Gen 26

Introduzione alla lettura di Carmine Abate

I media, e in particolare i giornali che ne sono rappresentanti, operano pretestuose spartizioni, per cui ci sarebbe una scuola romana, fatta da alcuni giovani scrittori, fra cui Piperno, e la rivista “Nuovi Argomenti”, e un’altra scuola alla quale appartengono alcuni scrittori del Nord Italia, e devo dire che tutto ciò è pretestuoso, però queste inchieste risultano soprattutto parziali per il fatto oggettivo che trascurano realtà scrittorie importanti, e mi riferisco per esempio agli scrittori del Mezzogiorno, Montesano, Starnone e altri ancora, per non dire del nutrito gruppo di giovani siciliani.

Anche Carmine Abate appartiene a una condizione letteraria che io da qualche tempo continuo a illustrare come lo stile del Sud, intendendo per stile del Sud che non si tratta del Mezzogiorno d’Italia, ma del Sud del mondo.

Ogni tanto, altra cosa pretestuosa, c’è qualcuno che si inventa che il romanzo è finito. E’ una storia vecchia che ha portato a volte a interessanti considerazioni su una possibile morte del romanzo, creando ad esempio delle opere di modalità metaletteraria, che in qualche maniera impegnano lo scrittore non solo a scrivere quanto a ragionare sul suo modo di fare romanzo. Ma la verità è che quando dal Sud del mondo, il Sud America, i paesi post-coloniali, c’è uno scrittore che ha delle storie da raccontare, dei mondi possibili da rappresentare, e linguaggi omologhi adeguati a queste storie, la crisi del romanzo scompare. È il caso di Il mosaico del tempo grande (Mondadori editore 2006), infatti, con le nuove trame del moti i madh, Carmine Abate ci ha dato un’opera complessa e piena, storicamente fondata, sostenuta, e liricamente intrecciata. Con essa l’invenzione di Abate può ulteriormente e felicemente inscriversi in quella dimensione letteraria cui si è accennato. Dal luogo in cui essa dimora, che è divenuto uno spazio letterario, ci vengono ancora quelle costruzioni romanzesche che, come le opere di Abate, comunicano una visione del mondo, non dimidiata o mortificata, insieme ad un linguaggio fresco e innovatore.

Come narratore Abate esordisce con la raccolta di racconti Il muro dei muri, incentrata sul tema dell’emigrazione e sul dialogo tra le culture. I protagonisti dei racconti del ’93 sono quegli stessi “germanesi”, a cui Abate dedica il saggio socio-antropologico sull’emigrazione, scritto in collaborazione con Meike Behrmann nel 1984. Il nucleo tematico del viaggio e del ritorno percorre in filigrana anche la tessitura delle opere successive: da Il ballo tondo, il primo romanzo uscito nel 1991, al libro di poesie Terre di andata (Argo), alla Moto di Scanderbeg (Fazi, Roma 1999), che mette al centro della narrazione il problema dell’identità personale, ritrovata attraverso il recupero memoriale. Nel 2002 esce il romanzo Tra due mari (Mondadori, 2002) cui segue, a distanza di due anni, La festa del ritorno (Mondadori, 2004), dove, ancora una volta, la storia mitica della comunità arbresh di Hora è rivissuta attraverso i racconti degli abitanti, costretti dalla necessità ad emigrare e ora tornati nel paese d’origine in occasione delle feste natalizie.

L’opera di Abate ha una qualità autobiografica dichiarata. Però ci possiamo riferire ad un certo autobiografismo tematico tipico del Novecento, che non è propriamente racconto di vicende, ma che dalla narrazione trae allegorie d’altro. Questo autobiografismo si manifesta nel fatto che in realtà Abate scrive quasi sempre romanzi di formazione, ma dove le prove pur individuali, che sono tipiche di tutti i romanzi di formazione, assurgono tuttavia a prove sociali, di una comunità dove sono rappresentati fenomeni di emigrazione e di immigrazione.

Nel Mosaico del tempo grande c’è l’incontro tra l’individuo e la collettività, e le tessere del mosaico hanno una duplice colorazione e consistenza dovuta appunto alla prova individuale che si fa collettiva.  La scrittura di Abate si serve di un linguaggio immediato e nuovo. Lo sperimentalismo linguistico, il plurilinguismo dello scrittore non è un arido e freddo esercizio di coatto postmodernismo; al contrario si forma sull’impianto ampio, aperto della struttura della tradizione letteraria italiana, che è stata un’ardua conquista di riscrittura dopo il primitivo uso orale dell’arbëresh della nascita. La campitura composita, a mosaico, appunto, delle tessere colorate, dei contrappunti musicali, d’italiano meridionale, dell’arberesh e del dialetto calabrese, si svolge su opzioni contenutistiche fortemente volute e caratterizzate.

Peraltro, è così che la storia di Hora e dei suoi abitanti, un piccolo nido delle Calabrie, può aspirare a farsi immagine e rappresentazione di un mondo più vasto, dove l’ “epoca anticaria del moti i madh” si contrappone e convive con il “tempo modernòso”: “Hora jone è come un iceberg, metà fuori illuminata dal sole e metà oscura, dentro di noi”: ma non è questo il vivere nostro, la condizione umana, di oggi e di sempre, tra luce e buio?

Il tempo “luminoso” è affidato al futuro, pure ad “una bella giornata di sole e di vento”, sull’alta collina calabrese o sulle strade e i canali di Amsterdam, da cui prende forma la fulgida e fervida figura di Laura. Il tempo grande, l’epos di un mito lungo e diuturno, dove presente e passato si riconoscono.

 

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