Feb 04

Introduzione alla lettura di Paolo Di Stefano

Un padre fa esumare la bara nella quale giace Claudio, il figlio di cinque anni, morto di leucemia, e una volta caricata sul sedile posteriore della sua automobile, dalla Svizzera la trasporta in Sicilia, per far riposare il piccolo accanto alle sue radici. È questo il nerbo della storia narrata dal giornalista e scrittore siciliano Paolo Di Stefano nel suo romanzo d’esordio, Baci da non ripetere (Feltrinelli 1994), il cui titolo è ricavato da un passo dell’VIII libro delle Metamorfosi di Ovidio. Una storia che dall’autobiografia dell’autore prende dolorosamente l’abbrivio: un’autobiografia che però, immessa in un contenitore narrativo, trascende il dato concreto, il mero riferimento alla vita reale, si spoglia delle scorie solipsistiche per assurgere a simbolo, a un efficace emblema universale.

Il personaggio del padre è infatti il padre di Di Stefano e il bambino morto suo fratello. E il viaggio compiuto, macabro e surreale, ha avuto luogo davvero, col padre che si rivolge al figlio, guardando la bara dal retrovisore: una scena che richiama alla memoria le pagine iniziali del racconto di Dostoevskij, La mite (per il quale Di Stefano ha scritto un’introduzione per “I Classici” Feltrinelli nel 1997), in cui c’è un marito che osserva il cadavere della moglie suicida:

“Finché lei giace qui – va tutto bene: posso andare da lei a guardarla ogni istante; ma domani che la porteranno via, come farò io a rimanere solo? Adesso lei giace nel soggiorno: hanno messo insieme due tavolini da gioco, mentre la bara bianca rivestita di gros de Naples, ma del resto non volevo parlare di questo…”

E a proposito della contaminazione tra invenzione e autobiografia che segna angosciosamente Baci da non ripetere, viene subito alla mente il nome di Italo Svevo, autore di un abbozzo narrativo, Il romanzo di Elio (una pagina scritta su carta intestata dalla Banca Union, come racconta Claudio Magris), dettato anch’esso dal dolore per la morte del fratello Elio.

Un evento luttuoso sta dunque alla base della prima opera di Di Stefano, una sorta di claustrofobico “lessico famigliare”, il cui drammatico contenuto ripropone le domande radicali sui perché mai svelati dell’esistenza. La malattia, la sua assurdità, il distacco, la morte, il vuoto crescente, sono resi dall’autore sulla pagina con verità straziante, e immersi in un’atmosfera che non è mai priva di misura. La prosa, asciutta, scarnificata all’inizio, e poi sempre più allusiva e metafisica, non concede nulla alle lacrime o ai lamenti. Non c’è il grido lancinante e brutale, ma un tono smorzato. E l’inevitabile patetismo della vicenda che Di Stefano ricostruisce è isolato da una voce narrante che spesso cambia prospettiva, pronuncia, registro, ma che non conosce alcuna incrinatura.

Sorprende infatti la tenuta del racconto, dall’inizio alla fine: le pagine di Di Stefano sono come lastre di ghiaccio, la cui trasparenza impressiona e atterrisce. E il lettore ha sin da subito l’impressione di assistere a una sorta di veglia funebre, a una interminabile contemplazione della morte. Baci da non ripetere è infatti uno dei libri più tristi della letteratura italiana del Novecento: un romanzo che, nell’ambito cinematografico, ha il suo corrispettivo nel film di Nanni Moretti La stanza del figlio. E sorprendono alcune coincidenze: il silenzio che immobilizza ogni cosa, che arresta il respiro e lo scorrere del sangue; la disperazione muta, il dolore che non prorompe. La vita che continua, quando invece la sofferenza dovrebbe consumarla lentamente. Una vita che va avanti “più che altro per abitudine”, come si legge a pagina 51.

Dopo appena tre anni dall’uscita di Baci da non ripetere, Di Stefano pubblica il suo secondo romanzo, Azzurro troppo azzurro (Feltrinelli, 1996), per certi versi ancora più claustrofobico rispetto al primo: questa volta il protagonista, Rizzo, è un quarantenne giunto a Milano dalla Sicilia vent’anni prima, lasciando dietro di sé ricordi, odori, la madre vedova e l’azzurro del mare. Colore, questo, che al Nord si manifesta nei lampi di un televisore sempre accesso, coi suoi messaggi promozionali, coi notiziari politici, con le hot line ammiccanti. Una sorta di surrogato di una realtà inaccettabile, dell’orrore insensato del mondo, della violenza quotidiana.

Orrore e violenza allontanati grazie a un filtro impensabile: un sacchetto di plastica infilato in testa. Ma questo esile schermo non basta a tenere a freno i demoni in agguato, a smorzare il dolore del mondo, ad allontanare i fantasmi metropolitani. Da qui l’idea di far coincidere l’autodistruzione del protagonista, una sorta di Sisifo fuori di senno, con l’annientamento del mondo circostante, con un’agognata apocalissi. Dapprima Rizzo vivacchia mangiando tramezzini, rintanandosi in una pensione modesta, e se ne va in giro per le strade di una città che assomiglia a una sorta di crudele, allucinatorio luna park.

Poi la svolta: i delitti orrendi commessi in nome di un’insensata coazione a ripetere. Anche qui, il tessuto connettivo della storia riguarda un’ossessione familiare, ma a farsi lentamente strada è la deflagrazione di una vita che sfiora l’insensatezza, la gratuità della violenza estrema. Una vita che, in un giorno di ordinaria follia, azzererà ossessioni, scampoli laceranti della memoria. La tragedia, in questo romanzo, incombe sin dalla prima pagina: ma si tratta di una tragedia in sordina, che si consuma lontana dai nostri occhi.

Lo sguardo dell’autore infatti funziona come una sorta di silenziatore che smorza gli spari, che stempera le deflagrazioni: quelle del Kalashikov AK-47 calibro 7.62, impugnato da Rizzo come la falce nelle mani della Vendicatrice; e quelle interiori, nascoste nella psiche del protagonista, spiate da Di Stefano con una disarmante e straniante pietà.

A questo punto il cammino intrapreso dal Di Stefano narratore viene interrotto dal saggio La famiglia in bilico. Un reportage italiano (Feltrinelli, 2001), un’inchiesta giornalistica nata all’indomani dei fatti di Novi Ligure. Si tratta di un racconto dall’interno delle paure, delle ossessioni, dei sogni e delle frustrazioni delle famiglie italiane: un racconto in cui la scrittura di Di Stefano si fa invisibile, trasparente, per dare spazio alla oralità, alla spontaneità dei protagonisti delle storie narrate: genitori e figli sempre più smarriti.

Ci troviamo di fronte a un passaggio fondamentale per comprendere appieno il Di Stefano dei romanzi successivi, a un vero e proprio giro di boa, a un punto di non ritorno narrativo. Senza La famiglia in bilico, il terzo romanzo di Di Stefano, Tutti contenti (Feltrinelli 2003), non sarebbe immaginabile: dal chiuso delle ossessioni, dalla claustrofobia, l’autore in esso finalmente ingloba la realtà che lo circonda, alza lo sguardo, rende polifonica la sua pagina, dando voce non solo a Nino Motta, il protagonista della storia, milanese sessantenne che abbandona la sua famiglia per tornare nella sua terra, alla ricerca del proprio passato, del suo destino; ma anche ai suoi ex compagni, agli amici di un tempo, che aggiungono una tessera quasi sempre dolorosa a un puzzle esistenziale sdrucito e sanguinante.

Nino Motta arriva in una riconoscibilissima Sicilia ionica nelle mentite spoglie del giornalista alle prese con un’inchiesta e, tramite ritagli di giornale e soprattutto attraverso i ricordi e le testimonianze dei suoi compagni di collegio, comincia a fare luce sugli anni bui della giovinezza.

Nino Motta è un uomo in crisi: la sua vita è un inferno, la sua identità un colabrodo. Da qui la decisione della regressione nel liquido amniotico della sua terra. Il romanzo ha un perfetto impianto corale, costruito com’è sui colloqui tra il protagonista e i vecchi compagni. Il protagonista, nel libro, ha la funzione di innescare i ricordi, di dare la stura alle rimembranze, in una parola di animare il passato.

E così le tante voci che gli sciorinano la sua infanzia, che aprono spesso squarci angoscianti nella cortina fuligginosa dell’oblio, vengono a colmare, pian piano, i vuoti della sua memoria, provocando tutte quelle lacerazioni che solo una dolorosa ma indispensabile agnizione sa provocare. Dalla caligine della dimenticanza, dunque, emergono la figura del padre, don Antonio l’Americano, un ottantenne forte come un toro dalle amicizie equivoche, diviso tra la Sicilia e gli Stati Uniti, da dove invia denaro per il figlio, il suo “rampollo”; quella della madre, creatura delicatissima e forte nello stesso tempo, in balia del destino e della crudeltà degli uomini; e il fantasma di Santino Rocco, un piccolo sordomuto compagno di collegio ucciso da Motta con una limetta nella giugulare, nel corso di una partita di calcio.

In questo romanzo, che ha alle spalle Il Fu Mattia Pascal di Pirandello e La verità sul caso Motta di Mario Soldati (salta all’occhio, nel secondo caso, la coincidenza dei cognomi), Paolo Di Stefano, fa uso di una scrittura dalla soverchiante forza introspettiva, che restituisce al lettore, nei racconti dei compagni di Nino Motta, l’immediatezza e la vivacità dell’oralità, mettendo in scena i dubbi, le incertezze, i malesseri che questa catabasi nel limbo del ricordo comporta, e introducendo una galleria di personaggi ben definiti, caratterizzati anche da una sola mossa, da una parola appena.

Nino Motta si sente braccato dai loro racconti, quasi condannato a morte dalla memoria altrui: la pellicola della sua vita si riavvolge e si srotola in continuazione, sotto i suoi occhi inermi e inquieti:

A volte mi sento travolto dal mio passato: troppe cose che mi riguardano, troppi racconti precisi, troppi fantasmi che si alzano e si muovono e mi vengono incontro e rinascono e rivivono e muoiono di nuovo.

Con Aiutami tu (Feltrinelli, 2005) lo scrittore siciliano non si è mosso di un centimetro dal suo campo di indagine: la famiglia, pirandelliana stanza delle torture, specimen di una società sempre più cancrenosa. Questa volta il meccanismo narrativo si regge sull’impalcatura epistolare (ma già dell’espediente della lettera Di Stefano si era servito nella sua prima opera): al centro della storia c’è Pietro, un ragazzino di tredici anni, grasso, dalla forza erculea, il primo della classe, che scrive lettere a una donna di nome Marianna, che però non gli risponde mai (la stessa cosa accadeva nel romanzo di Salvatore Fiume, W Gioconda! (Mursia), in cui un adolescente indirizza invano lettere d’amore a una ragazza di nome Gioconda).

Ben 164 sono le lettere vergate da Pietro, in un inestricabile miscuglio di verità e finzione, reale e virtuale: a venir fuori, lo spaccato inquietante di una famiglia lacerata dall’odio, dalla sete di danaro. Uno spaccato reso ancor più ambiguo dalla presenza dei Nespola, una coppia di usurai, per lo più bigotti, che accudiscono il protagonista del romanzo e la sorellina, Federica. Sullo sfondo di una Milano invivibile (a un certo punto si fa riferimento ai Navigli), sozza, una sorta di inferno quotidiano, metropolitano. Di Stefano è abile nel costruire un romanzo in cui l’attenzione ai rapporti famigliari va di pari passo con l’analisi del malessere giovanile. Senza però venire mai meno alle esigenze espressive e concettuali di Pietro, il cui immaginario l’autore riproduce con rara efficacia (Pietro è una sorta di giovane Holden dalla sensibilità un po’ più esacerbata).

Un immaginario in cui la visionarietà spesso ha la meglio sul dato concreto, in cui il lavoro di fantasia sembra non aver freni. Eppure, dalla specola particolarissima dello sguardo di Pietro, viene fuori una chiaroveggenza che gli adulti non hanno affatto. La consapevolezza che, raggiunto il traguardo dei vent’anni, un ragazzo può essere infelice: cosa che già Paul Nizan, in Aden-Arabia, aveva detto:

“Avevo vent’anni. Non permetterò a nessuno di dire che questa è la più bella età della vita”.

Ogni lettera riprende, nell’incipit, l’immagine finale da Pietro utilizzata, in un incastro sapiente: e in questo meccanismo, che ricorda il funzionamento delle scatole cinesi, si può misurare l’abilità demiurgica dell’autore, che però non riesce a scongiurare una certa ripetitività, insita nell’escamotage narrativo adottato. E tra empiti visionari (topi che rosicchiano il cervello) e farneticazioni incessanti, si srotola una storia di usuale abiezione: il padre di Pietro che abbandona il tetto coniugale, facendo perdere le sue tracce; la madre, che pensa soltanto al trucco, agli abiti eleganti e ai diversivi serali; i coniugi Nespola, cattivi come gli orchi delle favole, in preda a una santimonia insostenibile, coinvolti in loschi traffici, in rapporti sospetti. A un certo punto sembra prendere piede il meccanismo classico del giallo, una sorta di giallo metafisico però, che alla fine rimane come irrisolto, volutamente ambiguo.

Da Baci da non ripetere, dunque, ad Aiutami tu, Di Stefano, passando per Azzurro troppo azzurro e Tutti contenti, non ha fatto altro che raccontare un’unica, grande storia, con l’applicazione dell’ebanista, per dirla con Simenon, davanti al banco di lavoro; come il falegname che rifà sempre la stessa sedia.

E però, dall’immersione nella psiche dei suoi personaggi, lo scrittore siciliano è passato a una illuminante ricognizione del proprio tempo, della realtà in cui si muove, aprendo le porte dei suoi romanzi alla cronaca degli ultimi anni. Le sue pagine sono perennemente affollate da personaggi in fuga dalla propria sorte, dalla terra d’origine, e nello stesso tempo destinati a farvi ritorno, come involontari ulissidi. Il suo scandaglio affonda nelle viscere del nido domestico, nelle ferite purulenti di una vita familiare oramai non più praticabile. Del resto, lo aveva già detto Aristotele che la famiglia è per definizione il luogo della tragedia.

Paolo Di Stefano, in ultima analisi, è davvero l’autore di un libro solo, di una sorta di interminabile trattato filosofico sul dolore, che agli occhi del lettore si presenta nelle mentite spoglie del romanzo.

 

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