Mar 21

L’età estrema

Ci voleva uno scrittore siciliano come Andrea Camilleri per fare accogliere nel “Divano” della casa editrice Sellerio, collana ormai non meno prestigiosa della “Memoria”, il secondo romanzo di Romano Luperini L’età estrema.
Luperini tiene la piazza scolastica di Palermo da tanti anni, ma è significativo che il suo lavoro di scrittore venga discusso nell’ambito della ricerca del Laboratorio “Incontri con gli scrittori” della Facoltà di Lettere diretto da Domenica Perrone. Peraltro, come vedremo, un punto fermo della ricerca letteraria di Luperini è L’imperio di Federico De Roberto, accanto all’amato toscano Federico Tozzi.

Chi conosce già Romano Luperini come antologista, storico e teorico della letteratura, ne apprezzerà ora l’attività di scrittore. Presentando il suo libro L’età estrema non voglio tracciare un’analisi esaustiva, quanto piuttosto fornire degli spunti d’indagine e delle brevi notazioni di lettura. Il romanzo L’età estrema, pubblicato da Sellerio nel 2008, è tanto più prezioso, quanto più è piccolo. La brevità si accompagna all’efficacia, quella degli apologhi, di quell’apologare laico di cui ho parlato per i racconti di Italo Svevo.

Si tratta del secondo e forse più riuscito romanzo dell’autore, che però condivide in forme diverse con la sua prima opera, I salici sono piante acquatiche (Manni 2002), una stessa, esibita struttura autobiografica. La narrazione si modula secondo una forma diaristica, vale a dire che le pagine si susseguono come tessere di un diario.
Per comprendere il romanzo, occorre partire dal titolo emblematico, L’età estrema, che da una parte evoca il senso di una parabola personale che curva verso la vecchiaia, dall’altra allude e rinvia all’epoca di ripiegamento, di chiusura della civiltà occidentale quale noi l’abbiamo conosciuta fino ad adesso. Vicenda personale e storia epocale s’incrociano e si sovrappongono. Come suggerisce il titolo, dunque, la narrazione poggia sull’intreccio di privato e pubblico, sicché la vicenda dell’anziano professore, ritratto in una data circumstancia di vita (come direbbe Ortega), si contamina con la storia di tutta una società.

Com’è segnalato nella conclusione, il romanzo è stato scritto in occasione di un viaggio compiuto dall’autore nell’autunno del 2001 a Santa Monica in California, dove peraltro Romano Luperini si è recato più volte. Siamo nell’anno del crollo delle Torri gemelle. E però s’immagina che la vicenda narrata si svolga dieci anni più tardi, nel 2011, nell’anniversario di quell’avvenimento che ha cambiato le sorti del mondo. Un professore oramai anziano vive negli anni della crisi di una civiltà, che soffre la paura del presente e guarda con ansia ad un futuro, che forse non arriverà.

Questo non è il romanzo di un critico che vuole scimmiottare il mestiere di scrittore, ma è l’opera di un autore dotato di una genuina, spiccata vena narrativa. Tuttavia, anche abbandonandosi al fluire della narrazione e non indugiando nella metaletteratura, Luperini non dismette mai l’habitus intellettuale e ha costante coscienza del farsi della letteratura. Dopo decenni dominati dal credo dello strutturalismo e della semiologia, finalmente oggi la critica torna, nel nome riscoperto di Auerbach, a pensare che la letteratura non è solo un sistema di segni, ma è una forma di conoscenza del mondo che vive dei contrasti sociali e delle tensioni del tempo. E difatti, in linea con queste mie osservazioni, l’io narrante afferma: ‹‹se può caderti sulla testa una bomba, è difficile pensare che il mondo è solo linguaggio, che non esistono fatti ma soltanto interpretazioni›› (p. 92), a ribadire come la letteratura viva del contatto col reale, coi fatti, che vengono trasposti e trasformati nella scrittura. La scrittura non oblitera il dato di realtà, il mondo non si esaurisce in linguaggio, dacché, come si dice qualche pagina dopo, ‹‹i libri non bastavano, non contenevano abbastanza realtà›› (p. 94).

Il romanzo è dominato da una malinconia profonda, alimentata dalla percezione del decadere fisico del personaggio che va di pari passo con l’intensificarsi della sua sofferenza morale. Il personaggio ascolta il suo corpo, lo giudica, ne percepisce l’invecchiare, come si legge nell’incipit:

La vecchiaia è quest’appendice in fondo al ventre. Un involto nei pantaloni, un ingombro rattrappito sul legno della panchina.
Sul molo una fila di pellicani impettiti allargano e richiudono le ali incrociandole sul petto. Un pescatore in piedi con la canna in mano leva il braccio in alto, l’agita tenendo in pugno qualcosa che luccica. Davanti a lui una foca va avanti e indietro nel ribollio sporco delle onde. L’oceano è vasto e vuoto. Sulla spiaggia immensa, tre quattro gruppi umani sperduti sulla sabbia.
Questo ammasso ciondolante di grinze. La foca continua a girare inquieta fra i detriti, i pellicani ritti applaudono sulla riva. (p. 11)

Più avanti la descrizione della fisicità diventa ancora più cruda:

Questo cazzo che non è capace più nemmeno di pisciare. Stanotte mi sono svegliato di colpo, avevo un indolenzimento al basso ventre, il piscio non voleva uscire, me ne stavo lì davanti al water appoggiato al muro di fronte con il palmo della mano, i piedi nudi sul freddo del pavimento.
‹‹Piscia, piscia, pisciarella, vieni giù a catinella. Piscia, piscia, pisciarella, vieni giù a catinella››. Serena era seduta sul vasino, cantava la canzoncina e intanto si sentiva la pipì che scrosciava. (p. 25)

La lettura di questa singola pagina potrebbe far pensare ad un romanzo che insiste sulla nota intimistica: non è così. Altre pagine, dure, inclementi, riguardano invece la paura collettiva, e non più individuale, della fine, dando voce ad una crisi che è insieme dell’individuo e della società. Accanto all’io narrante si dispongono tutta una serie di altri personaggi: l’amico Giorgio, che a tutta prima appare sicuro di sé, pur nella sua problematicità; il collega fraterno Robert (e il pensiero va alla cara immagine dell’amico comune Robert Dombroski); infine, Claudine. Alla sicumera impassibile di Giorgio e della sua generazione, che vive, si trascina ‹‹al di là della disperazione e della speranza››, fa da controcanto, anche da un punto di vista proprio generazionale, la vitalità combattiva di Claudine. E la figura di Claudine si realizza pienamente, in un modo straordinario, quando dà l’annuncio della sua gravidanza:

Stamani, a Berkeley non sono potuta entrare in biblioteca. Gli studenti protestavano, avevano occupato gli uffici, sfilavano portando dei cartelli. Sui cartelli c’era scritto: ‹‹Protestiamo perché non accade nulla››.
Eppure a me è successa una cosa: sono rimasta incinta. No, non chiedere se sei stato tu. Non importa chi è stato. Mi giudicherai una pazza, ma non voglio saperlo.
Lì per lì, dopo il risultato del test, sono rimasta stordita. Né triste né felice. Stordita. Poi, stamani, tornando a casa prima del solito, in autobus c’era un povero meticcio, faceva un gesto strano, convulso, appoggiava la mano alla fronte e tutti i diti gli si muovevano da soli, gli ballavano qua e là, gli si affondavano nella pelle per lo sforzo che lui faceva per tenerli fermi, e la stiravano, gli storcevano gli occhi. Davanti una signora bianca lo guardava fisso, come incantata, e a un tratto ha gridato. Il conducente ha bloccato l’autobus e si è alzato, in piedi, enorme, nella sua divisa perfetta, lo ha preso per la collottola e l’ha scaraventato giù nella strada.
È stato a quel punto che ho deciso. Tengo il figlio e non vado con Giorgio in Canada. Io resto qui, la mia vita è qui, e questo è figlio mio. Bisogna incominciare a fare accader qualcosa, interrompere la catena. Siamo fatti a strisce, ma non tutte le strisce sono uguali. (pp. 71-72)

Alla fine, è stata per me una grande meraviglia il fatto che, verso la fine, per illustrare la situazione sociale, politica, culturale di un’epoca al tramonto, Luperini ricorra alla citazione di un lungo brano tratto dall’Imperio di De Roberto. E’ significativo che Luperini si rifaccia al grande scrittore siciliano, che proprio in rapporto ad una storia, una controstoria della Sicilia e dell’Italia, ha rappresentato per primo una apocalisse umanitaria:

‹‹Uomini si chiuderanno in luoghi remoti e segreti, a preparare, coi più potenti mezzi della chimica futura, strumenti che, in un piccolo volume, racchiuderanno una forza tremenda, e che rovineranno dalle fondamenta tutto un edificio, che ridurranno in polvere un quartiere di città, e che non lasceranno un solo ferito, e neanche un solo cadavere intatto, ma faranno sparire tutti i corpi viventi come con una pedata si farà sparire un insetto››.
Chiudo il libro. Allora gli scrittori pensavano ad un’esplosione drammatica, a una catastrofe immensa, a un buio profondo e definitivo. Invece ora tutto si scioglie e continua, si afa, si corrode e si sfilaccia senza fine, si consuma in un lungo crepuscolo, in un logorio di guerre lontane e di malattie sconosciute di blackout e attentati. (pp. 94-95)

In questo romano, pubblicato postumo nel ‘29 nella sua interezza ma iniziato tra il 1894 e il 1895, il sentimento derobertiano della morte si muta in una mistica della morte, per la quale alcuni straordinari ‘eroi’ del dolore costruiranno ordigni per dare una letale libertà a tutti gli esseri viventi. Imbattendomi nell’innesto di questa pagina derobertiana nella prosa di Luperini mi sono chiesto perché l’autore abbia preferito dare voce al determinismo duro e asseverativo del siciliano di formazione naturalista, ma iniziatore del realismo analitico, piuttosto che alla scena altrettanto famosa, per certi versi analoga, ma più ironica e ariosa che conclude La coscienza di Zeno. Una scena di ‘leggerezza apocalittica’ che qui vale la pena di rileggere:

Forse traverso una catastrofe inaudita prodotta dagli ordigni ritorneremo alla salute. Quando i gas velenosi non basteranno più, un uomo fatto come tutti gli altri, nel segreto di una stanza di questo mondo, inventerà un esplosivo incomparabile, in confronto al quale gli esplosivi attualmente esistenti saranno considerati quali innocui giocattoli. Ed un altro uomo fatto anche lui come tutti gli altri, ma degli altri un po’ più ammalato, ruberà tale esplosivo e s’arrampicherà al centro della terra per porlo nel punto ove il suo effetto potrà essere il massimo. Ci sarà un’esplosione enorme che nessuno udrà e la terra ritornata alla forma di nebulosa errerà nei cieli priva di parassiti e di malattie.

Luperini guarda invece a De Roberto, non perché sia animato da un’esigenza naturalistica (anche se, come si è detto, la sua letteratura fa sempre i conti con la realtà) o da una vena genericamente pessimistica, ma perché di fronte alla catastrofe dei tempi odierni non ci può essere ironia, ma si può rivolgere al presente solo uno sguardo ormai privo di ‹‹disperazione›› come di ‹‹speranza››. La situazione dell’oggi è una situazione di assoluta negatività: il mondo è senza guarigione e tuttavia non muore mai. È appunto destinato a consumarsi in un ‹‹lungo crepuscolo››, in uno stato di perenne sospensione. E sull’opacità di questo interminabile crepuscolo, da cui non si può venir fuori, si chiude, come vedremo, il romanzo.

Lo scrittore, che non dismette il suo abito di critico, in uno degli ultimi numeri della rivista ‹‹L’immaginazione››, e precisamente nel numero 242 dell’ottobre 2008, all’indomani dell’uscita del suo romanzo, afferma:

Oggi i nostri romanzieri scrivono (quasi tutti) come si parla al bar. Non c’è più nessuna ricerca letteraria specifica;  rarissimi sono i casi di un’attenzione alla lingua. Il rigore dello stile non interessa  più a nessuno. D’altronde nessuno scrive più ‘per il capolavoro’; tutti (o quasi) scrivono solo per vendere.
A ciò si accompagna la messa tra parentesi del mondo. Mentre la letteratura americana e quella dei paesi emergenti ci mostrano una realtà densa di conrtraddizioni materiali, di conflitti sociali ed interetnici, di contrasti fra le generazioni, in Italia esiste solo l’ego. Il privato domina incontrastato.

Egli  così spiega, tra l’altro, questa condizione:

I grandi editori sostengono che è questo che il pubblico vuole. E’ un argomento che mi ricorda il modo di operare di Berlusconi e dei suoi governi. Dapprima si crea un senso comune dominante, poi si dice che si fa ciò che la gente vuole. Dapprima si crea scientificamente la paura, poi i schiera l’esercito con un atto spettacolare.

È indubitabile che le considerazioni di Luperini trovano un riscontro nelle cronache civili della società di oggi, in cui la paura viene ‘scientificamente’ inoculata nell’animo degli individui, a fini di propaganda politica. Ma ancora più incisive sono le osservazioni dell’autore sullo stile netto, senza sbavature del suo romanzo, che riflette sul senso della vita e del mondo. In appena centosette pagine Luperini ci racconta la vicenda di un uomo, in rapporto non solo coi disagi della sua senescenza, ma con la ‘vecchiezza’ dei nostri anni così pieni di contraddizioni, e soprattutto abbandonati nell’insolvenza, lasciando le questioni fondamentali irrisolte.

Nell’ultima lassa, il protagonista siede su un tronco d’albero sulla costa oceanica:

Mi siedo con i piedi sulla sabbia, su un tronco strano, ritorto, cresciuto, come altri, in orizzontale. Dietro ho la compagine geometrica dei grattacieli, i triangoli, e i rettangoli di cristallo dei grandi shopping center, le verande neoclassiche degli hotel, la fila dei lampioni e delle palme, la scacchiera dei boulevard e delle strade; dinanzi un cielo vuoto e buio, il ribollire ignoto dell’oceano, le crespe bianche delle onde che scrosciano sul frangente e rotolano lunghe verso la riva, la distesa di polvere della sabbia. Sto piegato in avanti, coi gomiti sui ginocchi. Lascio scorrere il tempo. Fra poco cominceranno a passare le prime macchine. (pp. 106-107)

L’immagine finale, che potrebbe prefigurare un’apertura felliniana, un feticcio di speranza, torna ancora a proporre un falso movimento, cioè a dire, un continuum in una temporalità inerte.

maggio 2009

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