Mag 23

Introduzione alla lettura di Domenico Starnone

(di SIMONE GATTO)

Domenico Starnone è nato a Napoli nel 1943 e qui ha vissuto fino all’età di ventiquattro anni, quando ha iniziato la sua attività di insegnante presso alcune scuole del Mezzogiorno d’Italia. Da anni vive e lavora a Roma, affiancando all’attività di scrittore una prolifica attività di sceneggiatore per il cinema. In passato ha collaborato con «L’Unità», «Tango», «Cuore», oggi è redattore delle pagine culturali de «Il Manifesto».E proprio dalla sua esperienza di insegnante e dalla collaborazione con «Il Manifesto», a metà degli anni Ottanta, nasce il suo primo libro. Nel chiarire le ragioni di un percorso narrativo intrapreso relativamente tardi, lo stesso scrittore si è trovato a spiegare:

Io sognavo di fare lo scrittore fin da quando avevo tredici, quattordici anni. Poi tra i diciassette e i venti ho iniziato a scrivere moltissimo, ma pensavo di non avere la stoffa e abbandonai quell’ambizione. La passione si placò quando intrapresi la collaborazione con i giornali e lì riversai il mio impulso a scrivere; in particolare, a metà anni Ottanta, sul «Manifesto», creai una rubrica di tipo narrativo in cui raccontavo il mondo della scuola. Poi da questa rubrica trassi un libro e iniziai veramente a scrivere da romanziere (Intervista a Domenico Starnone di C. Passiatore, 23 agosto 2001, in www.stradanove.net).

Ex cattedra è, dunque, il diario scolastico di un insegnante presso una scuola media superiore, pubblicato inizialmente come rubrica settimanale sulle pagine de «Il Manifesto», stampato in volume per le edizioni dello stesso quotidiano nel 1985. Dopo averlo ripubblicato, con qualche variante e alcune integrazioni, nel 1989, per i tipi Feltrinelli, nell’introduzione alla nuova edizione, lo scrittore, individuando una precisa costellazione di libri dedicati alla scuola, è parso suggerire una genealogia letteraria pertinente, non solo per Ex cattedra, ma pure per le successive sue opere di ambiente scolastico (Fuori registro, 1991; Sottobanco, 1992; Solo se interrogato. Appunti sulla maleducazione di un insegnante volenteroso, 1995):

La scuola di cui si racconta nelle pagine seguenti non l’ho inventata io. In parte ce l’abbiamo – resa invisibile dalla quotidianità – tutti stabilmente sotto il naso. In parte è stata scoperta come oggetto narrabile – e quindi ormai visibile – da scrittori che hanno fatto o fanno gli insegnanti: parlo di Leonardo Sciascia con le sue cronache scolastiche in Le parrocchie di Regalpetra, di Lucio Mastronardi con Il maestro di Vigevano, di Virgilio Budini con La scuola si diverte, di Gianni Celati con alcuni brani di Comiche e La banda dei sospiri, di Paolo Teobaldi con Scala di Giocca. Non poche delle cose che per un anno scolastico ricchissimo di eventi interni ed esterni ho cercato di vedere e annotare, ho imparato da loro a vederle e annotarle (p. 8).

Domenico Starnone, dunque, ha provveduto ad aggiornare, fino agli anni Novanta il discorso sulla scuola condotto da altri scrittori-insegnanti prima di lui, e, poi, ancora garbatamente portato avanti, fino alla fine dello stesso decennio, dal compianto Sandro Onofri e dal suo bellissimo Registro di classe (1999). Lo scrittore napoletano, per sua parte, si è trovato ad affrontare la materia narrativa con lo stile che gli è più congeniale: una scrittura leggera e ironica che mette alla berlina il campionario dei luoghi comuni, delle prassi obbligate, dei riti collettivi e delle parole d’ordine che accompagnano il destino di docenti e studenti dentro quella sorta di spazio irrelato in cui la scuola italiana sembra essersi trasformata. Sotto gli occhi del lettore sfila, così, una galleria di personaggi ostinatamente disponibili a ripetere tic e manie, a manifestare peculiari e spersonalizzanti forme di nevrosi, e che l’autore provvede a far interagire componendo quadri di varia umanità sui quali si appunta ora un riso caustico e corrosivo, ora un’ironia leggera e compassionevole.

Starnone dispone di una varietà impressionante di registri, e della capacità di adattarli alle diverse circostanze, alternandoli nella giusta misura; inoltre, nel passaggio da un libro al successivo, per scongiurare il rischio della ripetitività, declina in forme sempre nuove l’unicità della materia narrativa cimentandosi, dopo il diario scolastico di Ex cattedra, con la raccolta di racconti in Fuori registro, con la pièce teatrale in Sottobanco, con il campionario di appunti in Solo se interrogato. Ma indipendentemente dalla produzione di ambiente scolastico, il ruolo di assoluta originalità e rilievo che va riconosciuto a Starnone nell’attuale panorama della narrativa italiana, merita di essere definito soprattutto in rapporto ai romanzi che egli è andato pubblicando a partire dalla fine degli anni Ottanta, prima con scadenza quasi annuale, poi con quegli intervalli sempre maggiori di tempo che hanno fatto pensare alla sicura acquisizione di una maturità più distesa e contemplativa.

A guardare nel complesso della sua opera, ciò che emerge con più netto rilievo è la progressione con cui procede l’operazione di riappropriazione delle originarie radici meridionali: all’inizio, i suoi romanzi presentano un lessico scelto, una sintassi ritmica e controllata, la lingua depurata di un esercizio in perfetto stile calviniano; solo con gli anni sono destinate a farsi strada, in essi, quelle tensioni espressive che all’altezza di Via Gemito (2000) scardineranno il periodare lineare e cristallino delle prime opere per incrementarlo dell’esuberanza verbale tipica dei prestiti linguistici di matrice dialettale. Il maturare di nuove tensioni stilistiche, inoltre, non è mai sganciato, in Starnone, da un arricchimento anche tematico della materia narrativa, per cui, con l’acquisizione di nuovi territori linguistici, ha pure corso, nella sua opera, il sempre più deciso affiorare di dolorosi grumi esistenziali che recuperano, con le radici dell’autobiografia, la memoria dolcissima della madre scomparsa, e quella controversa del rapporto conflittuale con il padre.

Le prime prove di Starnone, dunque, si collocano sotto l’ideale ala protettrice di Calvino, e spesso arrivano addirittura a riproporre, con la sicurezza di accenti e la giustezza di tono che fanno però lo scrittore originale, situazioni e momenti narrativi tipici dello scrittore ligure fra gli anni Cinquanta e Sessanta. L’incipit di Eccesso di zelo (1993), ad esempio, pagina bellissima in cui dell’io narrante e di Silvana, la collega dattilografa, viene descritto il gioco di sguardi oltre lo schermo dei monitor del computer, riporta immediatamente il lettore al clima e alle atmosfere calviniane degli Amori difficili, così come diversi momenti dell’impresa ecologista tentata dai protagonisti di Segni d’oro (1990), richiamavano alla memoria ora il Calvino della Nuvola di smog, ora quello della Formica argentina, ora quello della Speculazione edilizia. Non è, quindi, un caso che proprio attorno ad una lettera di Calvino si intreccino i destini dei personaggi del primo romanzo di Starnone: Il salto con le aste (1989). Michele Astarita, il miglior amico dell’io narrante, coltiva il sogno di diventare scrittore, non uno scrittore qualsiasi tuttavia, scrittore alla maniera di Italo Calvino. E sebbene dell’autore dei Nostri antenati non abbia mai letto neppure un rigo, egli avverte una seduzione fortissima per il modo pubblico in cui questi provvede ad interpretare il ruolo di intellettuale, per il piglio sicuro con cui lascia intuire di conoscere le cose, per la franchezza del sorriso, per la fronte larga, per l’espressione affabile del volto. Per anni, quindi, si dedica a studiarne più che i libri, le quarte di copertina sulle quali lo scrittore appare fotografato. Quando, infine, decide di spedirgli un proprio racconto per averne un giudizio, la non troppo lusinghiera lettera di risposta di Calvino viene intercettata dalla moglie Anna e dall’amico io-narrante che, per evitargli una sicura delusione, decidono di sostituirla con una lettera apocrifa da loro stessi redatta.

Romanzo delle speranze e delle delusioni, Il salto con le aste ripercorre, fra gli anni Sessanta e Ottanta, con le vicende di un’intera generazione, le esperienze di un gruppo di amici, ritornando sui percorsi della loro educazione politica e sentimentale, sulla loro generosità e ingenuità di militanti, sulle incomprensioni che diventano rancori negli anni, sugli amori a lungo coltivati e mai dichiarati. Starnone vi riversa, da subito, alcuni dei temi che saranno poi centrali in tutto il corso della sua narrativa: la difficoltà dei rapporti di coppia, il pudore dei sentimenti, il potere seduttivo delle parole e della scrittura, il patologico stralunamento dell’io vicario dell’autore. E ancora, nascondendolo dietro più piani di scrittura, distribuendo i caratteri dell’autobiografia tra l’io narrante e il personaggio di Michele Astarita, il motivo del rapporto tra il figlio e le ingombranti figure genitoriali. Molti di questi temi e di questi motivi ritornano, quindi, nella raccolta di racconti del 1996, La retta via. Otto storie di obbiettivi mancati.

In questa occasione, è soprattutto il motivo dello smarrimento, della perdita reale e metaforica della «retta via», a dare forma narrativa al cronico sentimento di labilità di cui soffrono le ricorrenti controfigure dell’autore. Il tema dell’amoroso trasporto verso la madre scomparsa, invece, provvede a farsi strada, in maniera all’inizio latente, poi con i toni di una confessione sempre più aperta e necessaria, già a partire dalle pagine del Salto con le aste, per tradursi via via, ora nella dolcissima modulazione dei versi del Seme del piangere di Caproni citati dal protagonista di Eccesso di zelo, ora nella più definita consistenza fisica e lessicale con cui l’immagine materna viene rievocata in Denti (1994). In quest’ultimo romanzo, inoltre, il percorso della memoria pare annunciare, fra deformazioni grottesche e tensioni espressionistiche, l’incremento stilistico che maturerà con Via Gemito. Via Gemito, d’altro canto, pur riportando in exergo la dedica «a Rosa, Rusinè», ennesimo omaggio alla memoria della madre attraverso la rievocazione del lessico famigliare, resta comunque e principalmente il romanzo del padre.

Di Federico, in dialetto Federì, uomo violento e manesco, all’inizio, il figlio rievoca soprattutto immagini di prepotenza, arroganza e braveria; e mentre rivive il sentimento di disagio che gli pare di avere immancabilmente provato in sua presenza, resuscita pure la pronuncia esuberante con cui il padre sapeva lacerare il silenzio da lui gelosamente coltivato, le parole oscene con cui violava il suo pudore e la sua timidezza. Ma, col tempo, assieme a questi ricordi ostili, contrari, altro tipo di immagini trova il modo di risalire il flusso della memoria per tradursi in scrittura, per acquistare forma dentro la sequenza sicura e ordinata dell’alfabeto: sono immagini cordiali della figura paterna rivisitata, ora, con lo sguardo compassionevole del figlio che riesce a valutare, senza rancore, l’avvilimento dell’uomo tenace che insegue la propria vocazione contro il suo stesso destino, o immagini felici, apparentemente dimenticate e d’improvviso affioranti, di una rara serenità familiare:

Immagini e immagini […]. Momenti che se Federì e Rusinè fossero vivi e potessi raccontarglieli, farebbero un’espressione perplessa come se non si trattasse di scene della loro vita. Sono attimi irrilevanti, di una luce felice che colora senza assegnare colori, come nei sogni. La volta, mettiamo, che torna a casa dal lavoro e ha la faccia bruciata dal sole. Mia madre gli chiede scherzosamente: “Sei stato a lavorare o sei andato al mare?”. Risponde ridendo: “Ma che mare, Rusinè”. Giura che è stato in stazione tutto il tempo e solo durante un intervallo si è messo un po’ a pittare al sole. Ma lei non gli crede, vuole controllare se si è bruciato anche sulle spalle. “Fammi vedere” dice e lo afferra per un braccio ridendo, gli si aggrappa al collo, gli apre la camicia per guardarci sotto.
Li vedo, è un gioco tra loro, noi figli ne siamo esclusi ma ci divertiamo. Federì finge di scappare, mia madre lo insegue, gli grida: “Sei stato al mare, è sicuro, ti sei fatto il bagno”. […] Lo lecca sul braccio, sulla spalla, grida trionfante: “Lo vedi che sei salato”. Anche Federì a quel punto si lecca perplesso, dice: “Ma che salato”. E io sto in un angolo, guardo. Mia madre se ne accorge, si confonde, mi chiede: “Vieni a sentire e dimmi se è salato”. Ma mio padre, dietro di lei, già mi fa cenno di no con aria complice. Lo fa per darmi a intendere che ha qualcosa da nascondere, anche se è chiarissimo che sta dicendo la verità, è stato veramente in stazione a pittare. Non c’è proprio niente da fare, lui è così, più che la verità gli piace dire le bugie, vuole far credere con smorfie allusive che è stato veramente al mare e in buona compagnia. Lo vuole far credere soprattutto a me. Ma intanto, mentre Rusinè lo lecca di nuovo, sul petto, sul collo, anche in faccia, chiudo gli occhi, non mi ricordo come va a finire (pp. 388-389).


Da ultimo, con Labilità (2005), Starnone è parso tornare a comporre i diversi momenti della sua opera, a saldare personali e profondissime scissioni. Se fino all’altezza di Via Gemito, infatti, aveva potuto dichiarare:

A partire dai vent’anni volevo essere laconico come Calvino e mi sono addestrato, nell’arco della mia vita, pur partendo dalla mia meridionalità, a controllare le parole, a gestirle, ad attenuarle, insomma a governare la mia verbalità. Venivo, però, da una città in cui i fiumi di parole erano un dato culturale di fatto, tra l’altro molto apprezzato. Questo addestramento, durato per anni, si è rivelato un falso addestramento. […] lentamente mi sono riavvicinato a questa materia e ho pensato che, non solo doveva essere raccontata, ma che fosse anche necessario raccontarla (Tendo a una vaghezza perseguita con precisione. Intervista con Domenico Starnone, 16 novembre 2001, www.italialibri.net).

Ora, dopo la necessaria catabasi dentro il fondo oscuro della lingua del padre, dopo aver serenamente ricomposto la memoria dei conflitti familiari, Starnone è potuto tornare all’amato Calvino delle origini, a giostrare intorno alla stessa lettera che lo scrittore ligure indirizzava al povero Michele Astarita una nuova storia di «amori difficili», con atmosfere sospese e liquefatte, e con un alter-ego, ancora una volta, disorientato e stralunato, in preda alle lacerazioni degli oggetti a agli slittamenti dei piani del reale. Con Labilità, in effetti, Starnone è parso scrivere il romanzo della maturità. Di una maturità, tuttavia, paradossale, e paradossalmente temporanea, che esclude approdi sicuri e definitivi e che sembra accettare le scissioni dell’io come dato fisiologico e fondamentale. Labilità, del resto, è essenzialmente una storia di doppi: del protagonista, un anziano scrittore in crisi, e del suo giovane talentuoso alter-ego, e ancora del protagonista e del doppio femminile che sente di custodire dentro: “forse avevo davvero un corpo di donna, dietro la parvenza maschile” (p. 243).

È proprio questo complicato gioco di specchi, tra identità maschili e femminili, a rendere plausibile, talaltro, l’ipotesi che di recente è stata formulata di uno Starnone, alter-ego a sua volta, della misteriosa autrice dell’Amore molesto (1992) e dei Giorni dell’abbandono (2002), la fantomatica scrittrice napoletana Elena Ferrante. Certo l’ipotesi si ascriverebbe perfettamente nella fitta trama tessuta dai rimandi di Labilità, fra doppi, fantasmi e identità sfuggenti, ma indipendentemente da queste affascinanti suggestioni, va comunque sottolineato, a concludere, che per Starnone, le parole, la scrittura, se apparentemente paiono favorire il senso di perdita della realtà, costituiscono, a fronte dell’aggressione dei suoi dati più cinici e violenti, l’unico dispositivo ordinatore possibile, i «segni d’oro» che neutralizzano il caos e che ricompongono, almeno temporaneamente, le ricorrenti scissioni dell’io.

maggio 2006

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