Apr 27

Welcome to America e Bad- boys

I due titoli, se letti di seguito, formano un unico quadro che rimanda all’idea americana del primo ‘900 secondo la quale gli italiani venivano giudicati “stranieri selvaggi” (p. 46). In Welcome to America, il cui titolo è evidentemente ironico, i pregiudizi verso gli immigrati, in particolare gli italiani, sono testimoniati dal breve elenco che la Mazzucco fa di articoli e lettere riguardanti questo argomento.

Il registro che lei usa, esibito in queste pagine ma presente in tutto il romanzo, è documentaristico, frutto di una ricerca compiuta, precisa e profonda, dalla quale l’autrice parte per intessere una storia personale, la storia dei suoi avi. Ad un primo sguardo sembrerebbe un capitolo ‘superfluo’, ma l’autrice ha bisogno di renderci partecipi del suo minuzioso lavoro di ricerca, per allentare la grande tensione emotiva del racconto principale, intriso di lacrime, speranza e avventura.

Nella prima parte del secondo capitolo ci vengono presentati i personaggi che abitano nella caotica pensione di Prince Street nel ghetto italiano di Downtown: Lena, Rocco, Nicola/Coca-cola, Geremia, Diamante: i bad-boys del titolo.

A volte sembra che l’autrice narri le vicende dei protagonisti come se fossero vicende straordinarie, assolutizzandole attraverso l’adozione di un registro epico-lirico. Un’ esemplificazione di tale procedimento riguarda Lena, la “moglie americana” di zio Agnello: “Lena viene da una montagna del Caucaso, che secondo lei è emersa dalle acque del diluvio universale e si è aperta per lasciar passare l’arca di Noè” (p. 50). Il tipo di descrittività che caratterizza questo e altri episodi, al confine tra leggenda e fato, conferisce all’opera un’atmosfera di epopea e di avventura tipica dei grandi romanzi ottocenteschi, non alterandone la “modernità”.

E interessante il gioco di sfumature allusive e di richiami che si sprigiona dal sistema dei “nomi propri”: Lena è una circassa, parola che fa pensare per assonanza a “carcassa”, termine che può indicare tra i tanti significati quello di persona vecchia e in cattivo stato, e proprio Vita la definisce vecchia e anemica nonostante il nome Lena rimandi ad un’idea di vigore e capacità di sopportare sforzi fisici, infatti è lei che bada alla pensione e si occupa di cucinare e lavare i panni dei bordanti. Anche i nomi Diamante e Vita contengono in sé più di un significato, si caricano di sovrasensi simbolici assumendo pertanto il valore di nomi-metafora.

Diamante è sopravvissuto ai suoi cinque fratellini in Italia morti di fame e il diamante è la pietra più dura e resistente che ci sia, per questo i suoi glielo hanno affibbiato (scopriremo però che il suo vero nome è Benedetto); ma non ha solo la forza del diamante: anche lo scintillio della pietra preziosa è presente nei suoi occhi. I dieci anni vissuti in America però lo spegneranno a poco a poco e lo costringeranno a vivere di luce riflessa. È Vita il vero personaggio luminoso del romanzo. Vita è un nome pieno di futuro e di speranza, nome che può alludere non solo alla “vita” reale della protagonista, ma anche a quella di tutti gli altri personaggi, le cui esistenze e i cui destini si intrecciano abilmente attraverso eventi ‘lievi’ tristi, sogni e illusioni.

Destini collettivi che si intrecciano con quelli dei due protagonisti rivelando progressivamente la fragilità dei diversi percorsi individuali che si compongono per poi scomporsi. Il lettore, trascinato in un mondo fatto di speranze e desideri, è il testimone dell’affresco psicologico e sociale di quanti sbarcarono in America tra l’Ottocento e il Novecento alla ricerca di fortuna e quindi di una nuova vita, con in tasca solo un sogno che poi vedranno tristemente dissolversi.

L’immigrazione è quindi il filo conduttore del romanzo, ad esso si legano, come si evidenzia dall’analisi del capitolo in esame, diversi temi minori, come quello dell’idealizzazione della figura paterna. Vita non vuole riconoscere come suo padre lo zio Agnello, uomo possessivo e geloso, come quando punisce Lena per averle dato una sberla: “Come ti permetti di alzare le mani sulla figlia mia, tu la figlia mia non la devi toccare, e le assesta due ceffoni così potenti che le fa sanguinare la bocca” (p. 50). Pertanto Vita si rifugia in fantasie immaginose ed alternative in cui a rivestire il ruolo paterno si avvicendano prima il principe Carafa “..l’uomo più ricco e potente della provincia di Caserta” (p. 53); e poi Enrico Caruso, il grande tenore “..che è venuto a riprendersi la figlia” (p. 56).

Viene qui anticipato, ma presente anche in altri capitoli, il motivo della dote magica di Vita di far fare agli oggetti quello che lei vuole, come quando rompe la lama del coltello di Rocco con cui si era tagliata un attimo prima.
Ulteriore tema affrontato è quello della Mano Nera: organizzazione clandestina di stampo mafioso di cui Rocco forse fa parte, o forse no.

Tutto questo mondo caleidoscopico si può rintracciare con facilità nella lingua che è certamente elegante, solida e soprattutto brillante, anche se spesso si mescola con l’immediatezza del dialetto di Minturno o del gergo “broccolino” (come: “cazzelappeso”, p. 53; “recchione”, p. 55; “Ti pozzi sbudellà”, p. 58; “abbruscià”, p. 59; …), termini americani italianizzati (come:”gherla”, p. 55; cioè girl: ragazza e “grinon”, p. 62; ovvero greenhorn: babbeo) e slang vero e proprio (come: “wop”, “dago”, “goon”,la canzoncina “ghini ghini gon”, p. 62; e “Woptown”, “Dagoland”, p. 63), che danno un generale sapore “etnico” al capitolo, simile al linguaggio del poemetto Italy (1904) di Giovanni Pascoli. Presenti sono anche detti e adagi popolari come: “Non può pretendere che il marito resti fedele alla moglie che non vede da sei anni. Un uomo è un uomo”, p. 51; “..Geremia dice che un uomo senza lavoro è come un cane senza padrone..” p. 54; “Ciò che non conosci non esiste”, p. 63.

Il ritmo è incalzante e serrato. Frequente è l’uso del presente spesso impiegato nell’intento fiabesco di porre le vicende in una realtà senza tempo. Nonostante le frasi siano brevi e nominali e predomini la paratassi, la struttura non appare frammentata e spezzettata, ma rimane unitaria e armonica nel suo insieme; malgrado anche il frequente scambio di registri: dal tragico al comico (a volte grottesco), all’epico-lirico, dal collettivo-corale a quello individuale, la coesione interna narrativa non viene danneggiata.

aprile 2004

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