Mag 10

“Azzurro troppo azzurro” di Paolo Di Stefano

“Rizzo sa che non tornerà più. Perché se ne andrà nella luce morbida dell’alba, con il televisore acceso, con la testa dentro il sacchetto bianco di plastica e con i suoi pensieri fermi dentro la testa”. Un incipit che è già un epilogo: si snoda, con la stessa raggelante lucidità con cui viene preconizzata in queste poche righe, la “cronaca di una morte annunciata”, la storia tragica di una solitudine irredimibile e violenta ispirata ad eventi realmente accaduti.

Un destino di claustrofobica segregazione avvolge, infatti, il quarantenne protagonista di Azzurro troppo azzurro (Feltrinelli, 1997), sin da “quando aveva ventun anni”, quando, sradicatosi volontariamente dalla terra d’origine, da un meridione soffocante come l’abbraccio della madre, “è sceso dal treno con le cinquecentomila lire in tasca in una giornata pallida, in mano la valigia di suo padre”. Ha inizio da quel momento una vita di frustrazioni, di legami recisi, di traumi infantili sopiti, di abitudini che si sclerotizzano nel rituale asfittico di una quotidianità anonima sempre più ai limiti dell’afasia, della maniacalità. Proprio al cuore delle pulsioni insane, nutrite dal grigiore di un’apparente normalità, affonda lo sguardo narrativo di Paolo Di Stefano mimetizzandosi nel flusso doloroso e desultorio dei pensieri, dei ricordi che popolano inquieti l’ultima notte del suo personaggio.

Dalle 22.21 alle 07.02: nello scorrere interminabile delle ore che “galleggiano” nel semibuio di uno degli appartamenti incasellati nella “facciata annerita” del “palazzo numero 53, il palazzo di handicappati, zoppi, drogati”, si consuma la lucida agonia del suicida Rizzo. Recluso tra le mura di un luogo emblematico di quell’umanità metropolitana reietta che prolifera ai margini delle più opulente realtà cittadine, quest’uomo siede immobile sul divano mentre i lampi azzurrini di un televisore acceso baluginano attraverso la plastica del sacchetto che lo soffocherà e il sottofondo di un’emittente a luci rosse scandisce una nenia alienante.

Prendono corpo così, in un incedere narrativo che si alimenta delle scosse asincrone di un accidentato viaggio interiore, le vicende tumultuose, i fantasmi nascosti, i retroscena inediti di un’esistenza usurata sino al punto di degenerare nella più cieca follia. Con una sapiente intersezione di piani e tempi narrativi, passato e presente del protagonista si intrecciano addensandosi in un viluppo che sfida il lettore ad una costante vigilanza interpretativa:

Ma adesso il pomeriggio è già passato da molte ore, lampeggiano le 22.50, tutti questi pensieri in ventinove minuti, pensa Rizzo: mia madre, Roberta che dorme, Paolina, quel bastardo di suo padre, io che scendo dal treno, l’albergo, la metropolitana, le ragazze sulla metropolitana, il vestito grigio di mio padre, l’autostrada, la signora senza sopracciglia, le nuvole basse del pomeriggio. Quasi una vita in ventinove minuti.

Attraverso lo specchio deformante delle trame coscienziali la voce narrante compone il mosaico di un’esistenza patologica, di una dimensione autistica segnata dalla pratica necrofila di ritagliare e collezionare con ossessiva meticolosità, articoli di cronaca nera. Nel silenzio di Rizzo le mortificazioni subite, i soprusi urlano sino a deflagrare nello sterminio, ordito con spietata lucidità, di coloro che ritiene responsabili, massacrati con le loro famiglie al culmine di un delirio di insensatezza, nell’assenza consapevole di un vero movente:

Nessuno potrà mai sapere che cos’è successo dentro il suo cervello, ma qualcosa è successo, anche fuori dal suo cervello, e la colpa non era di Bonomi, né di Cipponi, né di quel bastardo del papà di Paolina. E’ successo e basta, nessuno saprà mai perché. E’ successo quel che doveva succedere da tempo e che nessuno poteva immaginare.

Si intreccia all’atmosfera opprimente del noir, scorrendovi all’interno, la storia con Roberta, la storia di una convivenza insperatamente maturata dall’inaridimento affettivo, sulle note di Azzurro troppo azzurro, colonna sonora del primo incontro, l’unica larvale parentesi di respiro dalla reificazione, spentasi poi, lasciandosi dietro, oltre all’eco martellante del celebre motivo di Celentano, anche una scia ambigua di irrisolti. Proprio questa figura, costantemente ricorrente nelle elucubrazioni mute del protagonista, acquista nella seconda parte del romanzo uno spessore narrativo inatteso: il flusso monologante del racconto, infatti, si sdoppia accogliendo la ‘voce’ epistolare di Roberta. Con un felice scatto inventivo Di Stefano innesta tra le maglie dell’ arrovellante ragionare di Rizzo le lettere che la donna idealmente gli indirizza ripercorrendo, in una sorta di maturata acquisizione di coscienza, le pieghe nascoste del rapporto vissuto.

Torna ancora una volta dopo Baci da non ripetere la predilezione dello scrittore per il ‘diarismo’ epistolare, per una forma espositiva, che postulando un interlocutore, assume una cadenza dialogica, quasi un risarcimento rispetto all’assenza di comunicazione reale. Sfociano così nella lettera i nodi conflittuali, le paure, le fragilità mai espresse, in una sorta di drammatizzazione dei turbamenti interiori virtualmente compensatoria dei sofferti silenzi. Un’istanza autoconoscitiva muove dal profondo la scrittura di Roberta, ed è molto significativo che, come accade all’adolescente Pietro Baldi di Aiutami tu, si tratti di una corrispondenza priva di ricezioni concrete: il destinatario delle lettere pur esibito, persino fisicamente evocato nei tratti fisionomici, nelle consuetudini di vita, di fatto non risponde. In modo inventivamente diverso, attraverso la scrittura epistolare di Pietro e Roberta si dipana un flusso unidirezionale in cui l’altro viene introiettato quasi fosse un pungolo coscienziale, uno sprone a scoprire, rivelare ma soprattutto esternare aspetti di sé inconsciamente censurati, spesso per autodifesa:

“Tu mi chiederai che senso ha scriverti se non puoi rispondermi. Te lo dico subito: ti scrivo proprio perché il tuo mutismo è obbligatorio. Probabilmente non mi risponderesti, rimarresti muto come quando stavamo insieme. Comunque nel dubbio non ti mando il mio indirizzo, perché ormai l’unico modo per parlarti è sapere che tu non puoi rispondermi. Questa condanna l’hai voluta tu”.

Mentre Pietro cerca e sollecita la risposta di Marianna, e dal suo inesausto scriverle prende corpo il tessuto narrativo del romanzo, Roberta scrive per esorcizzare lo spettro di una relazione logorante in un empito liberatorio da un passato trasformatosi, dopo un illusorio esordio, in una reclusione sociale e affettiva:

“Non mi raccontavi neanche più quelle storie schifose che leggevi sui giornali e sistemavi nelle tue buste.[…] Avevo cancellato tutto, proprio tutto nella mia testa,[…]e adesso, mentre ti scrivo, senza volerlo mi esce dalla penna quello che ho passato con te, tutto il tuo silenzio, la mia stanchezza. Troverai tutto su questi fogli, ma è tutto senza dolore, questo voglio proprio dirtelo. Te lo dicevo che ero stanca, ma tu dicevi che non potevi farci niente se ero stanca, niente più ci legava, in fondo niente ci ha mai legati a parte i primi giorni che sono stati bellissimi. Io non dimentico niente, questo lo sai. Gli altri non ci hanno dimenticati perché gli altri non ci sono mai stati, il mondo non è mai stato con noi. Scusami questo sfogo, ma io lascio camminare la penna come vuole e forse va dove non vorrei che andasse. Però questo fatto di scriverti mi piace così, so da dove parto e non so mai dove arrivo”.

Con densità narrativa ed intensità mai retorica Di Stefano riesce, attraverso la peculiare formalizzazione del romanzo, a penetrare il grumo di tensioni implose che cova silente nella quotidianità contemporanea sino a generare le più insospettate devastazioni. In una narrazione, saldamente orchestrata sull’oscillazione spazio-temporale degli eventi, sul gioco a incastro dei punti di vista, l’invenzione del controcanto epistolare di Roberta si rivela l’ espediente più efficace per conferire mobilità narrativa e arricchimento ideativo ad un intreccio la cui regia rimane ancorata alle dinamiche psicologiche del protagonista.

Proprio quando la voce narrante si piega a mimare le movenze della coscienza malata di Rizzo, la pagina inclina verso una descrittività deformata in cui prevalgono le scansioni cromatiche. Dalla “stanza con le pareti a riquadri bianchi, marroni, arancioni”, ai “giorni lontani”che scorrono “grigi e arancioni”, a quell’arancione che attraverso la plastica del sacchetto “si schiarisce in un rosa pallido”, cresce l’intensità metaforica sino a culminare nell’azzurro troppo azzurro in cui il dramma dell’alienazione trova il suo stigma.

 

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