Mar 13

Parliamo di Raffaele Nigro

“Viaggio nei paesi dell’utopia”

1. Raffaele Nigro presenta i tipici connotati del narratore epico. Ha il gusto di percorrere eventi dalla lunga durata, interpreta entrambe le tipologie del racconto omerico: il romanzo di guerra (con I fuochi del Basento, 1987) e il romanzo di viaggio quali incontri/scontri tra popoli, siano essi gli albanesi che nel Quattrocento si sono messi in salvo seguendo Giorgio Castriota Scanderbeg (con La baronessa dell’Olivento, 1990) o le comunità di balcanici, nordafricani, turchi che dalla fine del secolo scorso sono in continuo movimento verso l’Occidente (con Adriatico, 1998; Diario mediterraneo, 2001; Malvarosa, 2005). Poiché su questo tipo di scrittura agiscono i modelli di Ettore/Achille e di Ulisse, occorrerebbe interrogarsi se i libri di Nigro non celebrino la fine di una civiltà (come nell’Iliade, che narra la sconfitta di Troia) e il disvelarsi di un’altra (l’apparizione di Itaca), cui farebbero pensare i numerosi richiami a luoghi reali o virtuali, dove riconoscere un progetto di vita alternativo alla storia presente.

In comune con altre esperienze narrative che si originano lungo la dorsale appenninica, il percorso di Nigro risponde, dunque, al criterio dell’apocalisse e dell’utopia; si situa a spartiacque tra la dimensione tragica della città incendiata e la vocazione a scoprire l’eu-topos (il luogo felice) o l’ou-topos (il luogo che non c’è). Perciò è indispensabile tenere a mente le coordinate che guardano la storia secondo la prospettiva della morte e della risurrezione, della fine e del principio. Non a caso, il palinsesto della fine del mondo sta a monte di quelle opere che testimoniano, per simboli, l’eclisse della civiltà contadina (Ombre sull’Ofanto, 1992) o il tramonto della cultura orale (Dio di Levante, 1994), cui si oppone una vasta ricognizione sul Mezzogiorno e l’analisi del suo lento incamminarsi verso i miraggi di un benessere materiale (Adriatico e Malvarosa), a cui non sempre segue una crescita morale.

Obbedendo alla regola che prevede prima il resoconto dello sradicamento, poi la ricerca delle radici (in altre parole: prima l’incendio della città, poi il ritrovamento dell’isola), la scrittura di Nigro diventa paradigma esemplare di un Sud al bivio fra tradizione e modernità, fra cancellazione di un luogo e approdo in un altro. Sia che agisca il modello Iliade o il modello Odissea, i romanzi di Nigro restituiscono la sensazione di essere al centro di un vortice storico-geografico che ribalta definitivamente la condizione di refrattarietà ai processi di trasformazione, cui era stato relegato il Meridione secondo la visione di Carlo Levi e Francesco De Martino. La prima conferma viene dai titoli, che ricostruiscono una precisa topografia territoriale e assecondano un movimento centrifugo che segue il corso dei fiumi (il Basento, l’Olivento, l’Ofanto) dalla Lucania al mare Adriatico, fino a delimitare un orizzonte vasto e omogeneo (il bacino del Mediterraneo) in grado di superare il problema del meridionalismo per abbracciare, secondo la definizione di Franco Cassano, la questione dei meridiani. La scrittura, in questo modo, diventa il laboratorio dove analizzare tale fenomeno: una letteratura che accarezza il fascino dell’altrove e si proietta quale strumento capace di individuare ogni remota parvenza di Itaca o, per essere ancora più precisi, per riconoscere le ardite architetture della “città del sole”.

2. La narrativa di Raffaele Nigro compie un percorso che dall’interno appenninico conduce al mare. Si divide tra desiderio di evasione (da cui si origina il sospetto di tradimento) e approdo alle geografie felici, che nella favola allegorica Desdemona e Cola Cola (2000) viene indicata con il titolo di “isola del grano e del miglio”: un luogo esotico e misterioso, potenzialmente destinato a soddisfare i fabbisogni materiali di chi vi mette piede. Che poi questo luogo nasconda i connotati di un Occidente in preda a una impensabile crisi d’identità e si riveli perciò inadatto a rispondere alle esigenze dell’ignoto visitatore, è un elemento che conferma lo stato di insofferenza nei confronti dell’idea di modernità trasmessa dalla lezione del capitalismo. «Volevo venire nell’isola del Grano e del Miglio e ora sono confuso» – confessa a un certo punto la gazza Cola Cola –. «Ho cibo e acqua, eppure mi sento fuggiasco e braccato in una terra che non mi vuole. Ora io non desidero più tornare e non posso restare. Ecco il mio sogno si è frantumato e io vivo inquieto in quest’Isola» (Desdemona e Cola Cola, Giunti, Firenze 2000, p. 93).

La dimensione itinerante prefigura, quale pegno da pagare, il dramma dello straniamento. «Si fugge da casa e si vive il resto degli anni a cercare la via del ritorno»: afferma il protagonista di Adriatico (Giunti, Firenze 1998, p. 137). In effetti, si tratta di un ritorno che assume la doppia veste di recherche dentro il labirinto della memoria e desiderio di procedere à rebours verso la riconquista di uno stato primigenio. «Io dico che c’è un profondo legame tra marinai come Ulisse e cavalieri come Orlando, Rinaldo e Rodomonte» – afferma a un certo punto il personaggio Cervantes nel racconto L’utopia della città felice –. «Tutti hanno bisogno di viaggiare, perché non sono soddisfatti del mondo nel quale vivono. E la stessa cosa è accaduta a Cristoforo Colombo e ad Amerigo Vespucci, che si sono sentiti in bisogno di fuggire sul mare, alla ricerca della città felice, l’orto del paradiso dal quale fummo tutti cacciati al principio del mondo» (L’utopia della città felice. Un racconto con dodici finali, Gremese, Roma 2006, p. 31).

È chiaro che Nigro ama travestirsi con i panni dell’autore del Don Quijote per compiere un’operazione destinata a sovrapporre, addirittura identificandole, le azioni del pensare e dell’esplorare, quasi a sottintendere che cercare una realtà geografica significhi anche plasmarla con le idee, progettarla, costruirla. In questo senso, il muoversi da un continente a un altro, tanto nel mondo antico quanto nel moderno e nel contemporaneo, diventa una sorta di educazione intellettuale e morale. Eppure, come spesso succede nel genere dell’apologo, le parole della gazza di Desdemona e Cola Cola si spingono quasi a profetizzare l’attesa cui vanno incontro le popolazioni in partenza dai lidi africani o balcanici e dirette verso le spiagge dell’opulento occidente. Le quali, com’è noto, diventano lo scenario tragico in cui si consumano riti di morte e, soprattutto, si versa il prezzo della delusione, confermando quanto sia vera la definizione di “occidentalismo imperfetto” coniata per l’editoriale della rivista «in oltre», che Nigro fonda e dirige con Lino Angiuli nel 1988.

Testimone di questa tragedia è ancora una volta il mare: il luogo per eccellenza entro cui erano confluiti i fiumi lucani (segnali di una fuga dalla cultura dell’entroterra alla civiltà di un Mediterraneo comunitario) e dove si era svolto, tra volontà e casualità, il viaggio di Ulisse. «Mentre vedevo quei profughi» – scrive Nigro in Diario mediterraneo, alludendo agli sbarchi lungo le coste adriatiche delle cosiddette carrette del mare –, «cominciavo a pormi il problema se fosse una iattura o una risorsa quell’incessante catena di arrivi, […] mi chiedevo dove avesse sbagliato l’Occidente» (Diario mediterraneo, Laterza, Bari 2001, p. 312).

Il mare, dunque, oltre a rappresentare l’orizzonte a cui si affaccia Nigro dopo aver abbandonato l’Appennino (e di questo ulissismo centrifugo Adriatico è la testimonianza più efficace), si fa luogo d’appuntamento con le civiltà dell’altrove, con le odissee di altri naviganti provenienti anche loro da una Troia in fiamme e diretti a un’Itaca probabilmente senza futuro. In realtà, intorno al mare si realizza la perfetta fusione tra il viaggio omerico e quello virgiliano: c’è Enea che si è messo in nave per riscoprire una nuova terra (i profughi) e c’è Ulisse che si è lasciato alle spalle il passato (la Lucania) e va alla ricerca della sua isola. In entrambi i casi, però, si tratta di un’esperienza che genera incertezza e solitudine. «È raro che si torni indietro» – dichiara alla fine il protagonista di Malvarosa –. «Non si torna più a Itaca, Itaca resta dentro di noi, come un luogo agognato e irraggiungibile» (Malvarosa, Rizzoli, Milano 2005, p. 361).

La citazione non soltanto pone in sospetto il lettore circa il fallimento materiale/morale della cultura occidentale, ma si fa emblema dello sforzo attraverso cui Nigro cerca di dare una propria interpretazione al concetto di modernità, ponendosi al di qua della condizione di uomo senza patria, nei panni privilegiati – per usare una felice espressione di Ettore Catalano – del «diarista dalla coscienza inquieta» (Il dialogo comunicante nell’opera di Raffaele Nigro, Edizioni Giuseppe Laterza, Bari 2002, p. 85). In questa modernità, infatti, è insito il rischio di incappare in una forma di tradimento come non perfetta corrispondenza tra il sogno di chi emigra (tanto di chi si lascia alle spalle l’Appennino quanto di chi arriva da altri continenti) e la realtà in cui si imbatte. Gran parte dei romanzi pubblicati sul crinale del millennio si colorano spesso di questo disincanto: così è, per esempio, nella fiaba apocalittica Gli asini volanti (2002), il cui epicentro è una comunità di animali convinti di trovare il luogo felice nella città di Venezia e invece vittime/testimoni del proprio genocidio; così è pure in Malvarosa, il più eretico dei romanzi di Nigro, costruito sul paradigma del Sud catacomba, che odora di morte. Il dato è assiomatico. Come Ombre sull’Ofanto eleggeva a protagonista il figlio di un becchino, che trovava salvezza nelle «terre di Ananda Gudè»(Ombre sull’Ofanto, Camunia, Milano 1990, p. 216), così Eustachio Petrocelli, un ragazzo dotato di un particolare olfatto (che gli permette di scovare tesori nascosti sotto terra), riconoscerà la sua Itaca in un lembo di Africa dove vive una donna (Soukeyna) che gli ha dato una figlia (Adithiane).

3. Sia Ananda Gudè che Soukenya/Adithiane altro non sono che incarnazioni di Penelope. Esprimono le ragioni per cui cercare (non dentro il luogo di nascita, a casa propria, ma altrove) il punto esatto in cui Ulisse sente il bisogno di fermarsi. Ma determinano quella dimensione di esilio, cui sembra soggiogata gran parte dei personaggi di Nigro: da Stanislao Brentano della Baronessa dell’Olivento al giovane Arminio di Ombre sull’Ofanto, dal protagonista di Adriatico (alter ego dello steso Nigro) a Eustachio Petrocelli di Malvarosa. In un caso o nell’altro, questi personaggi certificano il fallimento della memoria quale strumento idoneo a ritrovare la strada di casa e confermano, appunto, quanto sia moderna la maledizione di Ulisse: uomo sostanzialmente apolide, testimone sul proprio destino della trasformazione dell’eu-topos in ou-topos, da “paese felice” a luogo assente o luogo dell’assenza. «Ho molto pensato a Itaca, con tutto quanto il mito di questa isola restituisce alla mente a partire da Omero e a finire a Malerba» – confessa Nigro in un capitolo di Diario mediterraneo, intitolato emblematicamente Tornare a Itaca –. «C’è in questo mare un mito del ritorno incarnato in due diversi modi e a distanza di millenni tra loro, è il desiderio di Ulisse dopo l’inferno di Troia […] e dall’altra c’è l’ansia del ritorno, l’esodo degli ebrei e l’aspirazione alla terra promessa» (Diario mediterraneo, p. 136).

Dietro l’individuazione delle ragioni appartenenti alla micro e alla macrostoria, che si celano sotto ogni viaggio, si svela il superamento dell’immagine dell’isola quale archetipo della memoria a vantaggio di una particolare metamorfosi che fa acquisire a Itaca la fisionomia della Taprobana di Tommaso Campanella. Dunque ne fa una geografia ideale, in grado di assecondare l’inclinazione all’utopia che la narrativa di Nigro manifesta sin dal suo apparire. Non a caso, presentando l’edizione tascabile dei Fuochi del Basento (1988), Raffaele Crovi enumerava cinque utopie: quella di Francesco Nigro, che si fa brigante per amore della cultura; quella di Carlantonio Nigro, che «vive il brigantaggio come contestazione permanente, incerta tra passione libertaria e tentazioni d’ordine»; quella di Raffaele Arcangelo Nigro, che vive il cristianesimo «come contraddizione delle regole del potere e come rivoluzione della carità»; quella, infine, di Vitodonato Nigro, che coltiva il sogno di emigrare in America. Ciascuna di esse, poi, trova linfa nell’ultima utopia, che coincide con il progetto della repubblica contadina, la cui bandiera identifica questo ipotetico soggetto politico come la “terra dei cinque fiumi”: Agri, Basento, Bradano, Ofanto e Sinni. (cfr. R. Crovi, Il romanzo antropologico di Nigro, in R. Nigro, I fuochi del Basento, Rizzoli, Milano 1988, p. XII, poi in R. Crovi, Diario del Sud, Manni, San Casario di Lecce 2005, pp. 146-149).

Ma I fuochi del Basento può essere definito romanzo utopico non solo perché le tensioni ideali investono il modo di agire dei personaggi e conferiscono loro una statura etica. Vi si scorge il prepotente fluire della storia quale antidoto all’immobilismo meridionale e ciò pone il libro su una linea di discontinuità rispetto alla comune immagine di Sud, trasmessa da Carlo Levi. Sotto certi aspetti, potrebbe apparire contraddittorio (e persino conflittuale) il rapporto tra Nigro e il Cristo si è fermato a Eboli. «Ogni volta che ne avevo intrapreso la lettura» – confessa l’io narrante di Adriatico – «mi ero fermato alla prime pagine. Non c’era azione e io amavo le storie travolgenti. […] Levi raccontava il Sud contadino con commossa partecipazione, era tuttavia un privilegiato. Dal Sud era fuggito appena scontata la pena, io invece ero confinato dal destino in una provincia senza lavoro, senza ferie, senza felicità, senz’aria, lontano da tutto» (Adriatico, pp. 136-137).

Ancora un volta, è il problema del partire e del rimanere a fare da discrimine tra la situazione narrata nel Cristo e le problematiche esistenziali delle generazioni cresciute, tra condivisione e rifiuto, all’ombra di quel libro. Per quanto sembri paradossale, tuttavia, la saga familiare, che abbraccia quasi un secolo di rivolte brigantesche, non si oppone alla visione del Cristo leviano, ma la reinterpreta secondo una prospettiva destinata a influenzare gran parte della narrativa d’impianto meridionalista, venuta alla luce negli ultimi vent’anni. La lezione di Nigro, infatti, trasgredisce la categoria della non-storia nel momento in cui prosegue il discorso cominciato da Levi in quel celebre punto del suo capolavoro, dove indicava le guerre contadine combattute contro Enea, contro i Romani, contro gli eserciti piemontesi dopo l’unità italiana (Cfr. C. Levi, Cristo si è fermato a Eboli, Einaudi, Torino 1945, pp. 131-132). Per Nigro, insomma, la storia è azzardo contro la politica, in taluni casi diventa una vera e propria apologia dell’eversione – emblematica, in tal senso, la campionatura delle figure dei ribelli effettuata in Giustiziateli sul campo (Rizzoli 2006) –, ma già presuppone il terribile sospetto che ogni tentativo di fuga conduca al fallimento, alla dimensione negativa di una storia senza redenzione.

È vero che con I fuochi del Basento ci troviamo ancora nei campi di battaglia dell’Iliade e non sulla nave di Ulisse. Tuttavia l’idea della repubblica contadina ha già le fattezze del luogo irraggiungibile. Nel momento stesso in cui l’utopia comincia a vivere, sono già evidenti i segni del suo naufragio. Non a caso, il personaggio di Francesco Nigro insegue tutta la vita il sogno della scrittura. E anche Stanislao Brentano, l’esule che arriva in Italia meridionale seguendo le orme di Giorgio Castriota Scanderbeg, individua nella macchina per stampare libri il simbolo di un’alternativa alla guerra.

La cultura come principio del riscatto sociale e come motore della storia è, dunque, una costante dell’utopia secondo Nigro. Ce lo conferma con chiarezza il personaggio Cervantes, che nell’Utopia della città felice, di fronte al Bey di Algeri, arriva a formulare l’ipotesi bizzarra di una città (alla maniera di Platone) governata dai poeti, dove ciascun abitante sarà ripagato in oro sulla base di quanti volumi settimanalmente avrà letto. Le parole non rappresentano il denaro, non sono moneta di scambio, eppure sono fonte di ricchezza: questo il messaggio del racconto ambientato in un’Algeri del Seicento. E anche là dove le discussioni sul futuro avvengono intorno al cadavere di un filosofo, come per la “repubblica di letterati” convocati a Salamanca, non sembra esserci altra via d’uscita che quella di scovare nei libri tutti i segreti del mondo.

marzo 2010

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