Mag 02

Bongiorno Bross

All’autobiografismo del capitolo precedente, in Bongiorno Bros la scrittrice preferisce un taglio narrativo/inventivo. L’incipit del capitolo si apre con una parte molto descrittiva: la descrizione, infatti, si appunta sugli addobbi dei cavalli, del carro funebre, del cocchiere e, dettagliatamente, viene anche descritta l’agenzia “Bongiorno Bros”, i cui funerali sono “i più spettacolari del quartiere” (pag. 140).

Ed è proprio in questa agenzia che Diamante lavora come fattorino:

Diamante carica i morti sul carro, li accompagna nel loro ultimo giro a Manhattan, li scarica nel deposito dell’agenzia, li distende su una tavola, costringendoli ad assumere la definitiva posizione orizzontale […] . Dopo li lava, li deterge con una spugna, li disinfetta con una lozione asettica che odora di ospedale, gli unge i capelli con la brillantina, li arriccia con i bigodini o li liscia coi ferri roventi, gli taglia le unghie e li sbarba (pag. 141).

In questo momento Diamante è uno dei tanti emigranti che ce l’ha fatta, è un uomo che ha lavorato duro e che ha avuto successo:

Il successo ha lavato la macchia della sua origine, la nodosità callosa delle sue mani, la povertà della sua lingua bastarda mescolanza di un dialetto che ormai non si parla nemmeno al suo paese e di un americano incompreso dai più. (pag. 143)

Il suo è un lavoro ben remunerato, perciò egli rispetta molto il signor Lazzaro Bongiorno, che è un uomo importante e generoso:

Bongiorno tratta bene i garzoni, perché anche lui è stato un garzone, anche lui ha raccolto stracci e lustrato scarpe […]. Il signor Bongiorno aveva lavorato in una piantagione dalle parti di New Orleans ed era stato considerato, in quanto italiano meridionale, la feccia della feccia, l’indesiderato anello di congiunzione fra la razza negra e quella bianca. Più vicino alla prima che alla seconda. Perciò i negri gli piacciono, li paga quasi come gli altri e sta ore ad ascoltarli cantare. (pag. 143)

C’è però un’altra persona che, nel capitolo in questione, riveste molta importanza ed è Shimon Rosen chiamato da tutti Moe. Questo “artista del trucco” è ebreo e il suo personaggio è nato, secondo quanto dice la stessa scrittrice, dalla passione da lei nutrita per Sutin, pittore ebreo, il quale era attratto dalle cose offese, deboli, ferite, proprio come Moe Rosen. Non a caso, dunque, anche Moe ama gli scarti della vita:

Moe dipingeva gli animali sofferenti, coi becchi socchiusi e gli occhi sbarrati […]. Era attratto dalle cose deboli, ferite: le mosche, i polli, i topi morti, la sterminata schiera degli offesi. (pag. 152)

Moe lavora nell’agenzia “Bongiorno Bros” insieme a Diamante e in quanto artista del trucco “fa sembrare sereni e soddisfatti uomini dai visi deturpati, scontenti, malvagi”. E in effetti “Moe ha il dono di rendere le persone felici” (pag. 141).

Dal capitolo traspare una forte tensione costruttiva congiunta ad una grande ricchezza inventiva come dimostra la descrizione di Lazzaro Bongiorno, degli splendidi funerali “ai quali egli sovrintende come un direttore di orchestra” (pag. 140) e come dimostra anche la descrizione di Moe Rosen: “una persona che riusciva a ridere di tutto, in primo luogo di se stesso” (pag. 147).
Tra realtà e fantasia, Vita è, infatti, un impasto di destini e fenomeni collettivi: come se la Mazzucco avesse meditato, con attitudini postmoderne, sul rapporto romanzesco tra fatti realmente accaduti e invenzione letteraria.

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