Mag 10

La foto di orta

Il malato scosta a fatica il cortinaggio dal letto. Con mano malferma afferra dal comodino un bicchiere d’acqua e ne beve avidamente, mentre gli occhi vagano vuoti sulla veduta di una fontana del Bernini appesa alla parete. “Fotografia” mormora di nuovo tra sé lasciandosi ricadere all’indietro sui cuscini. “Lago”, rigira la parola nella bocca, come un bombone saporito; poi scoppia in una risata a mandibola battente.

Il “malato” che si dibatte tra i tormenti di una lunga e penosa agonia è il celebre filosofo Friedrich Nietzsche, il “lago” è lo specchio d’acqua di Orta, dal nome del paese piemontese ai piedi del quale si estende, e la “fotografia” è il tassello da cui si irradia l’ispirazione narrativa di Laura Pariani.

La foto di Orta è infatti il titolo scelto dalla scrittrice di Busto Arsizio per il romanzo edito da Rizzoli nel 2001 e al tempo stesso è anche il nucleo ideativo da cui si dipana la storia che prende corpo in queste pagine. In realtà, più che narrare eventi la Pariani affonda con la forza evocativa della sua penna nel grumo frastagliato dei ricordi che legano il filosofo tedesco ad un viaggio compiuto in Italia tra il 1882 e il 1888.

Sono ricordi confusi, minati da un’incalzante affezione della mente, barlumi dei quali sopravvivono affidati alle immagini fotografiche tra cui spicca, si isola e si ingigantisce, nella memoria logorata del protagonista come nella affabulazione della scrittrice, proprio quella foto di Orta che lo ritrae sullo sfondo del lago insieme a Lou von Salomé, la “bella slava” da lui amata tempestosamente sino alla morte.

“Forse è normale che il nucleo di una storia abbia perlomeno all’inizio, qualcosa di tenacemente opaco, di mancante, di vuoto”, rileva l’autrice nel suo colloquio muto con quei “frammenti” di vita fotografica che la tengono prigioniera in una “telaragna” di suggestioni, che dallo “spazio nero” dei loro silenzi le urgono: “Tu racconterai”. E lei racconta, accetta di solcare i ‘vuoti’ che accostano in un destino fatale le sorti dei quattro personaggi ritratti nelle foto: il professor Nietzsche, sua sorella Elisabeth, “lama” che lo fagocita nelle spire ossessive di un egocentrismo eslusivista e morboso, l’amico Paul e la giovane Salomé. Della loro fugace permanenza ad Orta rimane uno scarno incartamento custodito dal filosofo sino alla morte, “Ricordo del Monte Sacro” reca l’intestazione e in esso un biglietto vergato da mano femminile con il riferimento ad una gita a due sul monte che sovrasta il lago.

Su quanto possa essersi consumato in quell’incontro, l’euforia, la proposta di matrimonio, l’inatteso rifiuto della donna, si intesse il filo inventivo del racconto, l’attraversamento dei turbamenti che da quell’episodio cruciale la scrittrice immagina abbiano attanagliato la vita interiore del suo personaggio, progressivamente insidiato dall’ “enorme acido male che gli corrode il cervello” e dalla distruttiva azione segregante della sorella.

“Immaginare è solo un modo diverso di essere nelle cose: pensandole vere per il tempo necessario a comprenderle” ci ricorda l’autrice man mano che si addentra, complice la fascinazione che emana dalle foto, nei pensieri, nelle sensazioni, negli sconvolgimenti che forse hanno alimentato l’accidentato vivere del professore. Coscienza e memoria, passato e presente si fondono nel flusso narrativo che alimenta l’intero romanzo in un serrato, voluto dialogo virtuale tra la voce autoriale e la voce del personaggio cui la parola scritta conferisce spessore corporeo, di cui riscatta le angosce, risarcisce le frustrazioni somatizzandone ferite e rimpianti. Con suasività sapiente la narrazione si insinua tra le pieghe taciute di inquietudini vissute sul crinale tra finzione e realtà: la ricostruzione ‘inventata’ delle vicissitudini del protagonista si evolve infatti inframmezzata da lunghi ‘assoli’ in corsivo in cui si condensa tutta la tensione della scrittrice che si interroga sul senso del proprio scrivere.

Un romanzo nel romanzo si intesse sulla trama di tali ‘lasse’ metanarrative modulate, senza alcun compiacimento intellettualistico, su un’autentica ricerca di illimpidimento che sempre più si declina come istanza cononoscitiva, spinta all’auscultazione dei silenzi interiori, tenace anelito a penetrare nei nodi irrisolti dell’esistenza umana:

Certe domande si conficcano dentro di noi, fanno male, nascondono un pericolo, ma sul momento non riusciamo a venirne a capo. Solo dopo, a vita andata, ci si torna sopra, intuendo che già contenevano il freddo dell’addio. Allo stesso modo, certi racconti sono ombre nell’abisso della gola. Ché forse si può scrivere per abitudine, per mestiere, per soldi, ma io scrivo perché non posso farne a meno; perché è il solo modo che conosco di parlare tacendo; perché, in fondo, questo racconto è il mio segreto.

Un incontro elettivo si consuma in queste pagine tra Laura Pariani e un Friedrich Nietzsche spoglio di aure accademiche, colto nella più nuda fragilità, “povero ercole schiantato su un letto”. Si nutre della verità concreta delle immagini fotografiche l’orchestrazione inventiva che pure avvolge la narrazione mai disancorata, come negli altri lavori della scrittrice, dalla vita reale, storica o contemporanea e per questo mai retorica o stucchevole quanto piuttosto vigile e interlocutoria.

La “fame di storie” di Laura Pariani si traduce in una densità argomentativa resa più sofferta e partecipe in questo romanzo dal senso profondo dell’appartenenza ai luoghi, qui non la ‘fabulosa’ Argentina dell’infanzia quanto gli scenari novaresi della maturità. Ed in particolare quel lago di Orta si imprime negli occhi immortalati del filosofo tedesco con un’ inquietudine talmente consentanea alla propria da rendere ineludile la silente richiesta ad essere narrata:

Poco dopo comincio a intravedere la storia del professore. So, per esempio, che il giorno in cui arrivò qui a Orta, nel 1882, deve essersi sentito come me avvinto e dannato alla prima occhiata gettata a questo specchio d’acqua. Perché il mio personaggio non è come i turisti di basso carato, che scattano fotografie davanti alle salamelle in bella mostra sotto i portici; né come gli ortesi stessi, tanto abituati alla bellezza di questo luogo da non accorgersene quasi più…No, lui come me, ha avuto per questo lago una chiave diversa: il sapore di lagrime che sta nascosto in ogni posto d’acqua, l’odore di oblio emanato dalle fondamenta che marciscono sotto il rosseggiare delle onde.

“Un processo passionale”, una “fusione tu/io” matura tra il filosofo e la scrittrice dal comune, irrequieto ancoraggio alla suggestione lacustre e lei sceglie di “camminare nel fitto della foresta di storie” che li avviluppa. In tal senso la scrittura di questo romanzo predilige le movenze dell’indagine psicologica, ora sottile e suadente ora acuminata e contraddittoria. Lo sperimentalismo linguistico perseguito sino al precedente romanzo Il paese delle vocali, di cui si segnala come cifra distintiva, si flette e si accorda alla rilettura interna degli eventi calibrandosi sul potenziale espressivo dell’impianto lessicale, dagli innalzamenti lirici alla flessuosità delle investigazioni interiori, agli effetti descrittivi deformanti, in una costante, scaltrita mescidazione di aulico e prosaico.

 

marzo 2003

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