Giu 13

Parliamo di Luigi Meneghello

Laudatio per Luigi Meneghello di Giovanni Ruffino in occasione del conferimento della laurea honoris causa in Filologia moderna (Palermo, Steri 20 giugno 2007)

“Scrittura letteraria e ricerca dialettologica in Luigi Meneghello”

Apro questa mia e nostra Laudatio per Luigi Meneghello, con una pagina di Libera nos a malo:

La lingua aveva strati sovrapposti: era tutto un intarsio. C’era la gran divisione della lingua rustica e di quella paesana, e c’era inoltre tutta una gradazione di sfumature per contrade e per generazioni. Strambe linee di divisione tagliavano i quartieri, e fino i cortili, i porticati, la stessa tavola a cui ci si sedeva a mangiare. Sculièro a casa nostra, guciàro dalla zia Lena; ùgnolo presso il papà, sìnpio presso di noi. Si sentivano lunghe ondate fonetiche bagnare le generazioni ( … ) La lingua si muove come una corrente: normalmente il suo flusso sordo non si avverte, perchè ci siamo dentro, ma quando torna qualche emigrato si può misurare la distanza dal punto dove è uscito a riva. Tornando dopo dieci anni, dopo venti anni dalle Australie, dalle Americhe: in famiglia hanno continuato a parlare lo stesso dialetto che parlavano qui con noi, che parlavano tutti; tornano e sembrano gente di un altro paese o di un’altra età. Eppure non è la loro lingua che si è alterata, è la nostra. È come se anche le parole tornassero in patria, si riconoscono con uno strano sentimento, spesso dopo un po’ di esitazione: di qualcuna perfino ci si vergogna un poco. (1)

È una pagina di straordinaria lucentezza, nella quale si fondono scrittura letteraria e osservazione linguistica.

Le poche cose che dirò, muovono dalla considerazione di questa duplice attitudine: per la scrittura letteraria e per la esplorazione dialettologica. E non può che essere così.

Luigi Meneghello è uno specialissimo testimone del suo tempo, del nostro tempo. Il suo primo libro, Libera nos a malo, dal quale abbiamo tratto la pagina appena letta, è del 1963 (lo stesso anno dell’esordio di Vincenzo Consolo con La ferita dell’aprile). Seguiranno non pochi altri libri nei quali narrativa, memorialistica, saggistica si intrecciano, si sovrappongono, vivono insieme: I piccoli maestri, del 1964; Pomo pero, del 1974; Fiori italiani, del 1976; Jura del 1987; Bau-sète!, del 1988; Maredè, maredè, del 1991; Il dispatrio, del 1993; Promemoria, del 1994; La materia di Reading, del 1997; Le carte, tre volumi del 1999-2001; Quaggiù nella biosfera, del 2004. Lo scorso anno gli è stato dedicato un volume dei prestigiosi “Meridiani” con una scelta delle opere, tra le quali un testo breve, non citato prima – Leda e la schioppa, del 1988 – che rientra tra quelli autoesegetici. L’esemplare volume de “I Meridiani” è stato curato da Francesca Caputo e contiene contributi introduttivi importanti di Giulio Lepschy e Domenico Starnone.

Ma ritorniamo al 1963. Libera nos a malo è tra i libri più importanti del secondo Novecento. Poiché in circostanze come queste occorre sottrarsi a ogni tentazione paradigmatica, mi limito a due soli altri riferimenti, centrali nel mio personale “apprendistato”: Horcynus Horca di Stefano D’Arrigo e Storia linguistica dell’Italia unita di Tullio De Mauro, un altro grande libro, uscito anch’esso nel 1963 per una sorte di straordinaria coincidenza. E non a caso Giulio Lepschy, intervenendo in occasione del Congresso promosso dalla nostra Facoltà di Lettere nei quarant’anni dalla pubblicazione della Storia di De Mauro, volle soffermarsi proprio sul libro di Meneghello. Diceva Giulio Lepschy, importante linguista italiano, anch’egli trasferitosi in Inghilterra all’inizio degli Anni Sessanta:

Cito qui Libera nos a malo per vari motivi: perchè so che è un libro molto apprezzato da De Mauro; perchè Meneghello è il fondatore del Dipartimento di Italianistica di Reading in cui ho cominciato ad insegnare proprio nel 1963; e infine perchè si tratta di un’opera che ha delle sorprendenti analogie col libro di De Mauro. Libera nos a malo riguarda la situazione linguistica di un italiano del Novecento, cresciuto a Malo, nel Vicentino, «in un mondo dove si parla una lingua che non si scrive» e dove, per converso, si scrive un lingua che non si parla ( … ) Il dialetto (osserva paradossalmente Meneghello, in un libro scritto in un italiano di straordinaria finezza ed efficacia) è la «sola lingua che conosco bene».(2)

Ecco, l’omaggio a Luigi Meneghello, anche qui oggi, si deve al fatto, ribadito da Giulio Lepschy, e cioè che «la cultura dialettale non è uno strumento da prendersi a gabbo». Il perché ce lo spiega lo stesso Meneghello in una pagina di Libera nos a malo, che io ho voluto porre in apertura a una mia recente raccolta di riflessioni di bambini delle scuole elementari sul dialetto (e il titolo della raccolta – L’indialetto ha la faccia scura – ci dice come pregiudizio linguistico e pregiudizio razziale penosamente si saldino) (3).

Scrive Meneghello:

Ci sono due strati nella personalità di un uomo; sopra, le ferite superficiali, in italiano, in francese, in latino; sotto le ferite antiche che rimarginandosi hanno fatto queste croste delle parole in dialetto. Quando se ne tocca una si sente sprigionarsi una reazione a catena, che è difficile spiegare a chi non ha il dialetto. C’è un nocciolo indistruttibile di materia apprehended, presa coi tralci prensili dei sensi; la parola del dialetto è sempre incavicchiata alla realtà, per la ragione che è la cosa stessa, appercepita prima che imparassimo a ragionare, e non più sfumata in seguito dato che ci hanno insegnato a ragionare in un’altra lingua. Questo vale soprattutto per i nomi delle cose.(4)

Quando Luigi Meneghello pubblica Libera nos a malo ha già compiuto quarant’anni ed è in Inghilterra dal 1948, primo anno di insegnamento di Linguistica italiana a Reading, dove fonda, nel 1961, il Dipartimento di studi italiani, che dirigerà sino al 1980, e che, secondo il giudizio di Giulio Lepschy, sarà uno «fra i più fiorenti della Gran Bretagna, per numero di insegnanti e studenti, vivacità di ricerca, e varietà di interessi».

Durante gli anni del suo magistero accademico vedono la luce tre altri grandi libri (I piccoli maestri; Pomo pero; Fiori italiani). I successivi usciranno dopo la conclusione del suo impegno a Reading. Ma va detto che, nel caso di Meneghello, la cronologia delle opere non coincide con i tempi della progettualità. Tutti i suoi libri sono il frutto di una germinazione permanente, dalla quale emerge un progetto narrativo, che è anche stilistico ed etico-estetico, dove tutto quanto si tiene insieme, dove tutto quanto viene lentamente distillato in una sorta di unico grande libro, nel quale i diversi quadri – il narrativo, il saggistico, il memorialistico – contribuiscono a formare un solo straordinario affresco, di cui Libera nos a malo costituisce il primo nucleo.

E si può dire che il microcosmo di Malo, piccolo luogo della provincia vicentina, luogo emblematico del trapasso dalla società contadina con la sua cultura dialettale alla modernizzazione più selvaggia, si irradi sull’intera opera di Meneghello.

Vorrei ora considerare, sia pure sfiorandole, due questioni importanti, già implicitamente adombrate. La prima riguarda la collocazione di Luigi Meneghello nel panorama letterario contemporaneo. E si tratta certo di una collocazione non facile, essendo le opere pur così diverse di Meneghello sostanzialmente estranee – come osserva ancora Giulio Lepschy nella sua Introduzione al volume dei Meridiani – «alle discussioni letterarie e alle tendenze (o alle mode) culturali dominanti in Italia negli ultimi decenni» (5).

In effetti Luigi Meneghello è uno scrittore atipico, un caso per dirla con Giulio Ferroni, un caso per la qualità di una «sperimentazione tutta singolare e circostanziata, che non può essere collegata a nessuna specifica tendenza letteraria». (6) Si comprende, dunque, la ragione per la quale – polemicamente e virulentemente – Giovanni Comisso abbia parlato di intrusione della non-letteratura nella letteratura, del non-racconto nella narrativa.

Eppure alcuni raccostamenti possono affiorare dalla pur limitata mia personale consuetudine con la letteratura italiana del secondo Novecento: con Beppe Fenoglio, per una rievocazione antiretorica e antitrionfalistica della Resistenza (ne I piccoli maestri, che è del 1964, come ne Il partigiano Johnny del 1968), e anche per la funzione che il dialetto ha in Fenoglio nei suoi libri di argomento langhigiano (Malora e Un giorno di fuoco) e nei racconti dedicati al mondo contadino delle Langhe. Con il primo Pier Paolo Pasolini: Casarsa, il paìs, il fascino del mondo contadino e dialettale, la terra del ritorno all’infanzia e alla lingua prima i cui suoni sanno suggerire «le immagini originali». E, sul versante della poesia, con Andrea Zanzotto, coetaneo e corregionale, cui lo legano anche le esperienze della Resistenza nelle file di “Giustizia e Libertà” e, dopo, la capacità di percepire il senso della frattura epocale che stiamo vivendo.

La seconda questione riguarda la presenza del dialetto nella narrativa italiana del Novecento. Questione complessa, ampiamente dibattuta e quanto mai attuale e anche controversa.

Quando nel 1963 esce Libera nos a malo, sono trascorsi quasi vent’anni dalla pubblicazione de L’Adalgisa, primo romanzo gaddiano, impregnato di dialetto milanese; e sono trascorsi pochi anni dal Pasticciaccio che è del ’57 (ma il romanzo era uscito a puntate dal 1946). In questo primario riferimento, Gianfranco Contini e con lui Cesare Segre avevano fissato il punto iniziale di una linea di scrittura e di scrittori – da Pasolini, a Mastronardi, a Meneghello – i quali nel pastiche gaddiano avevano trovato «un’autorizzazione e un incoraggiamento alla violazione della norma linguistica».

Ma in verità, la linea è assai più sviluppata, attraversando luoghi e motivi i più vari: Pavese, Fenoglio, Testori, D’Arrigo, Morante, Malerba, Sciascia, Consolo, sino alle recenti cose di Silvana Grasso (ed evito di citare esperienze altrettanto recenti di semplice verniciatura dialettale, assai discutibili se non effimere). Ma la linea può anche volgersi molto all’indietro, sino a Faldella e Dossi e agli esperimenti della scapigliatura piemontese-lombarda, con il tentativo – come osserva Cesare Segre – «di slegarsi dalle grosse catene linguistiche imposte al romanzo dalla riforma manzoniana» (7), e ancor più indietro, sino a Fogazzaro e Verga.

Ma restiamo ai nostri anni, per osservare come sia proprio del 1964 – un anno dopo l’esordio di Meneghello – l’uscita su “Rinascita” (la rivista del PCI) del saggio di Pasolini Nuove questioni linguistiche, che in qualche modo riapre ancora una volta la “questione della lingua”, legandola – sulle orme di Gramsci – alle profonde trasformazioni sociali del dopoguerra. Una questione della lingua come questione squisitamente politica. La scelta dialettale degli scrittori della seconda metà del ‘900, va collocata in questo clima, ma le motivazioni della scelta sono molteplici e hanno radici diverse: dalle ragioni strettamente linguistiche e stilistiche a quelle dichiaratamente ideologiche, derivanti dalla reazione al processo di omologazione e al declino delle varietà dialettali, preziosa peculiarità della tradizione nazionale italiana.

Dentro a questa pluralità di piani, il dialetto può rilevarsi come semplice componente innovativa, la scelta di una lingua vergine che superi la crisi di espressività dell’italiano letterario; oppure come elemento di un sostrato affiorante, perché inestinguibile; o ancora come espediente mimetico limitato a personaggi e ambiente dialettofoni (La storia di Elsa Morante); oppure ancora come elemento di una molteplicità espressiva, di un linguaggio polifonico nel quale convivono, con la voce dialettale, forme dotte, voci tecniche, neoformazioni, onomatopee, arcaismi e aulicismi (Gadda, D’Arrigo); infine come riproduzione, non sempre riuscita, di un parlato mistilingue, di una interlingua talvolta improbabile, inventata con finalità estrosamente giocose (Camilleri).

Ma cosa può dirsi per Luigi Meneghello? può dirsi innanzitutto – io credo – che la “dialettalità” di Meneghello non sta tanto nella “quantità” di dialetto presente nei suoi libri di narrativa (quantità tutto sommato limitata), quanto piuttosto nella dialettalità diffusa la quale, al di là della “grammatica”, sta in ogni piega della trama narrativa: «Questo libro – sottolinea, come si è già ricordato – è scritto dall’interno di un mondo dove si parla una lingua che non si scrive», una lingua alla quale ha fatto in qualche modo violenza l’italiano dei maestri e del potere, intriso di stereotipata retorica.

Vien da ricordare quanto aveva detto Luigi Pirandello in occasione dell’ottantesimo compleanno di Giovanni Verga:

Dialettale? Sì. Ma come è proprio, volendo fare arte e non letteratura, che si sia dialettali in una nazione che vive soltanto, propriamente, della varia vita, e dunque nel vario linguaggio delle sue molte regioni. Questa «dialettalità» del Verga è una vera creazione di forma, da non considerare perciò al modo usato, cioè come «questione di lingua», notandone lo stampo sintattico, spesso prettamente siciliano, e tutti gli idiotismi.
Qui idiotico vuol dire «proprio». La vita d’una regione nella realtà che il Verga le diede, cioè com’egli la sentì, come la vide, come in lui s’atteggiò e si mosse, vale a dire come su lui si volle, non poteva esprimersi altrimenti: quella lingua è la sua stessa creazione. E non è colpa degli scrittori italiani, nè povertà, ma anzi ricchezza per la loro letteratura, se essi «creano la regione». Nazione da noi vuol dire o volgarità meccanica e stereotipata di stile burocratico e scolastico, o astratta verbosità di lingua letteraria e retorica: quello che sempre, se pure in prima musicalmente piace, alla fine sazia e stanca. (8)

Ma non sazia né stanca l’oseleto del dialetto a confronto con l’uccellino della lingua:

In sostanza volevo spiegare – osserva Meneghello – che l’uccellino in quanto creatura della lingua scritta aveva una specie di monopolio delle attività ufficiali degli uccelli, almeno nella loro forma diminuitiva. Andava a ficcarsi in tutte le manifestazioni riconosciute della cultura, dettati, componimenti, libri di lettura, nei quali ultimi gli piaceva farsi fare il ritratto «sui rami del melo» o in volta per l’aria. Era un vero e proprio operatore culturale, indaffaratissimo, con appariscenti funzioni di rappresentanza, dir bene del Creato, fare le riverenze al Signore, avvertire la gente che era arrivata la Buona Stagione (la gente lo sapeva già) … Era perfettamente integrato nella società delle persone civili, tutti mostravano di apprezzarlo, la Maestra sorrideva, i cacciatori facevano finta di niente ….
Invece l’oseleto sul terreno della cultura era un po’ il figlio della serva, privo di un suo status e poco interessante per la gente istruita. Nessuno gli dava le poesie da imparare a memoria, pareva tempo perso. Andava in giro a beccolare, sempre esposto al rischio che riuscissimo a posargli il granello di sale sulla coda (non ci riuscimmo mai). Non lo si vedeva «svolazzare» come l’altro, il suo modo preferito di spostarsi era di zolar-via. E intanto i cacciatori, fischiando, colmavano di pallini le rosse cartucce …
In cambio però, concludevo nel mio pezzo, è chiaro a tutti che l’oseleto ha una qualità che all’uccellino, guarda un po’, manca: è vivo. (9)

Nello stesso Jura. Ricerca sulla natura delle forme scritte (2003), Luigi Meneghello chiarisce il suo percorso di scrittura, basata dapprima sulla contrapposizione lingua letteraria/dialetto, arricchito poi di una terza varietà, l’italiano parlato:

Ho voluto scrivere l’intero libro in italiano parlato, non come esperimento linguistico, ma usando la lingua come parte del mio argomento, cioè come un aspetto importante della polemica contro la retorica, la pomposità, la convenzionalità, lasciatemelo dire, bugiarda della nostra cultura ufficiale. Ricordo di aver detto allora a qualcuno, forse in un’intervista, che avevo voluto riprodurre un tono di voce. Il narratore non ero proprio io, che sapevo parlare in dialetto e scrivere in italiano letterario, ma un io che parlava «con un certo tono di voce», e credo volessi proprio dire che tentavo di riprodurre il ritmo del parlato, e cioè scrivere il mio racconto come se lo stessi raccontando a voce.

Si intravede già la sensibilità del dialettologo, ricercatore sul campo, etnolinguista e lessicografo, il Meneghello di Maredè, Maredè. Sondaggi nel campo della volgare eloquenza vicentina (1991), compendio mirabile di dialettologia vicentina, a partire dal nome dialettale della chiocciola – per l’appunto maredè – creatura un po’ arcana, “numinosa”, come in definitiva la nostra babbaluci.

È, dunque, il sentimento della lingua a informare di sé i singoli pezzi di lingua, le parole che si fanno cose; una lingua variabile, stratificata («La lingua era tutta un intarsio», si osservava nella pagina rievocata all’inizio).

Varietà, variazione, molteplicità.
Nelle Lezioni americane tenute da Italo Calvino10 nel 1985 nell’Università di Harvard (poi pubblicate da Garzanti nel 1998), quello della molteplicità è uno dei sei valori (leggerezza, rapidità, esattezza, visibilità, coerenza, molteplicità), considerati irrinunciabili per chiunque – guardando alla letteratura – viva la realtà contemporanea. Perciò, richiamando Carlo Emilio Gadda, ne sottolinea le capacità «di rappresentare il mondo come un garbuglio, o groviglio, o gomitolo, di rappresentarlo senza attenuarne affatto l’inestricabile complessità». Luigi Meneghello, letterato atipico e atipico ricercatore, rientra dunque nel clima delle «variabili tensioni novecentesche», tanto per adottare una formula di Gian Luigi Beccaria. (11) E in verità, si potrebbe dire di “variabili tensioni” che attraversano l’intera storia della lingua letteraria italiana, «agitata – per usare ancora le parole di Beccaria – da una congenita, perenne, drammatica questione della lingua, da una diglossia e da un bilinguismo cronici, in dipendenza da una scarsa coesione sociale e geografica e da tante altre cose che sappiamo».Si spiega così questo alterno, o forse incessante volgersi alla tradizione dialettale, a volte assorbita nella lingua sino al suo mascheramento o occultamento; a volte incontenibilmente traboccante.

Ed è questo uno dei contrassegni forti della storia della nostra cultura, della tradizione italiana policentrica e plurilingue di cui Luigi Meneghello è testimone straordinariamente sensibile e attento.

(1) Luigi Meneghello, Libera nos a malo, in Opere scelte, Progetto editoriale e Introduzione di Giulio Lepschy, a cura di Francesca Caputo, con uno scritto di Domenico Starnone, Arnoldo Mondadori Editore (I Meridiani), Milano 2006, pp. 129-130.
(2) Gli italiani e la lingua, a cura di Franco Lo Piparo e Giovanni Ruffino, Sellerio Editore, Palermo 2005, p. 329.
(3) Giovanni Ruffino, L’indialetto ha la faccia scura. Giudizi e pregiudizi linguistici dei bambini italiani, Sellerio Editore, Palermo 2006.
(4) Opere scelte cit., p. 41.
(5) Giulio Lepschy, Introduzione a Luigi Meneghello, Opere scelte cit., p. XLVI.
(6) Giulio Ferroni, Storia della letteratura italiana. Il Novecento, Einaudi Scuola, Milano 1991, p. 535.
(7) Cesare Segre, «Libera nos a malo»: l’ora del dialetto (Saggio introduttivo alla edizione BUR del 2006), p.1.
(8) Luigi Pirandello, Saggi e interventi, a cura e con un saggio introduttivo di Ferdinando Taviani e una testimonianza di Andrea Pirandello, Arnoldo Mondadori Editore (I Meridiani), Milano 2006, pp. 1010-1011.
(9) Luigi Meneghello, Jura. Ricerche sulla natura delle forme scritte, BUR Saggi, Milano 2003, p. 116.
(10) Italo Calvino, Lezioni americane. Sei proposte per il prossimo millennio, Garzanti, Milano 1988.
(11) Gian Luigi Beccaria, Variabili tensioni novecentesche, in «Lettere italiane» 1/1999, pp. 70-84.

20 giugno 2007

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