Mag 02

Il gemello di James Earl Jones

In uno di quegli spazi che riserva a se stessa, la scrittrice propone ai lettori un ritratto del dedicatario del libro, suo padre. Roberto viene inquadrato da una cinepresa pochi giorni prima che muoia, nell’autunno del 1989. Si trova alle soglie di Mazzucco, frazione di un paese piemontese di poche anime, convinto di avere risalito la china e di essere giunto “nel luogo in cui tutto è cominciato” (pag.85).

Effettivamente, si è sempre mostrato attirato dalle tracce delle sue origini e lo svelano le sue carte: la corrispondenza con un intellettuale torinese, un Mazzucco, che sostiene l’origine piemontese della famiglia e il parere di un padovano che attribuisce un etimo veneto al cognome. Ma qualcosa di più profondo lo lega alla sua parentela: è quel “dono” di sentire “accadere le cose, gli oggetti muoversi, la vita fremere” (pag. 83) che disegna una linea di continuità tra il padre della scrittrice e Vita, personaggio che non appare in queste pagine, ma che viene evocato proprio da questi poteri che tra qualche capitolo diventeranno oggetto della narrazione. Emerge una sorta di impronta comune che interessa i vincoli elettivi e scavalca le parentele dirette: infatti i rapporti tra Roberto e il padre, Diamante, sono stati conflittuali e segnati dal contrasto, “ non avevano avuto il tempo di conoscersi veramente”, (pag. 83) e lo stesso è accaduto tra lui e la figlia.

Al di là di quella che potremmo definire una biografia intellettuale e culturale di Roberto Mazzucco, la scrittrice ci offre anche un suo profilo fisico, non privo di allusioni penetranti. Innanzi tutto, quella “voce possente” e quel “sorriso buono” (pag.85), che lo rendono il gemello di un attore afro-americano, James Earl Jones. Proprio questa caratteristica viene rimarcata nel titolo del capitolo e sta ad indicare che questa sorta di contrasto tra la voce molto virile e il sorriso invece quasi fanciullesco è segno di un dissidio più intimo: quello tra la smaniosa ricostruzione del suo albero genealogico e l’assenza di carte che possano essere utili al tentativo della figlia di romanzare la storia dei suoi “avi”: tutto quello che rimane delle sue ricerche negli archivi sono poche lettere del fratello di Diamante.

Un altro dettaglio fisico si dimostra essenziale per la comprensione del personaggio: “era alto, grande, con la carnagione pallida e rosata. Molti lo scambiavano per un tedesco, e lui, non so perché, ne era contento” (pag.84). Anche questa peculiarità assume un valore più profondo che tracima dalla pura descrizione esteriore: viene associata all’idea del “tedesco” quella delle sue tradizionali caratteristiche quali rigorosità e rettitudine che gratificano Roberto e che quindi si qualificano come sue aspirazioni. In più, vi è un’altra affermazione della scrittrice pregna di significato: padre e figlia amano sembrare ciò che non sono, hanno un’esigenza di alterità, di evasione dai propri ristretti confini.

Nuovamente Melania Mazzucco racconta una sua vicenda personale, nella fattispecie, l’essere stata scambiata per una terrorista palestinese all’aeroporto di Berlino, e crea in tal modo un legame di parentela con il padre non solo anagrafico ma anche spirituale. Catone, o il Professore, come amava essere chiamato Roberto, mostra quella esigenza di fuga anche altrove nelle poche pagine di cui è protagonista. Quando infatti un erudito
piemontese rivendica le origini della famiglia alla sua regione, il padre della scrittrice è quasi soddisfatto di vedere legittimato il sentimento di estraneità che prova nella città di Roma, in cui “si era sempre sentito nel posto sbagliato” (pag.84).

Forse la “malattia della testa, la malattia mortale”, che, secondo l’etimo veneto del cognome, è il Mal di Mazzucco, consiste proprio in questa sensazione di distacco sofferto dal mondo circostante che è la cifra caratteristica di molti dei personaggi del libro, a partire da Diamante, Agnello e tutti gli altri emigranti che si sentono fuori posto nell’America di cui non riescono a sentirsi parte integrante e integrata.

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