Giu 13

Parliamo di “Scrittori d’Europa 2007”

(Interventi di DONATELLA LA MONACA e SALVATORE FERLITA)

(Intervento di Donatella La Monaca)

La ragione e l’immaginazione, per natura, si equilibrano in ogni persona umana in diverso modo; ma nella loro diversa armonia, le due funzioni sono entrambe necessarie alla salute e alla sopravvivenza di ogni cultura. Senza l’una o l’altra di queste due funzioni – per quanto equilibrate in diverso modo– è impossibile scoprire una qualsiasi verità nelle cose. E se il romanziere – come ogni artista – si distingue specialmente per la qualità immaginativa, d’altra parte gli si richiede anche un dono superiore di ragione. Altrimenti, non gli sarebbe dato di ordinare felicemente, nelle sue parti, quel piccolo modello di architettura del mondo che si configura in ogni vero romanzo.

Così Elsa Morante scriveva nel 1959, riflettendo sulle forme, le modalità le possibilità che il romanzo potesse ancora offrire, per narrare la realtà epocale ed esistenziale, privata e pubblica, storica e umana. Analogamente, in una sorta di ideale dialogo a distanza, gli scrittori Abdelkader Benali (Olanda), Enrique De Hériz e Marina Mayoral (Spagna), Giuseppe Montesano e Alessandro Piperno (Italia), Koen Peeters e Kamiel Vanhole, (Belgio) intervenuti al convegno organizzato all’interno del progetto PEN (Portal on European Novel), si sono confrontati sulle possibilità che il romanzo europeo contemporaneo possiede ancora di “raccontare i labirinti del nuovo millennio”, di creare mondi, per usare la felice espressione di Tomasi di Lampedusa. In tal senso questa antologia Scrittori d’Europa 2007 (a cura di Domenica Perrone, Bonanno 2007), rappresenta la “testimonianza concreta di una volontà di scambio” che vuole persistere oltre la durata episodica del convegno come scrive Domenica Perrone nella sua introduzione, e ciascuno dei racconti in essa accolto si offre come un’interlocuzione più o meno diretta, accorata, dissimulata, spietata, simbolica nei confronti delle urgenze della contemporaneità.

Una “varietà di voci e di pronunce” si eleva dalla coralità di queste esperienze narrative, tutte però maturate dalla coesistenza di tensioni conoscitive e spinte inventive che a quelle tensioni sappiano dare espressione. “Ragione ed immaginazione” anzi “qualità immaginativa e un dono superiore di ragione” cooperano a fare dell’eterogeneo mosaico di questi racconti, un “piccolo modello di architettura del mondo”.

La solitudine interiore, la percezione di estraneità rispetto al logoro copione del vivere quotidiano, la complessa gestione dei rapporti affettivi, dei legami familiari covano, diversamente declinati, al fondo delle trame inventive di Abdelkader Benali e di Enrique De Heriz. Un giorno di maggio e La bambina sta bene recitano i rispettivi titoli la cui intonazione ‘rassicurante’ collide in modo volutamente antifrastico con le vibrazioni inquietanti che di fatto si schiudono sulla pagina. Nucleo tematico del racconto di Benali è infatti un controverso rapporto padre-figlio: attraverso la voce dell’io narrante prende corpo, nelle forme di una narrazione asciutta, sorvegliata, eppure mossa da guizzi di rimpianto, dolore, cinismo la storia di un’incomunicabilità. La storia di un legame fatto di scambi solo esteriori, di assenze, di silenzi assordanti, di rancori sopiti che, a dispetto della volontà, emergono solo quando morto il padre, deve compiersi la promessa di dargli sepoltura nella terra d’origine. Soltanto allora, dopo un lungo, persino surreale, viaggio a ritroso, il desiderio di oblio del protagonista sembra compiersi ed egli smarrirà la strada che conduce alla tomba, siglando in un’atmosfera di raggelata sospensione l’epilogo di un rapporto mai nato.

Si chiude invece su una sospensione gravida di tensione drammatica il racconto di Enrique De Heriz ossessivamente tramato sull’iterazione di quella formula, “la bambina sta bene” che il protagonista continua a ripetersi per sedare l’ansia divorante del senso di colpa. Lui, scrittore narcisisticamente allettato dal riconoscimento di un premio letterario abbandona la compagna in procinto di partorire cedendo peraltro alla istintuale tentazione di un incontro adulterino. L’angolo visuale del narratore non si sposta dall’interiorità scossa del personaggio e la pagina si modula sulle scosse desultorie del suo conflitto intimo alimentando una serrata teatralizzazione degli stati emotivi. Il ritmo è incalzante e asseconda la cadenza di una climax ascendente attraverso cui si somatizza la dilatazione del senso di colpa e su tutto, risuona quel ritornello, “la bambina sta bene”, quasi ad esorcizzare l’ingigantimento dello spettro della morte prematura. L’andamento della pagina è franto, sincopato scandito da un periodare breve e spezzato da interrogative, interlocuzioni che si inerpicano sino all’acme, per poi precipitare in un epilogo turbato, inquietante ma aperto.

Pur adottando una diversa partitura narrativa scelgono invece, la chiave della riflessione metaletteraria le narrazioni di Marina Mayoral La lente con cui si guardano i fatti e di Giuseppe Montesano, Incontri in pieno giorno.

La scrittrice spagnola postula un “tu” esplicito, un’interlocutore affettuosamente apostrofato “piccolo”, cui narra in una sapiente e voluta contaminazione di verità e finzione, le misteriose alchimie della creazione artistica. Al centro di questa scoperta metanarrazione spicca la pirandelliana dialettica tra l’ autore e i personaggi che si impongono alla “fantasia”, all’“immaginazione” rivendicando una vita propria. Qui il personaggio è la giovane, fragile Amalita intorno al cui tragico destino ruota la riflessione della scrittrice: un’aura di inquietudine avvolge il segreto della “visione” artistica in una cifra stilistica che predilige la rarefazione allusiva. Gli accadimenti più crudi vengono volutamente mantenuti sul crinale sonno-veglia, affidati allo sguardo libero della “lente” attraverso cui ciascuno poi, soprattutto il lettore, li osserva, li giudica, li interpreta. Predilige invece la leggerezza dell’apologo ironico Giuseppe Montesano, dialogando, in una sorta di prosaico incantamento, in una Napoli brulicante e caotica, metafora di una modernità disincantata, con due dei più autorevoli miti dell’immaginario collettivo: Don Chisciotte e Don Giovanni. Si ripropone qui, ma nelle forme di una irriverente desublimazione il rapporto tra realtà e ispirazione narrativa, tra verità e travestimento menzognero: “I romanzi sono sempre veri perché sempre inventati” dirà don Miguel ad un Sancio modernamente metamorfizzato in “attento lettore” , “c’è troppa vita, c’è troppo mondo dentro” e allora si scrive. E nel mondo iridescente che si dipana da quello interiore ogni lettura, ogni interpretazione è legittima e a suo modo vera.

In modo diverso, ma con significative consonanze, l’insensatezza e gli orrori della storia si uncinano alle sofferenze dei singoli, acuendone storture e deformazioni, in un dettato espressivo gravido di un dolore imploso nei racconti di Koen Peeters e Alessandro Piperno: Piccolo romanzo europeo e Ritratto d’artista deluso e in decomposizione. Al cuore di entrambi si pongono due storie di formazione rovesciata, due itinerari esistenziali diversamente segnati dalla presa di coscienza della precarietà, ma ancor più della corruttibilità del vivere umano specie se stritolato nella morsa di certe congiunture storiche in particolare, per Peeters, le leggi razziali del ’38, il conflitto mondiale, lo scempio dell’Olocausto.

Scorre infatti come una vorticosa scorribanda tra le fasi della vita, come tra le epoche della storia, il “piccolo romanzo” di Theo, scandito sullo scenario di alcune tra le più nevralgiche città europee, dagli anni Trenta ai nostri giorni. Si delinea una parabola vitale segnata da lutti violenti, come l’assassinio del padre in tempo di guerra, da relazioni affettive burrascose e fallimentari e da una carriera affaristica lucrosa ma arida cui si oppone, in un voluto controcanto, la passione quasi poetica di Theo per le parole, per la storia delle lingue.

“Theo conosceva a memoria anche l’albero genealogico delle lingue indoeuropee…Quando andava a dormire, tendeva sopra di sé una tela immaginaria e vi gettava dentro le parole che aveva imparato a memoria. Quando una lingua si zittiva, un’altra lingua le dava il cambio ciarlando. Di notte tutte le lingue erravano e mutavano, si rubavano le parole tra loro.”

L’essenza metamorfica delle lingue diviene nel racconto metafora dell’inarrestabile fluire del tempo, espressione della ciclicità naturale del mondo e al tempo stesso dell’agire umano nella storia. Le parole somatizzano il divenire storico, cambiano, si evolvono, tendono a cogliere e a fissare la mutevolezza della realtà. Anche Theo ci prova: le parole sono la sua ossessione, l’ansia nomenclatoria che lo assilla, imprimendo al ritmo del racconto la cadenza di una litania, è l’espressione simbolica del suo desiderio di conoscere, di scrivere la realtà, di decifrarne l’ordine misterioso, ma soprattutto di sottrarla ad un destino di reificazione. Le parole appartengono infatti ancora ad un cosmo naturale, non a caso Theo le lega nella sua memoria al ricordo degli uccelli, le immagina ramificate in alberi quasi esse possano offrirgli un riscatto da quel destino di numeri, di profitti che lo incatena al suo ruolo di commerciante. Il conflitto tra l’esistere e il possedere dirompe con tutta la sua gravità alla fine del racconto che si chiude sulla cifra della consapevolezza e del dolore: le parole possono soltanto offrire barlumi di vita vera, in un percorso su cui incombe la minaccia della reificazione spirituale.

Tutti i dettagli sono quasi scomparsi, c’è soltanto una piccola presenza che duole. Per via di tutta quella violenza cadde per terra.

Sulla stessa immagine di cedimento, quasi di schiacciamento sotto la coltre di un’analoga ossificazione interiore, si chiude la parabola claustrofobica e morbosa dell’artista di Piperno: “Faccio cadere le cose e io stesso sono una cosa che cade”. Prende corpo, infatti, in questo racconto, nell’incedere dolente del flusso memoriale, attraverso la rievocazione autoanalitica di una anonima voce narrante, la storia amara di una segregazione dalla vita, dell’angosciosa reclusione in un mondo di fantasmi interiori, in un microcosmo autoreferenziale nutrito soltanto dell’aggressività autolesionistica delle frustrazioni. Un bozzolo violato, anche qui, solo dall’irruenza della storia, dalla violenza del conflitto israelo-palestinese in cui perde orribilmente la vita il fratello dell’inetto protagonista, Dav, giornalista inviato nei territori occupati. Ed è abilissimo Alessandro Piperno a modulare l’intonazione del suo narrare su corde antifrastiche, stranianti, le cui vibrazioni amplificano, con le dissonanze interiori, anche le brutture della storia anzi, proprio nella prosaicità del ‘privato’ deflagrano i nodi irrisolti del divenire epocale.

Entrambi, Piperno e Peeters pur da angolazioni diverse, in forme di scrittura più o meno “schermate” l’uno dall’impiego di “un’ ironia piena di amarezza”, l’altro da un’asciuttezza tagliente, complice il diaframma di uno stile retoricamente impeccabile per uso di lessico, aggettivazione, traslati, affondano, con sofferta crudeltà, nelle ferite dell’uomo contemporaneo. Ed è significativo peraltro, che Il piccolo romanzo europeo di Peeters rechi in epigrafe una riflessione di Primo Levi che suona quasi come una dichiarazione di poetica: anche lo scrittore belga infatti “va in cerca di eventi da schierare in mostra” sulla pagina perché testimonino la “versione più strenua del mestiere di vivere”. A quello stesso Primo Levi che “non si allontanò mai dalla descrizione dell’orrore” guarda anche Piperno cogliendo nella sua esemplarità umana ed artistica l’espressione di una “creatività che nasce dalla vita e dal sangue”.

E’ invece intorno al nucleo ideativo del “viaggio” come conoscenza, del “camminare” come “attraversare la vita” che si addensa l’aerea invenzione di Kamiel Vanhole. Le “ciabattine” protagoniste della sua favola moderna narrano le infinite, rocambolesche storie degli esseri umani delle cui impronte serbano memoria. Si avvicendano così, avvolte da un’affabulazione sinuosa e suadente che si alimenta della vividezza anche cromatica dell’immagine, la storia arabescata di una principessa persiana e quella decisamente più prosaica di un comune, anche rude avventore. Ed è una specola privata quella da cui “osservano” le ciabattine adibite, per destino, a custodire i passi negli ambienti interni almeno sino a quando, per un singolare caso, anch’esse vengono riposte in valigia e portate fuori alla scoperta del mondo.

“La vita è intessuta di storie” recita l’epilogo del raffinato apologo di Vanhole e di esse si nutrono le narrazioni dei sette scrittori qui antologizzati confermando, con Elsa Morante, che “una raccolta di racconti – quando si componga, con la ricchezza omogenea delle sue parti, in una interezza sviluppata e armoniosa – ha valore certo di romanzo.”

giugno 2007


(Intervento di Salvatore Ferlita)

“Quando una lingua si zittiva, un’altra lingua le dava il cambio ciarlando”. L’epigrafe di questo volume (Scrittori d’Europa 2007, a cura di Domenica Perrone, Bonanno editore), che raccoglie i racconti di alcuni tra i più rappresentativi autori europei contemporanei, l’ha scritta involontariamente uno di loro: si tratta di Koen Peeters, cui si deve Piccolo romanzo europeo.

Un testo canettiano, del Canetti della Lingua salvata per intenderci, in cui la memoria si compone dell’albero genealogico delle lingue europee, e l’universo viene a coincidere con lo spazio chiuso, ma solo in apparenza tale, del vocabolario, sterminato campo di battaglia, come lo immaginava Giorgio Manganelli, disseminato di cadaveri di soldati pronti inopinatamente ad animarsi.

Vivere, per chi dice io in queste pagine, significa dar sfogo a una sorta di irrefrenabile empito classificatorio, a una coazione tassonomica: non per nulla il racconto si apre con una citazione tratta dal Sistema periodico di Primo Levi. Il bisogno d’ordine, di compostezza e armonia è però solo un velleitario gesto apotropaico, il tentativo di arginare un’entropia irreversibile.

Racconto di una nuova Babele, ancora più spietata e apocalittica, Piccolo romanzo europeo è una specie di incubatrice d’inchiostro: in essa le parole appena germinate hanno una remota possibilità di sopravvivenza. Grandiosa e insieme fragilissima metafora della letteratura. Peeters è uno scrittore auricolare: mostra una sensibilità estrema nei confronti di echi, rumori, frantumi. I minimi sussulti vengono registrati, ma anche gli strepiti assordanti. La vita che se ne vuol stare al riparo, lontana dai clamori, e la guerra che rimbomba col suo immondo frastuono. Il tutto, reso attraverso un montaggio sperimentale, che segue un procedimento analettico. Si può crivellare la cronologia, vuol dirci l’autore, senza per questo apparire avanguardisti d’altri tempi. Ma solo se il procedimento messo in atto trova una sua giustificazione nel cuore stesso del racconto.

E al mondo che va in decomposizione, per via della guerra che devasta e incenerisce, si oppone invece la putrefazione che si consuma tra le pareti di casa dell’artista recluso, tratteggiato da Alessandro Piperno. Allo sguardo sulla carcassa del pianeta, uno sguardo panoramico e però in grado di isolare anche un dettaglio minimo, si alterna, nelle pagine dello scrittore romano, il piglio claustrofobico che mette in luce tic e manie di un singolo individuo.

Arguto chiosatore di Proust, Piperno sembra oramai aver fatta sua la scrittura olfattiva dello scrittore francese: le fragranze, gli odori, gli effluvi vengono rubricati con precisione scientifica.

Ricordo confusamente che la mia preoccupazione maggiore era di non sentire alcun odore. Io odio gli odori cattivi e amo troppo morbosamente quelli buoni. L’odorato è il mio senso più vivo, la cui vitalità mi ha sempre spaventato, come una cosa pericolosa.

E pian piano, il profumo di pane appena sformato che emana il fratello del protagonista del racconto, lascia la scena ai miasmi della decomposizione cui questi è condannato. E una sorte simile, anche se metaforicamente trasposta, è riservata allo scrittore recluso cui si allude nel titolo. Uno scrittore la cui vita è sofferenza, mortificazione. Pratica masochistica: Piperno, come Truman Capote, usa la penna alla stregua del cilizio. Pian piano che la vicenda prende corpo, e che la voce del narratore si stabilizza, si ha sempre più l’impressione di assistere a una danza macabra, a un cupio dissolvi, a un vero e proprio trionfo della morte.

È una vita dimezzata, quella di cui si narra: che potrebbe avere il suo completamento in quella del fratello, Dav. È una strana dipendenza, questa narrata da Piperno, che lui stesso definisce “oblatività narcisistica”. C’è dunque qualcuno, per dirla in parole povere, che fa da polmone d’acciaio a qualcun altro. Quando questi viene a mancare, non può che sopraggiungere, puntuale come un orologio svizzero, la morte. Ed è quello che accade alla fine di questo racconto, che ha una efficacissima chiusa dantesca: “Faccio cadere le cose e io stesso sono una cosa che cade” (“E caddi come corpo morto cade”).

Anche nelle pagine di Giuseppe Montesano troviamo la storia di un doppio, questa volta però celeberrimo. A offrire materia allo scrittore napoletano è infatti la coppia Cervantes-Sancio Panza, catapultata dalla Spagna nei vicoli vocianti di Napoli (del resto, ci aveva già pensato Giuseppe Bonaviri a trasferire il cavaliere dalla triste figura dal continente ispanico a Frosinone: vedi L’infinito lunare. Racconti fantastici, Mondadori 1998).

Coppia che sembra risentire della lettura che di don Chisciotte e del suo fide scudiero diede Vittorio Bodini, straordinario traduttore del capolavoro cervantino. Per Bodini, infatti, don Chisciotte non era l’eroe idealistico dell’illusione, come videro i romantici, ma un intellettuale innamorato dell’azione. Di conseguenza, Sancio appariva come un uomo pratico catturato dal fascino del pensiero e della cultura. “Scusa, Sancio – fa dire Montesano a Cervantes – ma tu mi sbalordisci! Ti ho lasciato analfabeta, e ti ritrovo lettore attento…”. “Ho imparato a leggere – risponde il fido scudiero – cavandomi gli occhi sulla mia vita, quella che tu hai falsificato, Miguel, e mi sono evoluto: ora faccio il critico letterario, scrivo sui giornali e insegno pure all’università”.

C’è una inversione dei ruoli, che richiama alla mente quella ipotizzata da Kafka nel suo inquietante paradosso, intitolato La verità intorno a Sancio Panza:

Nel corso degli anni, durante le ore della sera e della notte, Sancio Panza, che però non se ne è mai vantato, procurò al suo diavolo, cui diede in seguito il nome di Don Chisciotte, una quantità di romanzi di cavalleria e di brigantaggio e riuscì ad allontanarlo da sé in maniera che questi, privo di controllo, compì le più matte gesta, le quali però, in mancanza d’ogni oggetto prestabilito – che avrebbe dovuto essere appunto Sancio Panza –, non fecero del male a nessuno. Da uomo libero Sancio, imperturbabile e forse animato da un certo senso di responsabilità, seguì Don Chisciotte nelle sue scorribande e ne ricavò, sino alla sua fine, un grande e utile divertimento.

Kafka, dunque, immagina un don Chisciotte come demone di Sancio, ricreato dallo scudiero come un parto della sua immaginazione favolistica. Una cosa del genere accade anche nella seconda parte del testo di Montesano, dedicata al rapporto tra don Giovanni e Leporello. Ma, in più, c’è in queste pagine una prepotenza metaletteraria, che induce l’autore a riflettere sul ruolo dello scrittore, sulla sua pratica vampiresca, sul rapporto ambiguo tra verità e menzogna.

Viene alla mente un altro paradosso, di cui troviamo traccia proprio nel Don Chisciotte: quello del mentitore. E tutto sulla menzogna è giocato il racconto di De Hèriz, La bambina sta bene. Frase, questa, che scandisce il ritmo della narrazione con la precisione di un metronomo. È un apologo sul destino, Sciascia avrebbe detto sull’entelechia. Un apologo beffardo, che si fa sempre più claustrofobico, vertiginoso. Una impietosa auto-analisi, che accelera il ritmo cardiaco, trascinando il lettore nel vortice di un senso di colpa che si manifesta pian piano, e che diventa chiaroveggenza, capacità di decrittare anche i segnali più oscuri. Segnali che lasciano presagire la vicinanza minacciosa della morte: fisica e dei sentimenti, che pian piano inesorabilmente si pietrificano.

E una lunga, beffarda riflessione sulla morte è il racconto di Benali, che si inserisce in quel filone familistico-favolistico che sta tra Pennac e Rushdie. È un racconto anti-foscoliano, di una corrispondenza negata di amorosi sensi, che ha al centro la figura di un barbiere, il padre di chi dice io. Sappiamo quale sia la dignità letteraria di un personaggio come quello del barbiere (grande figura misteriosa, gran raccontatore, in primo luogo raccontatore di se stesso), consacrato nelle Mille e una notte dalla novella del Gobbo riottoso e poi riproposto nei secoli da tantissimi autori.

È la storia di un rapporto conflittuale tra padre e figlio (Turgeniev docet), il racconto di uno scontro generazionale che a un certo punto si interrompe per il sopraggiungere della morte del genitore. Cosa, questa, preannunciata all’inizio, in una sorte di efficacissima preterizione tematica:

Oggi ho contato l’ottava coccinella rinsecchita. Come facciano a rientrare in casa, è per me un mistero. Il modo in cui dopo si sciupano per mancanza di piante e si essiccano non mi ha lasciato indifferente, e in una specie di rito superfluo le ho messe tutte e otto sul davanzale come se fosse una famiglia in cerca di una ricomposizione post mortem.

Le pagine si susseguono sulla spinta di un umorismo nero, di un sarcasmo mortuario che mano a mano si infittisce. Il rito non trova una sua conclusione, la sepoltura assomiglia a una rimozione.

Sono rimasto vicino alla tomba finché gli ultimi raggi di sole furono scivolati via dalla vallata. Quando più tardi, nel pomeriggio, sono tornato per dare ancora un’occhiata, non sono più riuscito a trovare la tomba.

C’è pure di mezzo un decesso, nelle pagine di Marina Mayoral, puro esercizio metaletterario, di matrice pirandelliana: del Pirandello dei Sei personaggi in cerca d’autore. La scrittura letteraria, per l’autrice spagnola, è il risultato dello scontro tra la volontà di chi scrive e quella dei personaggi messi in campo: autonomi, forse eccessivamente indipendenti.

Come autonome, forse troppo indipendenti sembrano essere le ciabattine che stanno al centro del racconto di Vanhole, tutto costruito sulla tecnica dello straniamento. Racconto fantastico, a tutta prima, di formazione cammin facendo, che solo alla fine denuncia la sua vera natura: che è sociale, meglio sociologica.

giugno 2007

About The Author