Mag 02

Il fratello americano

Sullo scenario pittoresco del cortile di Prince Street, da cui “salgono vapori di cucina, bestemmie di mariti, strilli di ragazzini, la musica del grammofono e urla altissime di donna” (pag.70) si staglia la vicenda dell’aborto di Lena. Quella del parto mostruoso, della procreazione di creature anomale, è una tematica che la scrittrice propone anche nel romanzo d’esordio Il bacio della Medusa e che riecheggia d’altronde l’episodio corrispondente de I Viceré di De Roberto con una differenza coloristica: il “feto, giallo come di cera” generato da Chiara Uzeda si distingue dalla “cosa rossa” che Rocco, in Vita, vede nel catino; il rosso del sangue è infatti la nota costante di queste prime pagine del capitolo.

Dopo un momento di impasse, la scelta di un opportuno luogo di sepoltura per quel bambino che non si sa se sia nato morto o se sia morto nascendo, impegna i ragazzi di Prince Street in una missione da quete cavalleresca. La città, la cui chiave di lettura è “l’abaco, non l’alfabeto” (pag.74), in cui i numeri delle strade declinano verso lo zero e verso la più buia desolazione, è la co-protagonista di questo capitolo. Percorrendo strade con i lampioni infranti dalle sassate giungono all’East River, inizialmente prescelto per una sorta di rito funereo indiano, ma la corrente del fiume trascina ogni sorta di rifiuti. Pensano allora al cantiere della metropolitana ma l’opzione eletta è l’ultimo piano del grattacielo ancora in costruzione del “New York Times”: la metropoli è quindi percorsa dalle sue viscere al punto più alto, in una perfetta panoramica verticale.

Si legge fra le righe un sentimento di rivalsa nella scelta del luogo: da un lato, il fratello americano potrà guardare dall’alto quella città e “sputarci” sopra, in segno del disprezzo che i ragazzi nutrono verso ciò che non ha saputo accoglierli e che li ha delusi; dall’altro, per Diamante, l’ascesa si carica di un significato metaforico e diventa un atto di ribellione verso “le pagine tappezzate di parole sconosciute” (pag.76) che sembrano rifiutarlo: appare quindi, appena accennato, anche un altro dei temi cardine del romanzo, ovvero quello dell’estraneità culturale, dell’incomunicabilità.

In questa città, tutto sembra in demolizione – o in costruzione.Come dopo un alluvione, o un terremoto. Ovunque guardi, impalcature, tettoie, scheletri di ferro alti trenta piani, gru, tavole, passerelle, tunnel, buchi, voragini profonde cinquanta metri, da cui di giorno provengono tonfi, colpi di piccone e lontane, ovattate voci di uomini – e di notte la musica stridula del vento che suona tra i tubi di ferro e le lamiere. (pag.75)

In questo paesaggio ferrigno e soffocante, in cui la presenza umana è avvertita solo marginalmente, persiste un soffuso senso di sconforto tanto che anche le stelle perdono il loro scintillio e sembrano “impolverate”,pur in un’atmosfera notturna quasi fiabesca.

Quei ragazzini scalcinati diventano “paladini”, non hanno paura della morte, si arrampicano fino in cima al grattacielo senza mai guardare in basso, perché da lì la città sembrerebbe “dipinta sul fondo di una scatola” (pag.77) e si dimostrano capaci di sentimenti insospettabili in scioperati scriteriati come loro: Diamante ipotizza che siano addirittura commossi. Quel Vangelo di cui è rimasto solo il prologo di Giovanni, perché i bordanti non avevano scrupolo a strapparne i fogli per esigenze volgari, e nonostante le macchie di pomodoro, risulta indispensabile nell’economia di una cerimonia tanto irreale quanto solenne. La stessa Lena, pur non sapendolo leggere, lo custodiva con cura sotto il cuscino. La fiamma blu che avvolge la scatola di cartone contenente il feto per un istante la cinge senza apprendere, rendendola “inviolabile”, poi brucia e rimane solo un mucchietto di cenere che Geremia, con un gesto quasi ossequioso, appiana, accarezzandola con la punta della scarpa.

Data la sacralità della situazione tutti sentono l’imperativo di cantare qualcosa: le uniche canzoni che conoscono sono però poco consone al contesto e così ripiegano per le melodie di Enrico Caruso, le cui musiche echeggiano per tutto il romanzo. Ma “l’ascensione” non riguarda solo quel bambino consumato da un fuoco azzurrognolo: “il fuoco vola. Lui vola. Voliamo via tutti. Quattrocento piedi da terra. E lucevan le stelle. Sembra di toccarle. Niente ricade. Sparisce, semplicemente. Ciao.” (pag.78). E’ uno dei momenti più suggestivi e poetici di tutto il romanzo: la loro scalata non si conclude e iniziano a volare anche loro, separandosi dallo squallido mondo in cui vivono fino ad arrivare a toccare le stelle; ripristinano una dimensione infantile che è stata loro sottratta precocemente.

E’ una congiuntura che potremmo, non a torto, definire epico-lirica chiamando in un causa Verga: lo testimonierà successivamente la presenza di proverbi legati alla saggezza popolare in un rapido susseguirsi ( “chi va con lo zoppo impara a zoppicare. Chi dorme col cane si alza con le pulci” pag.80 ) che ricorda il modo di esprimersi di Padron ‘Ntoni ne I Malavoglia.

Improvvisamente questa atmosfera trasognata viene lacerata dall’abbaiare dei cani e dalle urla dei guardiani che hanno scoperto gli intrusi. Ed ecco che il tenore della narrazione si stravolge completamente: quel tono incantato è sostituito dall’incalzare della fuga. Prima della corsa scomposta però c’è ancora un barlume di decoro nella necessità avvertita da Vita di dare un nome a quell’essere appena cremato e il nome scelto è quanto di più semplice, ingenuo e fanciullesco si possa immaginare: Bambino.

L’inseguimento nel buio diventa subito concitatissimo e le vie di fuga impervie e solo grazie a Rocco, Diamante e Vita, che li aveva inoltre seguiti, contravvenendo ai suoi ordini, riusciranno a fuggire: si comincia a delineare tra i giovani coinquilini del bordo di Agnello un sentimento di mutua assistenza e una rudimentale amicizia reciproca che sostituisce l’iniziale diffidenza. Ma quella simbolica ascesa sociale, che li aveva portati in cima al grattacielo più alto di tutta New York, si conclude con una ritirata che è vertiginosa caduta verso il basso, quasi uno sprofondamento: prova lampante di un “ritorno all’ordine”, dell’impossibilità di cambiare lo status quo e di evadere dal proprio ambiente, anche se solo per una notte. Il cammino verso casa procede con la regressione dei numeri delle strade, fino allo “zero”, in una città che mostra il suo volto sempre meno brillante e grandioso.

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