Mag 09

Il paese delle vocali

Lucy ha trovato nel baule una grande busta ingiallita. Ne palpa lo spessore prima di aprirla piano piano. C’è una foto in bianconero virato in seppia, col bordo dentellato. Nell’immagine centrale una giovane donna – gli abiti lunghi e scuri di foggia antiquata, gli occhialini sul naso – circondata da un folto gruppo di bambini e ragazzi, in piedi e col berretto in mano. Sotto, dei nomi e una data: Malnisciòla 1885, Barberis Sirena.

Argentina: una vecchia soffitta, un baule, una nonna, una nipote e il ritrovamento, di sapore manzoniano, non di un prestigioso manoscritto secentesco bensì di un “librettino azzurro e sgualcito, di piccole dimensioni”. E’ un abbecedario di lingua italiana nelle cui pagine ingiallite è custodita la storia di una maestra dal nome letterario, Sirena, e della sua iniziazione all’insegnamento vissuta, per una sorta di ironico contrappasso, nella più incolta e desolata delle destinazioni, il paesino lombardo di Malnisciola. Il paese delle vocali, titolo del romanzo edito da Laura Pariani per Casagrande nel 2000, allude proprio al laborioso, sofferto ingresso delle ‘vocali’ nel cuore analfabeta di questo sperduto fazzoletto di abitazioni fatiscenti grazie alla tenace ostinazione di una giovane maestrina.

Con un respiro narrativo di ampiezza lirica e al tempo stesso con efficacia mimetica e forza documentaria la scrittrice segue la protagonista nel suo tormentato ma impagabile cammino formativo tra i “puarasci” di Malnisciola, uomini, donne e bambini che, come l’ “ostrica” verghiana, sembrano aver somatizzato la selvatichezza dei luoghi:

Non sono belli i bambini di Malniscióla. Tutti i bambini del mondo lo sono, pure all’orsa pàjon belli i só orsacchini; ma in questo paese a l’è differenti. Qui i fiuritti hanno la schiena precocemente curva a forza di portare sidéle e fascine, gli occhi tristi di chi conosce le botte e l’obbedienza senza repliche alla mano di ferro del padre e della madre, a questa terra volpina di sabbia e sassi, al Végiu della Câ Russa che è padrone in cielo e in terra e in ogni luogo. Fin dal momento della nascita, sanno della vita solo le cose più buie: la fame, il freddo, le malattie, la paura. Per questo hanno, propri tame i grandi, una piega amara sulla bocca, al posto del sorriso, e le dita callose, adatte alla zappa; e, come gli adulti, trìbulano fin dall’alba, giocano alla morra, sputano, smadònnano; ché alla fine della giornata, nelle pieghe delle nocche o intorno agli òngi rimane loro, come ai grandi, un orlo di terra argillosa, colore del sangue buttato a lavorarla.

La voce narrante si intona sulle corde del mondo narrato e se Rosso Malpelo, Jeli il pastore, persino Nedda potrebbero far capolino tra i “fiuritti” che lo popolano, diversamente dallo scrittore di Acitrezza, l’autrice non ‘regredisce’ del tutto tra i suoi personaggi: ne mima, infatti, con raffinata abilità il dettato linguistico ma il suo punto di vista rimane ‘altro’ e ‘alto’. Il tono di dolente consapevolezza, la prospettiva partecipe ma ‘giudicante’ con cui l’incipit della narrazione si schiude, appartengono piuttosto al ricordo che la giovane maestra reca di quei luoghi.

E’ infatti tra le pieghe della sensibilità di Sirena Barberis che Laura Pariani si ‘eclissa’ seguendone, nel ‘farsi’ del romanzo, l’iniziale turbamento, l’involontaria repulsione, il senso di inadeguatezza, la voglia di fuggire e poi lentamente il graduale coinvolgimento, la comprensione sempre più profonda delle regole ataviche che scandiscono la vita del paese avvolgendolo in una ritualità atemporale.

La scrittrice disegna sullo scenario umano “bello e tremendamente triste”, direbbe Tomasi di Lampedusa, che si delinea intorno alla protagonista, figure e destini di forte intensità : la Dalgisa, costretta dalla ferrea legge non scritta del diritto coniugale, mentre la malattia la divora giorno dopo giorno, a scegliere colei che le succederà al fianco del marito o “ul Michè” nella cui straziante agonia rifluisce l’eco degli analoghi tormenti del vecchio padron ‘Ntoni anch’egli atterrito dallo spettro di morire tra le fredde pareti di un ospedale:

Ul Michè si rigira sul saccone. La nuora l’ha minacciato di mandarlo all’ospedale. No, all’uspadâ mai. Nessuno della sua razza ci è andato, e non ci andrà neppure lui: non vuole crepare come un topo. Uomini: sanità e fuori… E poi gli fa vergogna l’idea di non morire nella propria casa, in mezzo ai parenti. Si benda gli occhi col fazzoletto perché ha paura di vederseli davanti, da un momento all’altro, i facchini dell’ospedale con la barella.

Intorno a loro è tutto un brulichio di comparse: ul Lipén, Giuàn Bragôn, la Luisina, scolari rozzi, impenitenti eppure disarmanti nella loro ‘sete’ di sapere, la ‘Maculata, la Fiura, donne solo perché madri e mogli, ul Vincenzo il talparo. Tutti personaggi ancorati allo scorrere di una quotidianità “irredimibile” almeno sino a quando le ‘vocali’, simbolo di un riscatto che solo la ‘parola’ può conquistare, irrompono, quasi una folata di vita nuova, nella scolastica cantilena dei bambini che si propaga in una sorta di fiabesco contagio per le vie di Malnisciola:

In piedi in mezzo al prâ, il bambino ad alta voce ripete la lezione: “A come arto, E come erto, I come irto…”. Le capre sembrano stare ad ascoltarlo. “Che canti?” chiede sopà, che lo vede aprire la bocca, ma sturnôn ‘ma l’è non riesce mica a sentire. “Canto le vocali”, ride il bambino. E ricomincia a squarciagola, perché anche sopá lo possa sentire: “A come arto, E come erto..”. Tutta la valle ne risuona fino al Ticino.
In un campo sul pendio dirimpetto lavorano di vanga alcuni uomini. “Cosa sono ‘sti versi?” al dumanda ul Masén, valzando ul cô. “A l’è ul fiö dul stùrnu, ch’al ripeti la leziôn da la maestra”, risponde ul ‘Rnéstu. E aggiunge: “Anca la mé Carlina la dìs inscì”. “Va’ là”. “Ma sì, sculta: acomàrto, ecomèrto, icomìrto..”. Tutti gli uomini del gruppo han smesso di lavorare e tendono l’orecchio. L’eco riporta la cantilena dul Meneghén: comàrto, comèrto…Ul fittàvul che presiede il lavoro si spazientisce: “Allora, pelandroni che non siete altro! Cosa state lì impalati, invece di lavorare?” “Ci sono i vocali”, ribatte ul ‘Rnéstu. “A j sintì nó?” “Ci volevano anche le vocali per i paesani!” borbotta ul sciur Franchén. “S’è mai visto i castagni far portogalli?…Tra un po’ a ‘sto posto gli dovranno cambiar nome: il Paese delle vocali lo dovrai chiamare…”

Laura Pariani ribadisce con ‘leggerezza’ inventiva la sua militanza in favore di una cultura ‘viva’, concretamente operante nelle realtà sociali, la fiducia mai astratta nella funzione conoscitiva delle parole e su tale centralità tematica il romanzo edifica la sua coesione narrativa. Immagini, personaggi, ambienti acquistano vigoria rappresentativa grazie anche al voluto ancoraggio a certa tradizione letteraria ottocentesca, innervati però da un modernissimo sperimentalismo linguistico.

La scrittrice innesta infatti sul tessuto in lingua locuzioni gergali, vernacolari cui affianca, nei frequenti scambi dialogici diretti, la smaliziata mimesi dei costrutti sintattici del parlato dialettale lombardo dell’entroterra. Senza alcuna preclusione gerarchica Laura Pariani contamina volutamente lingua e dialetto guardando all’uso linguistico come tratto identitario, affettivo, memoria di sé e della propria crescita attraverso le fasi della vita, tanto quanto l’appartenenza ai luoghi.

 

marzo 2003

 

 

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