Mag 10

La famiglia in bilico

La famiglia in bilico, inchiesta realizzata da Di Stefano per il “Corriere della Sera” nel 2001, all’indomani della strage di Novi Ligure, diventa presto un volume in cui l’autore, svincolato dalla più ristretta misura giornalistica, pubblica integralmente il reportage.

L’indagine si sostanzia in dieci interviste (ognuna delle quali reca un titolo esemplificativo scelto dallo scrittore) ad altrettante famiglie, selezionate secondo criteri sociali e geografici (gli intervistati sono ricercatori, piccoli imprenditori, disoccupati, impiegati che abitano a Milano, Asti, Perugia, Roma, Napoli, Palermo).

Il ritratto di queste dieci famiglie rivela abitudini diffuse in modo capillare, come l’abuso della televisione, o sentimenti generalizzati e dilaganti, quali, ad esempio la paura, ossessiva e condizionante, per la droga o la fobia nei confronti dello ‘straniero’ che istintivamente porta ad emarginare o ad essere ghettizzati. Particolarmente eloquente, a questo proposito, è la vicenda di Micaela Carli che, trasferitasi dal Veneto in Friuli, a Pordenone, lamenta il sentimento di esclusione che ogni giorno si trova a soffrire:

nelle villette accanto sono tutti ricchi, dirigenti della Zanussi, chiamano terroni anche i veneti, devi imparare il friulano se no sei tagliato fuori… (p. 28)

La solitudine, l’incomunicabilità o l’illusione di comunicare, sono percepite da Di Stefano come fenomeni pervasivi; l’autore, ripensando alle interviste compiute, ricorda, con un misto di stupefazione e sgomento, che durante le “conversazioni con le famiglie, che duravano quattro-cinque ore […] genitori e figli finivano per dirsi delle cose che non si erano mai detti prima” tanto che “gli stessi intervistati ne rimanevano sorpresi.” ( www.grandieassociati.it)
L’interesse e la curiosità suscitate da La famiglia in bilico, tuttavia, non dipendono solamente dal valore sociologico rivestito dall’inchiesta, ma anche da quello strettamente letterario.

Nel corso dell’intervista rilasciata dallo scrittore a Barbara Basile, Di Stefano, parlando della Famiglia in bilico, afferma che il reportage contiene tutte le tematiche della sua produzione narrativa, ma “in presa diretta”. Dopo aver realizzato l’inchiesta, lo scrittore ha compreso che “il narratore può giovarsi dell’esperienza del giornalista e viceversa” anche se “gli obiettivi rimangono diversi” in quanto “il giornalista deve rivelare a un pubblico delle novità su un dato argomento, illustrare con chiarezza dati e materiali, essere fedele a ciò che vede e a ciò che ascolta; lo scrittore non ha questi doveri: può inventare, tradire, interpolare, esagerare o minimizzare”.

Questo reportage, quindi, ci permette di entrare nell’officina dello scrittore per vagliarne i procedimenti creativi, scandagliando nuclei tematici e scelte stilistiche.

La famiglia in bilico reca come sottotitolo: “Un reportage italiano”. L’indicazione di genere serve all’autore per sottolineare da subito la veridicità dei contenuti ed evitare un’interpretazione ambigua dell’opera: Di Stefano assicura che le interviste sono state “trascritte fedelmente”, anche se la forma di scrittura scelta è molto vicina a quella narrativa, non a caso talvolta La famiglia in bilico è stata letta come ‘romanzo’. Sin dal paratesto lo scrittore sente, dunque, l’urgenza di classificare entro un genere preciso questo suo libro in cui rigore giornalistico e passione affabulatoria si coniugano in soluzioni formali insolite.

Nel portare avanti l’indagine, il giornalista sembra essersi avvalso delle strategie di elicitazione usate da antropologi e sociolinguisti durante le ricerche sul campo: Di Stefano assume il ruolo di osservatore, esplicito e temporaneo, e al contempo, con disinvoltura impiega i mezzi dell’inchiesta. L’attenzione riservata a questa metodologia di rilevamento non è casuale, difatti uno degli oggetti dell’analisi in questione è proprio il linguaggio: dalle interviste si rileva l’uso indifferenziato, specie nei più giovani, di una “lingua di plastica”, come la definisce lo stesso Di Stefano, cioè omologata, mutuata dall’imperante modello televisivo, un linguaggio che può ancora considerarsi ‘vivo’ e stratificato, socialmente e geograficamente, solo se unito all’uso ‘genuino’, rivitalizzante, del dialetto.

Leggendo i dieci capitoli che compongono il reportage, si ha l’impressione che l’autore non abbia sottoposto agli intervistati un questionario, ma che, piuttosto, dopo essere riuscito a vincere le reticenze (come nel caso della famiglia Fabrizio, di Brecciarola, la cui intervista è intitolata, non a caso, “Loro non devono parlare” ), abbia chiesto loro di parlare liberamente, limitandosi a pilotare abilmente la conversazione; oggetto di conversazione sono tutti quegli aspetti della quotidianità che sostanziano la vita di ciascuno: lavoro, rapporto con i figli, tempo libero, letture, musica, modo di concepire le istituzioni, religione, relazioni interpersonali. Di Stefano durante gli incontri, ma soprattutto nella trascrizione di essi, vuole farsi assente, non intervire, non commentare apertamente; Adriano Sofri, nella prefazione al libro, con l’acume che lo contraddistingue, rileva ironicamente: “Di Stefano ha una grande discrezione: lascia spesso al lettore l’impressione d’esser lui a fare la scoperta rivelatrice.” (p. 14)

Scorrendo le pagine del libro percepiamo la voce del narratore solamente nelle descrizioni puntuali, attente in special modo ai dettagli, che, contrariamente a quanto avviene nell’ultimo romanzo, Aiutami tu, ci consegnano un ritratto documentaristico di personaggi e di ambienti. Lo stesso Di Stefano, nel corso di un’intervista (www.grandieassociati.it), ammette:

Come scrittore, volevo quasi scomparire dietro le voci che ascoltavo e gli oggetti che vedevo: ho prestato il mio orecchio e il mio sguardo, quasi fossi un infiltrato, una candid camera umana.

L’autore rivela un particolare interesse per le abitazioni e l’arredamento degli interni: la casa è una protezione dal mondo esterno, “sentito come qualcosa di minaccioso da cui stare alla larga”; ma diventa anche una prigione che genera ansia a cui si sopravvive grazie alla televisione, internet, cellulari e playstation.

L’attenzione riservata al dato materiale, esteriore, come l’arredamento o l’abbigliamento, è costantemente messa al servizio di quella indagine, più sottile e acuta, rivolta alle personalità degli intervistati, soprattutto dei figli. Attento osservatore, Di Stefano abbraccia con uno sguardo tutto l’insieme, sensibile tanto alle sfumature della voce quanto al variare impercettibile delle espressioni.

Uno dei tratti comuni agli adolescenti che più colpisce il giornalista è, per esempio “la difficoltà” che questi incontrano “nel pensare al loro futuro”: “È come se mancassero di sogni e fantasie – commenta lo scrittore – vedono il futuro con un certo timore e con un eccesso di realismo da ‘adulti.”

L’eccesso di realismo, riscontrato da Di Stefano negli adolescenti, caratterizza anche il carattere di Pietro, protagonista dell’ultimo romanzo, a cui Di Stefano attribuisce elaborazioni concettuali e formali “da adulto”, pensieri, cioè, così maturi, ed espressi con proprietà linguistiche tali da sembrare, a tratti, insoliti per un tredicenne. Probabilmente lo scrittore, nel pensare a Pietro, si è lasciato influenzare proprio dall’esperienza giornalistica che lo aveva precedentemente messo a contatto con vari adolescenti (si ricorderà, a questo proposito, anche il reportage realizzato nel 2004: Io vorrei: desideri e passioni di adolescenti di ogni età).

Nella terza intervista de La famiglia in bilico, intitolata “’Sta benedetta casa”, Di Stefano incontra la famiglia Errico, residente in un quartiere popolare di Milano, che sta per essere sfrattata. Durante il colloquio, l’autore apprende dai genitori che la secondogenita, Daniela, di nove anni, ha scritto una lettera a Formigoni, presidente della regione Lombardia, e ad Albertini, sindaco di Milano. La drammaticità della lettera è alimentata dalla stridente sproporzione tra il messaggio e la scrittura ingenua della bambina che frequenta la quarta elementare:

“Voglio raccontarvi una storia triste. Il 13 marzo in corso Garibaldi 95 ci sarà lo sfratto per finita locazione con la forza pubblica, i protagonisti di questa brutta vicenda è la mia famiglia”. Vi si parla di “assegnazione alloggio”, di “richieste”, di “punteggi”, di “domanda in emergenza”, di “promesse da marinaio”. “Le istituzioni – prosegue la lettera – non ci stanno aiutando e a causa di questo problema, la mia famiglia si sta distruggendo, papà e mio fratello li vedo molto preoccupati, la mamma piange sempre e in pochi mesi è dimagrita tantissimo, io a scuola non riesco più a concentrarmi, tutti i miei compagni sanno che fra un po’ non avrò la casa e io mi vergogno. Le Odissee di Ulisse non sono niente rispetto a quello che noi stiamo vivendo.” (p. 44)

Il disagio, espresso con una forte variazione di registri e, soprattutto, il riferimento ad Omero non possono non far pensare alle formalizzazioni verbali di Pietro.

In questo caso la filiazione dal reportage al romanzo appare diretta ed esplicita, ma, in realtà, tutta La famiglia in bilico è pervasa dall’atmosfera claustrofobica, limbica, che poi sarà anche di Aiutami tu, e proprio questa similarità delle due opere testimonia alcune strategie scrittorie di Di Stefano, quali la contaminazione tra generi letterari diversi, o il gusto del tradimento, dell’interpolazione della realtà, di cui si nutrono costantemente i suoi lavori.

ottobre 2006

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