.

Dall’aura demoniaca ai sospetti di “demenza” il passo è breve e l’ombra scura del ricovero per malattia mentale si profila sin da adolescente sulle sorti future di Campana addensandosi sempre più cupa sugli eventi cruciali della sua burrascosa biografia: dalle censuranti permanenze in collegio ai faticosi studi liceali, all’espulsione dall’Accademia militare, ai periodi di avventuroso vagabondaggio sino alla sofferta relazione con Sibilla Aleramo. In filigrana all’intricato mosaico del vissuto familiare, sociale, affettivo di Campana scorre il racconto della sua formazione poetica cui Vassalli dà vita attraverso l’impiego sapiente delle testimonianze autografe, di inserti poetici e prosastici tratti dai Canti Orfici declinati di volta in volta a lumeggiare gli snodi cruciali della vita reale.

L’opera che il poeta nutre in sé per tutta la vita  e che trae alimento dalle occorrenze, dagli accadimenti della vita vissuta si distende lungo tutto il romanzo, come il canovaccio, trasfigurato inventivamente, di un’autobiografia interiore. L’incontro determinante con la città di Firenze, “focolaio di cancheri” eppure pregna di quell’ “energia primordiale di cui inossare i fantasmi”, la giovanile infatuazione dannunziana, l’esperienza tragica del ricovero al manicomio di Imola, la sofferenza per una devastante malattia venerea, il viaggio in America si avvicendano sulla pagina, costantemente postillati, commentati, persino smentiti dalle interpolazioni della voce narrante. E se Tomasi di Lampedusa nei Ricordi d’infanzia si avvale esplicitamente del “diritto di mentire per omissione”, Vassalli sceglie piuttosto di colmare i vuoti con l’invenzione:

Agosto 1905. In seguito ad un’ennesima scenata “Fanny” va a stare qualche giorno dai suoi parenti a Premilcuore e noi approfittiamo della circostanza per immaginarci una sorta di “consiglio di famiglia”, un breve dialogo tra i fratelli Campana che rappresenti e sintetizzi l’atteggiamento di ognuno nei confronti di Dino. Esordisce il padre: “Io non so più che pensare di codesto figliolo. Credetemi le ho provate tutte”. “A parlarci insieme sembra ragionevole, lo sapete: buono con tutti tranne con la madre; d’intelligenza superiore alla media; ma c’è in lui un elemento perverso che vanifica anche le sue qualità positive. Che s’ha da fare? Dite voi. S’ha da trovargli un impiego magari lontano da Marradi per costringerlo a badare a se stesso ? S’ha da dargli un’ultima possibilità di terminare gli studi? S’ha da portarlo in manicomio per un periodo di cure? […] “E’ un giovane disorientato, – dice Francesco- . Forse tutto quello che gli è successo finora gli è successo per colpa sua, ma non si può sempre contrastarlo e ignorare le sue inclinazioni. Diventa matto per forza”.

La penna del romanziere ricostruisce quadri familiari, ricrea fitti “dialoghi immaginari”, non teme di sconfessare, con ironia tagliente, presunte verità documentarie in un andamento narrativo che si modula sulle assonanze tematiche, sui richiami interni agli eventi sempre però calibrati sulla voluta fedeltà alle coordinate spazio temporali.

E in questa sua ricognizione della “leggenda marradese” rivestono un ruolo focale le rocambolesche vicissitudini che accompagnano la gestazione editoriale dei Canti Orfici la cui rievocazione trae l’avvio, nel romanzo, da una lettera che Campana invia a Cecchi nel marzo del 1916:

Allora fuggii sui miei monti, sempre bestialmente perseguitato e insultato e scrissi in qualche mese i Canti Orfici includendo cose già fatte. Dovevano essere la giustificazione della mia vita perché io ero fuori dalla legge, prima che finissi di morire assassinato colla complicità del governo, in barba lo Statuto. Venuto l’inverno andai a Firenze all’Acerba a trovare Papini che conoscevo di nome.

La voce di Vassalli sembra da questo momento in poi mimetizzarsi nel vibrato sdegno del poeta fiorentino per gli “editori-scrittori”, per i parvenus della letteratura, devoti alle “regole del gioco letterario, il trasformismo, il servilismo, l’adattamento all’ambiente”. Papini, Soffici, il mondo delle riviste, dalla “Voce” a “Lacerba”, il circolo elitario delle “Giubbe Rosse”, vengono investiti da una luce impietosa: “s’atteggiano, matteggiano, si gerarchizzano, si preparano all’appuntamento con la gloria”. La narrazione si fa carico  di ripristinare gli equilibri di una ingiusta vicenda di emarginazione umana e intellettuale e l’autore non esita a marcare la miopia morale e letteraria dei grandi nomi della poesia di primonovecento. In particolare è sull’autore del Lemmonio Boreo, di Simultaneità e chimismi lirici che gravano le responsabilità più onerose: “questo signor Ardengo Soffici- pittore, poeta, moralista e vice-Papini all’epoca di “Lacerba”-  è poi anche con ogni probabilità l’inventore e il primo divulgatore della “leggenda Campana” tra i letterati di Firenze”. Pesa, soprattutto, su Soffici e Papini, la vicenda del manoscritto dei Canti Orfici “mai letto e mai restituito” a dispetto delle reiterate, umilianti richieste del “matto” marradese e che vedrà la luce tipografica soltanto grazie alla strenua tenacia del suo autore, al suo gesto di rivalsa verso i due “corruttori dell’arte e del costume nazionali”.

Sofferenza fisica, delirio, lucida progettualità, indomita selvatichezza si avvicendano in una ridda desultoria nell’interiorità scossa di Campana cui Vassalli dà voce restituendone appieno le oscillazioni contraddittorie, i repentini moti dell’animo e del pensiero. E’ una ‘drammatizzazione’ degli stati coscienziali che si inerpica sino al tumulto nel racconto del parossistico legame con Sibilla Aleramo, emblema della sensualità più inebriante e al tempo stesso, nei violenti accessi di gelosia morbosa, “incarnazione dell’empia anima femminile”, insidia per il suo “puro accento di poeta”. Al culmine di un rapporto schizofrenico fatto di fughe, ritorni, scontri e attrazioni fatali si staglia, inesorabile, per Campana il ricovero in manicomio, ripercorso da Vassalli con cruda intensità.

L’ investitura con la “divisa ospitaliera in lana marrone e berretto rotondo in medesimo tessuto”, gli snervanti interrogatori dei medici, le devastanti sedute di elettrochoc offendono la dignità di “Dino Edison” non meno della epurata riedizione per Vallecchi dei Canti Orfici sino alla morte fulminante per un misterioso processo infettivo che lo coglie nel febbraio del 1932. “Essere un grande artista non significa nulla: essere un puro artista ecco ciò che importa” annota Campana in epigrafe al manoscritto ritrovato nell’armadio di Soffici ed è questa “purezza” che Vassalli eleva ad esemplarità unica della sua nozione di “poeta”. “Primitivo, “esiliato nel presente”, il vero artista che sia Leopardi, Campana o Villon, non “baratta la poesia con machiavellismo, tecnica cerebrale, frasaismo borghese” ma, diverso ed estraneo alla società a lui contemporanea, compie il suo percorso fatale, eclatante e fulmineo, come il transito della cometa di Halley. Non a caso Vassalli pone sotto l’egida della cometa il viaggio terrestre di Dino Campana nelle cui sorti scorge l’eccezionalità dell’arte più che l’anomalia di una vita, come se l’accidentato cammino artistico del poeta fiorentino gli avesse offerto l’occasione inventiva per una implicita dichiarazione di poetica personale:

Non mi sento “biografo”, scrive nell’epilogo del romanzo, “cercavo un personaggio con certi particolari connotati. Il caso me l’ha fatto trovare  nella realtà storica e da lì l’ho tirato fuori[…] Ma se anche Dino non fosse esistito io ugualmente avrei scritto questa storia e avrei inventato quest’uomo meraviglioso e “mostruoso”, ne sono assolutamente certo. L’avrei inventato così.

giugno 2009

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