Apr 27

“Di’ no ai giorni del presente”: Blok e Montesano

Tra gli autori che Giuseppe Montesano definisce a lui prossimi figura Aleksandr Aleksandrovic Blok (Pietroburgo 1880-1920), poeta e drammaturgo russo nella cui opera il retaggio della tradizione poetica di fine Ottocento, il simbolismo e le influenze misticheggianti (provenienti dalla poesia dell’amico Solol’ev), vengono costantemente risemantizzati e messi al servizio di una continua vis polemica nei confronti della realtà contemporanea.

Lo sperimentalismo dello scrittore pietroburghese raggiunge i suoi risultati più maturi e innovativi nel teatro, a proposito del quale Ripellino, nella sua introduzione alle Poesie di Blok, (Edizioni Guanda, Milano, 1975), scrive: “Il teatro per Blok assomiglia a uno specchio illusivo che sdoppia le immagini, a una scintillante bugia che dissimula il vuoto”. Sarà proprio all’interno della produzione teatrale che, col tempo, si intensificherà l’impegno civile, divenendo la cifra caratteristica dell’autore, tanto che verrà considerato dall’intelligencija russa un profeta prerivoluzionario. L’attenzione che Montesano riserva al poeta pietroburghese è palesata già dal titolo del suo ultimo romanzo, Di questa vita menzognera, che è appunto un verso di Blok, tratto dalla poesia Sì. Detta così l’ispirazione, citata ampiamente sia in epigrafe che nel corpo del romanzo:

Sì. Detta così l’ispirazione:
la mia libera fantasia s’appiglia
sempre a quei luoghi dov’è umiliazione,
dov’è sporcizia e tenebra e indigenza.
Laggiù, laggiù, con più umiltà, più in basso, –
Di là si scorge meglio un altro mondo…
Hai mai visto i bambini a Parigi
O sul ponte i poveri d’inverno?
Dischiudi gli occhi, schiudili al più presto
Sul fittissimo orrore della vita,
prima che un grande nubifragio spazzi
tutto quello che c’è nella tua patria, –
lascia maturare il giusto sdegno,
prepara al lavoro le braccia…
e se non puoi, fa’ sì che in te si accumuli
e divampi il fastidio e la mestizia…
Ma di questo vivere mendace
cancella l’untuoso rossetto
e, come talpa timida, nasconditi
sotto terra alla luce ed impietrisci,
tutta la vita odiando con ferocia
e tenendo in dispregio questo mondo,
e, anche se tu non veda l’avvenire,
dicendo no alle cose del presente!

(da Aleksandr Blok, Poesie, cit., p. 373)

Inoltre lo stesso scrittore campano, intervistato da Balzano, avrà modo di dichiarare che: “questi versi, più che una semplice epigrafe sono la sensazione principale da cui è nato il libro” (www.origine.it).

Gli accenni a Blok, lungi dall’essere circoscritti a quest’ultimo romanzo, costellano l’intera opera di Montesano e si sostanziano come vere e proprie citazioni o come riferimenti, in chiave parodica, alla vita del poeta russo o al panorama culturale in cui egli visse e si formò.

Un esempio di quest’ultimo caso si trova in Nel corpo di Napoli, dove lo scrittore parodizza, con effetti di esilarante deformazione, la vicenda sentimentale di Blok e attribuisce a uno dei personaggi più grotteschi del suo romanzo il nome di Zinaida Gippius, nobildonna russa e proprietaria di uno dei salotti più frequentati dagli artisti di Pietroburgo. Tali sollecitazioni inducono a una lettura comparata delle opere dei due autori, grazie alla quale è possibile riscontrare altre contiguità, sia sul piano tematico che, in misura minore, su quello formale.

Da un punto di vista tematico va immediatamente rilevata una particolare visione della realtà comune a entrambi: il titolo dell’ultimo romanzo di Montesano, come si è già detto, è un verso di una poesia di Blok dove compare un aggettivo che occupa una posizione centrale nell’opera dei due scrittori, il cui lessico infatti pullula di sostantivi che afferiscono al campo semantico della menzogna (inganno, fallacia, illusione, bugia).
Per far luce, però, sul valore che Montesano e Blok attribuiscono alla nozione di menzogna bisogna innanzitutto aver chiaro il rapporto che i due scrittori intrattengono con la realtà: per entrambi l’arte e la letteratura non devono essere completamente svincolate dalla dimensione referenziale dell’esistenza. Sono infatti autori dotati di un forte spirito polemico e di una grossa tensione civile, non a caso infatti è riscontrabile nelle loro opere un’aperta condanna verso ogni forma sterile di cultura, verso quegl’intellettuali che si sottraggono alla realtà per rifugiarsi in una Torre d’Avorio; ne è esempio un componimento di Blok, intitolato ironicamente Agli Amici (in Aleksandr Blok, Poesie, cit., p.203):

Nella felicità nessuno crede.
Che fare! Vaneggiando dalle risa,
ubriachi, dalla strada contempliamo
il rovinare delle nostre case!

Nell’amicizia e nella vita perfidi
scialacquatori di vuote parole,
che fare! Andiamo spianando il cammino
per i nostri lontani discendenti!

Quando le ossa infelici marciranno
sotto un palizzata fra l’ortica,
qualche storico di epoche future
scriverà un’opera considerevole…

Così tormenterà quel maledetto
ragazzi che di nulla son colpevoli
con le date di nascita e di morte
e con mucchi di brutte citazioni…

Triste destino – vivere una vita
complessa, disagevole, pomposa,
divenir patrimonio d’un docente,
produrre schiere di critici nuovi…

Piuttosto seppellirsi in mezzo all’erba,
cadere in un eterno assopimento!
Tacete dunque, libri maledetti!
Io non vi ho scritti, non vi ho scritti mai!

L’arte è quindi intesa, sia da Blok che da Montesano, come uno strumento di ricerca della Verità, come un mezzo per condurre un’accurata disamina delle dinamiche sociali e per smascherare le contraddizioni e le storture che inevitabilmente accompagnano la vita dell’uomo.

La Verità a cui i due autori tendono è però insidiosa e sfuggente e l’uomo non può far altro che prendere coscienza di tale labilità ed accettare come unica acquisizione indiscutibile la Morte. È singolare pertanto che la conclusione alla quale approdino Blok e Montesano sia similare e riassumibile in una sentenza cèliniana, citata apertamente dall’autore campano in Nel corpo di Napoli: “la verità di questo mondo è la morte, bisogna scegliere: mentire o morire” (p. 82). E entrambi gli scrittori, non potendo avanzare pretese profetiche e consci del carattere in parte illusorio di ogni opera umana, scelgono deliberatamente la ‘menzogna dell’arte’.

Si potrebbe dire, estendendo anche a Blok le parole con cui Roberto Saviano parla di Montesano, che tutti e due “usano la menzogna della letteratura per sgominare la menzogna del reale” (“Pulp”, Maggio 2003).

Va però sottolineato che l’atteggiamento del poeta russo col tempo subirà un cambiamento di rotta e Blok, deluso e amareggiato, alla fine sceglierà la seconda alternativa prospettata da Cèline: il silenzio e la morte. Si legga a tale proposito un passo delle memorie di Cukovskij riportato da Ripellino:

Stavo con lui dietro le quinte alla Casa di Stampa, quando sul palcoscenico si udì uno di quegli oratori che a Mosca sono così numerosi il quale dimostrava allegramente che Blok, come poeta, era morto: “Io vi domando compagni, c’è una dinamica in queste poesie? Questi versi sono vecchiume, e li ha scritti un cadavere!”. Blok si chinò su di me, mormorando: “Ha ragione (benché non lo vedessi, sentii con tutta la schiena il suo sorriso), dice la verità: sono morto…”. (in Aleksandr Blok, Poesie, Introduzione, p. LV)

La figura del cadavere-vivente è ricorrente anche nelle opere dello scrittore napoletano; già nel suo primo romanzo, A capofitto, il protagonista, Gombro, nel finale, si trova a constatare: “un uomo senza soldi è come un morto che cammina” (p. 209). Frase con la quale tale immagine viene estesa a raffigurare una dimensione quotidiana e bassa della realtà. La valenza metafisica che tale figurazione assumeva in Blok (in cui la morte fisica altro non era che immagine della morte spirituale), viene ribaltata verso una sfera più concreta e letterale per bocca di Gombro, la cui più grande preoccupazione non è la povertà spirituale ma quella materiale: la carenza di cibo come preludio della morte fisica.

Nell’ultimo romanzo di Montesano però l’immagine del cadavere-vivente ritorna e riassume la valenza che già aveva avuto nelle pagine del poeta russo. Esemplari, a questo proposito, sono le parole pronunciate da Cardano quasi alla fine del libro:

Lassa perdere, Ciro. Ma che ci devono inseguire? Tu si’ fissata Nadja. E perché dovrebbero perdere tempo appresso a noi? I morti non danno fastidio, e io sono morto troppo tempo fa. Non ho niente, hanno ucciso tutto quello che amavo, mi hanno tagliato la lingua in bocca. Non ho più niente, dove devo andare? No, io resto qua. (p.186)

In Blok questa stessa immagine si carica anche di un’altra valenza; si leggano, ad esempio, alcuni versi tratti dalle Danze della Morte (op.cit., p.335) in cui il poeta riferisce tale figurazione poetica non più alla propria morte intellettuale, ma alla condizione di vita fittizia tipica dell’ipocrita ceto borghese, da lui altrove definito come il ceto dei “sazi”:

Com’è penoso per un morto fingersi
vivo e appassionato fra la gente
Ma bisogna introdursi in società,
nascondendo lo stridere delle ossa…

Dormono i vivi. Sorge dalla bara,
e va in banca, al senato, al tribunale…
Più bianca la notte, più nera la collera,
e cricchiano le penne trionfalmente.

[…]

Verso un gremito salotto a colonne
s’affretta il morto. Ha un elegante frac.
Gli porgono un benevolo sorriso
la sciocca padrona e il suo sciocco consorte.

È spossato dal tedio dell’ufficio,
ma la musica soffoca il fragore
delle ossa…Stringe le mani agli amici –
vivo, vivo egli deve apparire!

La polemica contro la borghesia acquista sempre più rilievo nei versi di Blok fino a coinvolgere la civiltà occidentale, con i suoi nuovi miti e vizi sociali, non risparmiando affatto nelle sue requisitorie il nostro Paese. Di ritorno da un viaggio in Italia e Germania nel 1909, in una lettera alla madre egli scriveva:

Mi hanno colpito la bellezza e la familiarità della Germania, i suoi costumi per me comprensibili e l’alto lirismo di cui vi è permeata ogni cosa. Ora è perfettamente chiaro che metà della stanchezza e dell’apatia derivava dal fatto che in Italia non si può vivere. È il paese meno lirico che esista: non c’è vita, ma solo arte e antichità. E perciò, uscendo da una chiesa o da un museo, ti par d’essere in mezzo a non so che assurda barbarie. Gli italiani non sono uomini, ma sgradevoli bestioline strillanti…Patria del gotico è soltanto la Germania, il paese più affine alla Russia. (op.cit., p. XLV)

Un giudizio duro e perentorio che rende impossibile non riconoscere nella polemica di Montesano contro la società odierna, contro la ‘dittatura’ del capitalismo occidentale, tanto acutamente messa a nudo nel suo ultimo romanzo, un’eco delle tesi anticapitaliste del poeta russo.

Al di là delle numerose contiguità tra i due autori riscontrate fin qui sul piano concettuale, è riconoscibile la presenza di alcune affinità anche sul versante formale: entrambi, ad esempio, sono soliti, nelle loro opere, prendere le mosse da una vicenda privata, più o meno personale, per andare poi ad investire un panorama più vasto. Se da un lato infatti Ripellino definisce l’intero corpus delle poesie blokiane un “romanzo lirico, incentrato sulla figura reale del poeta” (op. cit., p. LVI), dall’altro Montesano, nell’intervista già citata di Balzano, dichiara: “[In questo romanzo] Ci sono io, ma come se fossi tutti gli altri che mi sono assomigliati. La mia vita e altre cento oltre la mia. Raccontando gli altri racconto inevitabilmente anche di me […]”.

Questo modo di procedere investe soprattutto la descrizione degli spazi per cui sia in Blok che in Montesano Pietroburgo e Napoli, pur non perdendo la loro referenzialità, assurgono a emblemi di una realtà più vasta. Si leggano ancora le parole dell’autore campano:

Napoli mi appare come un luogo simbolico ma realistico […] Ma poi è solo Napoli questo luogo a metà tra un passato arcaico e un futuro innominabile, quello che racconto? Balzac descriveva Parigi nei dettagli, ma chiunque può vedere nella Parigi di Balzac la propria città e in Goriot la propria vita. Un luogo molto vissuto e osservato a lungo smette di essere solo reale, e diventa in qualche strano modo tutti i luoghi. (Intervista a cura della redazione Feltrinelli, in www.feltrinelli.it)

Dall’altro versante bisogna ricordare che molti sono i versi che Blok dedica a Pietroburgo, ai suoi vicoli freddi e bui, e alla vita della periferia, il cui torpore è lo specchio di una condizione esistenziale diffusa all’inizio del secolo scorso.

Un altro procedimento formale riscontrabile in entrambi gli autori qui esaminati consiste in quella che De Michelis, nell’introduzione alla Nemesi di Blok, definisce una “poetica della citazione” di cui, seppure con modalità differenti, possiamo trovare un’eco in Montesano, il quale arricchisce però il medesimo artificio letterario di risvolti parodici (come si evince dalla lettura del suo ultimo romanzo, ma anche di Nel corpo di Napoli).

Queste sopra descritte sono le contingenze più significative colte ad una lettura comparata dei testi che ha reso evidente la presenza di una forte sintonia che lega l’autore napoletano contemporaneo al poeta russo di inizio Novecento. Montesano dialoga col proprio ‘modello’ e, con atteggiamento critico e costruttivo, ne recupera il messaggio, nel tentativo, comune anche a Blok, di trovare una sintesi di “quella incessante dialettica di tradizione e invenzione di cui vive e su cui si fonda la letteratura” (Natale Tedesco, La scala a chiocciola, Sellerio, Palermo, 1991, p. 72)

Aprile 2005

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