Mag 26

Il giorno della “censura”. Sciascia e Vassalli in una edizione scolastica

… e il capitano Bellodi, in quel momento, non sapeva tenerne conto; e questa distrazione avrebbe pagato con una piccola censura.

Se provassimo a sostituire in questo passo il nome del protagonista del Giorno della civetta con quello del suo autore, otterremo il risultato insieme inatteso e beffardo di riassumere una vicenda editoriale segnata da una “censura” a dire il vero non proprio “piccola”: quella dell’edizione scolastica, uscita nel 1972 per i tipi di Einaudi con la prefazione dell’autore e le note di Sebastiano Vassalli, del racconto più noto e tradotto dello scrittore di Racalmuto.

A quell’altezza cronologica Leonardo Sciascia, oramai scrittore affermato, ha al suo attivo Il consiglio d’Egitto (1963), La morte dell’inquisitore (1964), A ciascuno il suo (1969), La corda pazza (1970) e Il contesto (1971). Dal canto suo, l’estensore delle note, Sebastiano Vassalli, ha invece da poco mosso i primi passi, ancora pregno degli umori e soprattutto dei malumori neoavanguardistici (che di lì a poco stigmatizzerà con livore nel suo pamphlet Arkadia. Carriere, Caratteri, Confraternite degli impoeti d’Italia, 1983), dando alle stampe alcuni volumetti di poesie, tra cui Lui (egli) (1965) e Disfaso (1968), e le prose sperimentali Narcisso (1968) e Tempo di massacro: romanzo di centramento & sterminio (1970). Ed è soprattutto ancora di là da venire la polemica innescata dallo stesso Vassalli, alla vigilia dell’uscita del suo romanzo Il cigno (1993), sulla presunta omertà degli scrittori siciliani.

In realtà, proprio nell’imo dell’edizione scolastica da Vassalli curata, si possono intravedere i prodromi di tutto questo. Il romanzo di Sciascia infatti, col corredo delle note dell’autore della Chimera ma soprattutto in forza dei tagli voluti dalla casa editrice, si fa forse pericolosa soglia, l’ambiguo indicatore di un percorso che avrebbe condotto Vassalli in collisione con lo scrittore di Racalmuto e non solo: cosa che in realtà aveva intuito Vincenzo Consolo, autore di un pezzo pubblicato sul “Messaggero” il 16 dicembre 1993 col titolo Ma Sciascia codardo no, in cui si trovano alcuni precisi riferimenti alla censura praticata, all’insaputa di Sciascia, nell’edizione Einaudi “Letture per la scuola media”:

Le modifiche più gravi, a parte la sostituzione, allora comprensibile, di parole come ‘pigliainculo’ con ‘cornuto’, erano due: 1) la soppressione di un’intera pagina in cui il protagonista, il capitano Bellodi, raccontava ai suoi amici di Parma del medico di un carcere siciliano che a brutte conseguenze era andato incontro perché coraggiosamente aveva denunziato che i detenuti mafiosi, sani come pesci, godevano del privilegio di starsene beatamente nell’infermeria, mentre altri, seriamente malati, languivano nelle celle; 2) l’eliminazione di una nota finale nella quale l’autore, ironicamente e amaramente, diceva a chiare lettere che in Italia non c’era libertà di espressione (correva l’anno di grazia 1961: c’era stato nel 1960 il luglio di Tambroni; qualche anno prima erano stati arrestati per “vilipendio” Renzi e Aristarco, sceneggiatori del romanzo di Renzo Biasion Sagapò; parlamentari fascisti chiedevano l’incriminazione di Dante Troisi per il libro Diario di un giudice; c’erano le continue condanne morali, la persecuzione nei confronti dello ‘scandaloso’ Pasolini, dei suoi libri… – ah, come perdiamo presto la memoria storica!), e dichiarava quindi Sciascia di essere stato costretto ad ‘asciugare’ il racconto, a spingerlo cioè dalla linea della coincidenza con la realtà contingente, che la cronaca allora s’incaricava, come ancora oggi, di profondamente marcare e irrigidire, alla zona dell’allusività, della metafora letteraria.

Un vago accenno alla questione si può ricavare anche dal Maestro di Regalpetra (1996) di Matteo Collura, a pagina 171, laddove l’autore, facendo riferimento all’edizione incriminata, a un certo punto scrive: “L’edizione scolastica del romanzo (le cui note erano state curate da Sebastiano Vassalli, il futuro autore della Notte della cometa) viene a dare agli studenti e ai loro insegnanti nuovi motivi di riflessione, li induce a trattare gli argomenti che nella società italiana sono ormai esplosivi.

Quell’edizione, però, era stata censurata all’insaputa dell’autore, il quale solo dopo qualche anno apprendeva da un insegnante che i brani in cui più si evidenziavano complicità e connivenze erano scomparsi. Sciascia protestò. Il direttore editoriale dell’Einaudi, Ernesto Ferrero, assicurò che nelle successive ristampe le parti espunte sarebbero state reintegrate, ma non si riuscì mai a sapere chi, in casa editrice, avesse fatto quelle censure” (in realtà, almeno sino all’undicesima edizione scolastica del Giorno della civetta, non verrà effettuata nessuna ricucitura filologica del testo). Dunque, da quanto riportato da Collura, gli arbitrii editoriali riguarderebbero i passaggi più problematici del romanzo, quelli da cui è possibile cavar fuori il rapporto ambiguo tra politica e mafia, tra l’amministrazione della cosa pubblica e gli interessi di cosa nostra: come vedremo, le cose non stanno solo così.

Procediamo con ordine, dunque, passando in rassegna gli interventi effettuati sul testo, che sono quasi tutti di censura, e poi due note astiose e un apparente refuso. Nella collazione che si eseguirà, l’edizione di riferimento è quella Bompiani, nel primo dei tre tomi che raccolgono quasi tutta la produzione sciasciana, a cura di Claude Ambrosie (Opere 1956-1971, Milano 1987).

La prima ingerenza la si riscontra ad apertura, proprio dove “Il bigliettaio bestemmiò” (p. 391), come si legge nella edizione Bompiani, diventa “Il bigliettaio imprecò” (p. 11: da ora l’edizione scolastica sarà indicata con E), e così anche nelle pagine successive: di certo per addolcire la pronuncia sciasciana agli occhi di lettori adolescenti, espungendone l’offesa a Dio (“Ogni bestemmia – ha scritto Cesare Pavese nel Mestiere di vivere – è un colpo di martello sui chiodi della croce”). Ma per disinnescare la blasfemia del bigliettaio, impenitente bocca sacrilega, non solo si effettua la sostituzione della voce verbale, ma addirittura un intero periodo viene cassato, a scapito anche della comprensione della chiosa finale.

Nessuno rispose. Il bigliettaio bestemmiò, era un bestemmiatore di fama tra i viaggiatori di quella autolinea, bestemmiava con estro: già gli avevano minacciato licenziamento, ché tale era il suo vizio alla bestemmia da non far caso alla presenza di preti e monache sull’autobus. Era della provincia di Siracusa, in fatto di morti ammazzati aveva poca pratica: una stupida provincia, quella di Siracusa; perciò con più furore del solito bestemmiava.

Così nell’edizione Bompiani (da qui in poi B).
Questa è invece la lezione einaudiana:

Nessuno rispose. Il bigliettaio imprecò. Era della provincia di Siracusa, in fatto di morti ammazzati aveva poca pratica: una stupida provincia, quella di Siracusa; perciò con più furore del solito imprecava (E, 12).

Ma tra un primo intervento e l’altro, va anche registrato un vero e proprio cambio di mano: subito dopo lo sparo, infatti, esploso nella piazza “silenziosa nel grigio dell’alba”, ecco cosa accade:

Nell’autobus nessuno si mosse, l’autista era come impietrito, la destra sulla leva del freno e la sinistra sul volante (B, 391).

Ma non è però così pietrificato l’autista, se è vero che nell’edizione scolastica è la “sinistra” che sta “sulla leva del freno” e la “destra” invece “sul volante” (E, 12).

Oltre però alle numerose cancellazioni effettuate nel racconto sciasciano, va anche registrata una velata astiosità del curatore, che si affaccia da alcune note. Prendiamo ad esempio pagina 15, la nota 4, laddove Vassalli chiosa il vezzo di Sciascia di indicare il luogo dell’ambientazione della vicenda narrata con una lettera maiuscola puntata, nella fattispecie “S.”:

Il nome del paese in cui si ambienta questo primo delitto, così come tutti gli altri nomi di paesi o città della Sicilia, è indicato nel romanzo con la sola lettera iniziale: e se ne intende facilmente il motivo. Perché le storie di delitti compiuti dalla mafia si assomigliano tutte, un riferimento preciso ad una determinata località avrebbe potuto essere inteso come riferimento preciso ad un determinato delitto, compiuto dalla mafia in quella località (E, 15).

Per restare ancora nell’ambito delle note, compulsiamo pagina 16, la nota 1, a proposito della reticenza del bigliettaio, della sua smaccata insincerità: “Il bigliettaio è piuttosto restio a dire la verità, a testimoniare: antica paura del siciliano di fronte ai rappresentanti della legge” (E, 16). Per non dire della nota 2 che si trova poco dopo, relativamente alla vergogna provata dai fratelli Colasberna per il luogo in cui si trovano, una sala della Stazione dei carabinieri. Commenta Vassalli:

L’uomo del popolo, un po’ ovunque ma particolarmente in Sicilia, considera ancor oggi la Stazione Carabinieri come luogo di disonore per chi vi è convocato e anticamera della galera… (E, 19).

Andando avanti nella lettura, ci si accorge che, per una sorta di irresistibile imperativo puritano (che può starci, considerata la fascia di lettori), tutte le imprecazioni vengono smorzate: “Accidenti, se sa trattare” (E, 26) al posto di “Cristo, se sa trattare” (B, 401).

E ci vuol poco perché si noti la seconda lacuna, laddove è in corso uno scambio di battute tra due siciliani. La scena si svolge in un bar della capitale:

Erano in un caffè di Roma: una sala tutta rosa e silenziosa, specchi, lampadari come grandi mazzi di fiori, una guardarobiera bruna e formosa, da sbucciare come un frutto di quel suo grembiule nero: ‘non da farglielo levare’ pensavano l’uomo bruno e l’uomo biondo ‘da scucirglielo addosso’ (B, 402).

Sotto l’intransigente mannaia redazionale, questo passaggio “castamente” brancatiano così si presenta:

Erano in un caffè di Roma: una sala tutta rosa e silenziosa, specchi, lampadari come grandi mazzi di fiori, una guardarobiera bruna e formosa (E, 28).

Dai tagli di considerazioni più o meno pruriginose, si passa a quelli più strettamente ideologici: di scena sono ancora l’uomo bruno e l’uomo biondo poc’anzi sorpresi al bar, entrambi isolani come s’è visto. Uno dei due dice all’altro:

“I miei nervi ora sono forti come le corde di un argano: non sono più quello di trent’anni addietro. Ma dico: si è mai sentito uno sbirro parlare così a un galantuomo? È un comunista, solo i comunisti parlano così”.
“Non sono solo i comunisti, purtroppo: anche nel nostro partito (la Democrazia cristiana, n.d.a.) ce ne sono che parlano così… Se tu sapessi la battaglia che dobbiamo sostenere giorno per giorno, ora per ora…”
“Lo so, ma io faccio giudizio netto: sono comunisti anche loro”.
“Non sono comunisti” disse malinconicamente assorto l’uomo biondo.
“Se non sono comunisti, basterà che il papa dica quello che deve dire, ma che lo dica chiaro e forte, e resteranno imbalsamati”.
“Non è così semplice… Ma lasciamo perdere: torniamo alle cose nostre…” (B, 403-404).

Questo è invece il passo purgato:

– I miei nervi ora sono forti come le corde di un argano: non sono più quello di trent’anni addietro. Ma dico: si è mai sentito uno sbirro parlare così a un galantuomo? È un comunista, solo i comunisti parlano così.
– Lasciamo perdere: torniamo alle cose nostre… (E, 30).

Se fino a poco prima, gli accorciamenti della prosa sciasciana avevano rimosso blasfemie o indugi blandamente piccanti, ora si passa a ben altro: a rimanere fuori infatti sono confessioni imbarazzanti, che pizzicano il politicamente corretto di allora (e forse anche di ora).

Ma poco dopo è di nuovo lo Sciascia pruriginoso a essere bacchettato:

Il brigadiere guardava inquieto la strada e pensava stipendio e spese, moglie e stipendio, televisione e stipendio, bambini ammalati e stipendio. Il carabiniere-autista pensava Europa di notte, che aveva visto la sera prima, e Coccinelle che era un uomo, e come è possibile, e vorrei vedere com’è uomo… (B, 414).

Così invece nell’edizione scolastica:

Il brigadiere guardava inquieto la strada e pensava stipendio e spese, moglie e stipendio, televisione e stipendio, bambini ammalati e stipendio. Il carabiniere-autista pensava Europa di notte, che aveva visto la sera prima… (E, 46).

Nella nota 1, Vassalli spiega che Europa di notte è un film-documentario sulle attrazioni notturne delle maggiori città europee: ma da queste attrazioni è stata espunta quella rappresentata da “Coccinelle”, nome d’arte di Jacqueline-Charlotte Dufresnoy, nata Jacques (1931-2006): fu una ballerina e attrice transessuale francese. Debuttò nel mondo dello spettacolo nel 1953 come travestito. Cinque anni dopo, cambiò sesso (il primo a farlo in Francia) mutando il nome in Jacqueline-Charlotte. Il suo caso, all’epoca nuovissimo, venne inevitabilmente trattato dalla stampa di tutto il mondo.

Tra tagli e aggiustamenti, c’è spazio pure per un probabile refuso, che richiede l’inserimento di una nota chiarificatrice: siamo, nel racconto, alla fenomenologia dell’ingiuria.

“Se permette” disse il carabiniere Sposito (insinuandosi tra il capitano Bellodi e il maresciallo, n.d.a.), per la sua immobilità divenuto come invisibile in quella stanza “se permette posso dirne qualcuna, di ingiurie che sono nomi di cose: lanterna, uno che ha gli occhi svasati come lanterne”; “svasati”, dunque, ossia allargati in basso, che però, nell’edizione scolastica, diventano “scasati”, e così chiosa Vassalli: “Scasati si intendono gli occhi bovini, ovati diceva Pirandello: sporgenti cioè, e inespressivi. Come le lanterne di una carrozza o i fari di una automobile (quando le automobili somigliavano di più alle carrozze)” (E, 52).

Per arginare la pur latente coprolalia sciasciana, in casa editrice Einaudi corrono più volte ai ripari:

Il popolo, la democrazia… sono belle invenzioni: sono inventate a tavolino, da gente che sa mettere una parola in culo all’altra e tutte le parole nel culo dell’umanità, con rispetto parlando… (B, 425).

Per parlare davvero con rispetto, ecco come diventa la riflessione di don Mariano Arena:

Il popolo, la democrazia… sono belle invenzioni: cose inventate a tavolino, da gente che sa mettere una parola sull’altra e tutte le parole sulla schiena dell’umanità, con rispetto parlando… (E, 63).

E sempre al fine di parlare con rispetto, l’intercalare ingiurioso “La soddisfazione, sangue di Dio” (B, 426), viene mutato in “La soddisfazione, perdio”.

Ogni tanto capita pure che ci si distragga, e il verbo “bestemmiò” (B., 444), già diverse volte edulcorato, rimane tale e quale (E, 88).

Ma non tarda ad arrivare l’ennesima espunzione di un breve, innocente brandello di prosa “brancatiana”:

… ‘Sì, vi ascolto’… La signora esplose dal letto nuda e bellissima; usava, come un’attrice famosa, andare a letto vestita di Chanel numero cinque: il che serviva a svegliare i sensi di sua eccellenza e ad assopirne quel burocratico ingegno che, nei giorni della repubblica di Salò, aveva dato il meglio di sé. Avvolgendosi in un copriletto di piume e in un nimbo di sdegno, la signora uscì: seguita dallo sguardo ansioso di sua eccellenza. ‘Benissimo’ proseguì sua eccellenza… (B, 454).

Da «“Sì, vi ascolto” » infatti, si passa subito a « “Benissimo” proseguì sua eccellenza…”» (E, 97).
Il taglio successivo è ai danni nientemeno che di Pirandello: il capitano Bellodi sta analizzando la natura del delitto passionale in Sicilia, e come stampella per il suo ragionamento tira fuori una citazione letteraria, che dall’edizione Einaudi viene fatta fuori:

Quel personaggio di nome Ciampa, nel Berretto a sonagli di Pirandello: parlava come se nella sua bocca ci fosse la Cassazione a sezioni riunite, tanto accuratamente notomizzava e ricostituiva la forma senza sfiorare il merito (l’umano peso dei fatti, n.d.a.). E Bellodi si era imbattuto in un Ciampa proprio nei primi giorni del suo arrivo a C.: tale e quale il personaggio di Pirandello, piovuto nel suo ufficio non in cerca d’autore, che già lo aveva avuto grandissimo, ma in cerca, stavolta, di un verbalizzante sottile; e perciò aveva voluto parlare a un ufficiale, parendogli il brigadiere incapace di cogliere il suo loico rabesco (B, 460-461).

C’è poi la sostituzione della parola “pigliainculo” (B, 466), cosa di cui s’era già accorto Consolo, con “cornuto” (E, 118), nel passo in cui don Mariano Arena teorizza cinque categorie a proposito dell’umanità intera, e un “Cristo di Dio” (B, 469) che diventa “perdio” (E, 121).
Subito dopo arriva la censura bella e buona (“la soppressione di un’intera pagina” scrive Consolo), che riguarda il racconto fatto dal capitano Bellodi a un suo amico di Parma riguardo alla denuncia fatta da un medico di un carcere siciliano e alle tragiche conseguenze innescate:

Bellodi raccontò la storia del medico di un carcere siciliano che si era messo in testa, giustamente, di togliere ai detenuti mafiosi il privilegio di risiedere in infermeria: c’erano nel carcere molti malati, ed alcuni addirittura tubercolotici, che stavano nelle celle e nelle camerate comuni; mentre i caporioni, sanissimi, occupavano l’infermeria per godere di un trattamento migliore. Il medico ordinò che tornassero ai reparti comuni, e che i malati venissero in infermeria. Né gli agenti né il direttore diedero seguito alla disposizione del medico. Il medico scrisse a ministero. E così, una notte fu chiamato dal carcere, gli dissero che un detenuto aveva urgente bisogno del medico. Il medico andò. ad un certo punto si trovò, dentro il carcere, solo in mezzo ai detenuti: i caporioni lo picchiarono, accuratamente, con giudizio. Le guardie non si accorsero di niente. Il medico denunciò l’aggressione al procuratore della Repubblica, al ministero. I caporioni, non tutti, furono trasferiti ad altro carcere. Il medico fu dal ministero esonerato dal suo compito: visto che il suo zelo aveva dato luogo ad incidenti. Poiché militava in un partito di sinistra, si rivolse ai compagni di partito per averne appoggio: gli risposero che era meglio lasciar correre. Non riuscendo ad ottenere soddisfazione dell’offesa ricevuta, si rivolse allora a un capomafia: che gli desse la soddisfazione, almeno, di far picchiare, nel carcere dove era stato trasferito, uno di coloro che lo avevano picchiato. Ebbe poi assicurazione che il colpevole era stato picchiato a dovere (B, 480-481).

A evaporare, assieme al racconto sconveniente di Bellodi, è pure la nota finale di Sciascia, quella evocata da Consolo all’inizio del suo pezzo, e che si chiude con una dichiarazione di resa potremmo dire:

Sostanzialmente, dalla prima alla seconda stesura, la linea del racconto è rimasta immutata: è scomparso qualche personaggio, qualche altro si è ritirato nell’anonimo, qualche sequenza è caduta. Può darsi il racconto ne abbia guadagnato. Ma è certo, comunque, che non l’ho scritto con quella piena libertà di cui uno scrittore (e mi dico scrittore soltanto per il fatto che mi trovo a scrivere) dovrebbe sempre godere. Inutile dire che non c’è nel racconto personaggi o fatto che abbia rispondenza, se non fortuita, con persone esistenti e fatti accaduti” (pp. 482-483). Commenta a questo punto Consolo: “Malgrado, dunque le necessarie, sconfortanti dichiarazioni dell’autore, il racconto, destinato alle scuole, appariva all’editore ancora pericoloso: e lo censurava. Censura che veniva operata con la consapevolezza e quindi con l’avallo del curatore del libro stesso, dell’estensore delle note: Sebastiano Vassalli.

Ma torniamo per un attimo al Maestro di Regalpetra di Collura, dove si dice che i brani scomparsi riguarderebbero i passaggi più sconvenienti, da cui verrebbero fuori complicità e connivenze. Come s’è visto, le forbiciate al racconto di Sciascia hanno incrudelito anche in altre direzioni. Senza però, quasi miracolosamente viene da dire, scalfire quello che da non pochi è stato indicato come il passo più ambiguo e quasi sfuggente del racconto: il più paludoso, quello da cui il capo mafia pericolosamente si erge quasi a filosofo. Stiamo facendo riferimento al “saluto delle armi” tra don Mariano Arena e il capitano Bellodi:

… ‘Lei – è don Mariano a parlare – anche se mi inchioderà su queste carte come un Cristo, lei è un uomo…
‘Anche lei’ disse il capitano con una certa emozione. E nel disagio che subito sentì di quel saluto delle armi scambiato con un capo mafia, a giustificazione pensò … (B, 467).

Nessun taglio, dunque, si registra in questa maligna pericope.

Con la promessa inevasa di ripristinare il testo del racconto, fatta dal direttore editoriale dell’Einaudi Ernesto Ferrero, come annota Matteo Collura, si chiude il caso, senza però venire mai a capo dell’identità di chi avesse fatto quelle censure. Nessuno dunque sarebbe stato “inchiodato su quelle carte come un Cristo”, per dirla ancora con Sciascia.

luglio 2008

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