Nov 22

“I diavoli di Melùsa” di Davide Camarrone

Da un presunto intrigo internazionale, “roba da telefilm americano”, con tanto di tesoro nascosto da qualche parte, a un giallo civile, nato sotto l’egida di Leonardo Sciascia. Da Lorenza e il commissario (Sellerio 2006), dunque, a I diavoli di Melùsa (Rizzoli 2007), la strada percorsa da Davide Camarrone porta dritto all’inferno del polo petrolchimico isolano, nel nauseabondo quadrilatero industriale della Sicilia: Gela, Augusta, Priolo e Melilli. Una sorta di demoniaco girone dantesco, che negli ultimi anni ha conosciuto la ribalta a causa dei danni procurati all’ambiente e alla popolazione interessata.

 

I casi di tumore superiori alla media, la lunga teoria di bambini malformati, i guasti irreversibili del paesaggio, oramai agli onori della cronaca grazie alle proteste, alle indagini, agli studi promossi dall’Organizzazione mondiale della sanità, diventano ora, nelle pagine di Camarrone, alimento per una storia che ripropone, nella finzione romanzesca s’intende, anche uno dei casi giudiziari destinati a passare alla storia degli errori giudiziari più clamorosi: quello di Salvatore Gallo, condannato all’ergastolo per l’omicidio del fratello Paolo che in realtà, sette anni dopo, si ripresentò vivo e vegeto. Un episodio di mala giustizia, posto sotto un’epigrafe sciasciana, tratta da Nero su nero: “Dice un vecchio avvocato: Una volta, su cento casi che mi capitavano, novantotto erano di colpevoli e due di innocenti. Ora è il contrario: novantotto innocenti e due colpevoli”; fin qui l’avvocato. Ed ecco la chiosa di Sciascia:

“Spero che la sua sia una esperienza eccezionale, ma spesso mi assale il sospetto che la macchina della giustizia si muova a vuoto o, peggio, arrotando chi, per distrazione propria o per spinta altrui, si trova a sfiorarla”.

Nel romanzo di Camarrone, la macchina della giustizia arrota Leonardo Caltabellotta, fratello di Vincenzo: i due non si amano, spesso discutono animatamente sulle sorti delle loro proprietà. Un bel giorno, dopo l’ennesima lite violenta, Vincenzo sparisce, si volatilizza, e Leonardo viene arrestato. Il caso è risolto prima ancora di avviare l’indagine. Trascorsi cinquant’anni da quella triste vicenda, Alfredo Caltabellotta, figlio di Leonardo, col fegato divorato dal cancro, torna nel suo paesino d’origine, Melùsa. È mosso da una motivazione impellente: la volontà di rimettere le cose a posto, per cancellare l’ignominia. Ha con sé un dossier scottante, che ha messo assieme nel tempo, collezionando articoli di giornale, sentenze, testimonianze. Al limitare della morte, dunque, Alfredo, che quasi non si regge in piedi, chiede soccorso al suo amico d’infanzia e collega universitario: si chiama Giulio e fa il farmacista.

Il romanzo comincia il lunedì 19 marzo 2007: l’autore è molto abile nell’ambientare la storia e i personaggi, disegnando una Melùsa demoniaca, una sorta di geenna isolana. I diavoli e le streghe, una volta all’anno, diventano i padroni assoluti del paese: rito antropologico, legato alla religiosità blasfema dei siciliani, ma anche malevola profezia, divinazione inquietante. Quasi subito si evince che la popolazione di Melùsa non ha affatto da temere questi drappelli satanici, retaggio di antichi riti, ma deve guardarsi dai moderni spiriti del male, le presenze infernali delle ciminiere, nella parte nuova di Melùsa.

Quando Alfredo e Giulio si incontrano, e il primo spiega le ragioni della visita, le sue preoccupazioni legate al poco tempo che gli resta da vivere e al peso oramai mal sopportabile che da anni si trascina, si assiste a tutta una serie di flash back, messi in moto da due cd rom che stanno nella borsa di Alfredo. Giulio si mette al computer, tra un malore e l’altro dell’amico, e si trova di fronte a una sorta di memoriale che si intitola L’innocenza di mio padre. Si inabissa in questo mare di parole, Giulio, e riappare la Melùsa di un tempo, scossa da quell’omicidio subito rubricato come delitto d’interesse, maturato lentamente negli anni, tra due fratelli che s’odiavano. A dare l’allarme, quel maledetto giorno, la moglie di Vincenzo, una specie di maàra: il letto freddo come una pietra, i segni premonitori che accompagnano quella scomparsa. E poi, il sopralluogo dei carabinieri: il sangue trovato nella tenuta dei fratelli Caltabellotta (al centro degli interessi di un certo Amedeo Lipari), la capra, il cappello, il buio della notte. Indizi tutti di una presenza demoniaca (ancora Belzebul). Il sospettato numero uno, Alfredo, viene incarcerato, processato e condannato con la velocità della luce.

L’inchiesta, manco a dirlo, fa acqua da tutte le parti, come l’impalcatura dell’accusa. Ad accorgersene, un cronista dal fiuto infallibile (Nino Majorca), cui si deve un’indagine parallela che va in direzione del Petrolchimico e degli interessi loschi di un politico. Il tutto, tra le innumerevoli intimidazioni ai danni di chi denuncia le conseguenze nefaste legate alla presenza delle raffinerie. Una storia nera, quella raccontata da Camarrone, da intendere non tanto nel senso del noir, quanto alla luce di quello che scriveva Sciascia: la nera scrittura sulla nera pagina della realtà.

novembre 2007

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