Dic 14

Intervista a Michele Perriera (dicembre 2005)

L’intervista qui riprodotta conclude la tesi di Alberto Saetta sulla narrativa di Michele Perriera.

DOMANDA: Qual è l’importanza che attribuisce alla trilogia A Presto, Delirium cordis, Finirà questa malìa? all’interno della sua produzione?

RISPOSTA: La trilogia di cui lei ha parlato è un viaggio in tre tempi nella realtà contemporanea, quella più nascosta, più problematica, più fantastica. Un percorso che cerca nei vivi e nei morti il sempre più difficile senso della nostra vita. Ora solo la liberazione del nostro immaginario può rintracciare il filo d’Arianna che porta verso una verità tanto pellegrina quanto sfuggente.

D: Qual è, dei tre, il romanzo in cui è riuscito a esprimere meglio le sue “intuizioni di vita”?

R: Non so scegliere fra i tre libri. Sono tutti e tre tracce del mio amore della vita e del mio dolore per i suoi spesso imperdonabili vizi. Tutti e tre questi libri viaggiano nelle tortuose strade della nostra epoca e vi si trovano, in forma metaforica, gli inganni del presente e i sogni del passato e forse dell’avvenire. Attribuisco alla nostra trilogia il desiderio di dire la verità, nelle forme della poesia, sul nostro tempo. Assieme a Romanzo d’amore, a tanti miei testi teatrali e alle mie scritture critiche, questi tre libri appartengono, forse, al meglio della mia produzione. Ma non voglio dimenticare gli altri libri, romanzi e racconti a cui sono ugualmente legato.

D:Il tema dell’umorismo è presente in quasi tutte le opere: qual è il suo ruolo?

R: L’umorismo di solito fa bene alla salute, anche a quella dello scrittore e del lettore. A parte questo esso rappresenta insieme l’insinuazione del disincanto e la ricerca di un nuovo, più maturo incantamento. L’umorismo rende inoltre “politica” la mia fantasia.

D: In Finirà questa malìa, Ersilia, a proposito della giustizia, scrive nel suo diario: “Ma essa è ormai così sfuggente che io stessa mi domando se non è ormai folle il solo fatto di parlare di giustizia”. É così anche nella realtà?

R: I nostri tempi sono ossessionati dal denaro e dal potere che esso fonda. La gente è spesso disposta alle imprese più orribili per aumentare il proprio potere d’acquisto. I nostri dominatori, più o meno segreti, sono assetati di anime, per possederle e gettarle nella dimenticanza.

D: Qual è il personaggio in cui si è ritrovato di più nella trilogia in genere, e in A Presto nello specifico?

R: Tutti i personaggi, ovviamente, mi sono carissimi. Ma due sono quelli che mi accarezzano il cervello e mi fanno sentire la febbre dell’epoca: Amalia e Ruggiero. Voglio aggiungere però che ho tanto in comune con Mariù (la protagonista di DeliriUm cordis) e tanta simpatia per Ersilia (la protagonista di Finirà questa malìa?).

D: Perché la divisione in tempi, prima, e in date, poi, nella prima e nella seconda parte di A Presto?

R: Nella seconda parte di A presto, il tempo diventa martellamento dei particolari più minuti della nostra vita. Le scansioni che dà il racconto sono come rintocchi di campana. Tutti i protagonisti del romanzo sono ansiosi di non perdere l’appuntamento con la vita.

D: Quello di Giorgio è l’unico dei sette nomi dei figli che non viene spiegato. C’è un motivo? E nel tratteggiare questo personaggio si è ispirato, almeno in parte, all’Ivan de I fratelli Karamazov?

R: É strano. Mi pare di aver precisato in A presto che il nome di Giorgio proviene da George Washington. Non ho pensato ai Fratelli Karamazov nel tratteggiare la figura di Giorgio. Ma amo tanto quel genere di letteratura che essa può incombere su di me in qualsiasi modo.

D: Può chiarirci il significato della scena finale di A presto, quella in cui Amalia si concede al topo-ragno blu notte e Ruggiero fa da autista?

R: Il significato della poesia è troppo complicato per essere espresso con chiarezza. Per sua natura essa si fonda sul mistero. Si può solo dire che le grandi trasformazioni epocali appaiono spesso, in modo sconcertante, sui volti e negli atteggiamenti delle persone più care. Del resto c’è solo da aggiungere che io volevo che il finale di A presto fosse l’inizio di un misterioso e inquietante viaggio verso l’ignoto, e che esso confessasse le nostre angosce di una metamorfosi che fa di noi tanti fossili del futuro.

D: Perché, a un certo punto, ha avvertito l’urgenza di mescidare due generi letterari, quello del giallo e quello della fantascienza?

R: La fantascienza e il giallo sono due diversi modi per descrivere metaforicamente i nostri interrogativi più indefinibili. Ho sentito l’esigenza di mettere insieme questi due “generi” per rendere più ricca di sorprese e di metafore la mia scrittura. Del resto tutto quello che ho scritto mischia spesso i generi. E ciò tiene la coscienza sempre in viaggio.

D: Cosa pensa del Postmoderno? E del “nichilismo morbido”?

R: Il postmoderno è il nostro tempo, lo scintillante buco nero che pare ci assorba. Tenta di mettere una maschera elegante e sfarzosa alla percezione del nulla che lo caratterizza e lo sgomenta. Ha smarrito tutti i valori e con essi il senso forte dei grandi interrogativi del Novecento. Ha gettato, insomma, la vita al vento: cosa che è insieme il fallimento e il vanto del nostro tempo. Questo vento è diventato il nostro habitat ed è in questo vento che cerchiamo la nostra sbiadita coscienza. Grande miscuglio di civiltà, di storia e di religioni, di solito ignora l’anima e cerca il successo del corpo, di cui spesso canta le lodi e accarezza i desideri. La sua ossessione è il denaro, che gli permette – ritiene – di viaggiare nella rotta dell’eterno, di smemorare la propria insipienza, di rispecchiare in tutto la vanità della vita. Chiama la storia a rendere conto di se stessa nel labirinto in cui si perde e, disperandosi, danza. Ma intanto scatena violenze inaudite e, nel terrore, mette le coscienze davanti a un grande specchio e spesso stimola una nuova malinconia delle “grandi idee”. Tenta di dare uno spirito magico e consolante alla sua fissazione tecnologica, ma approda nei casi migliori ad un strategia del prendere tempo. E intanto il tempo gli sfugge e trova il deserto dove aveva sognato le folle. Quanto al cosiddetto “nichilismo morbido” è un tentativo di rendere trattabile e vivibile il più grande smarrimento che la storia abbia mai vissuto.

D: Lei più volte è tornato sulla questione della “sicilitudine”, vera e propria ossessione per tanti scrittori siciliani. La “sicilitudine”, pare di capire, sta agli scrittori isolani, come il canto delle sirene a Ulisse. È così?

R: Voglio subito mettere le cose in chiaro: non sono mai stato mobilitato da questa cosiddetta “sicilitudine”. Non mi ha mai in qualche modo impelagato, dal punto di vista mentale. Quanto al rapporto tra la sicilitudine e la letteratura isolana, credo che si tratti di un fenomeno di retroguardia. Sappiamo che la “sicilitudine”, come categoria quasi metafisica, è stata pensata da Sciascia, e poi declinata da altri; e certo, questo aspetto non rappresenta la parte più brillante della loro produzione. Per dirla tutta, a riguardo non sono né commosso né partecipe. Occorre spogliarsi della cosiddetta “sicilitudine”, per poter concretamente pensare alla Sicilia come a una metafora dell’intero mondo. E qui torna lo Sciascia migliore. Quando parlo di metafora, io faccio riferimento all’intero mondo, alla sua Storia. Sono convinto che la nostra Isola, dentro di sé, abbia la capacità di prevedere lo sviluppo della Storia. Se penso alla tradizione letteraria siciliana, quella che conta, nelle sue prove migliori ha affrontato questo tema, dal punto di vista politico, storico, culturale, e dell’ingegno creativo. La Sicilia, va detto, è in grado di prevedere alcuni fenomeni della realtà contemporanea, anche in forza dei suoi difetti, intendiamoci. Questa è una terra infingarda, lenta, e però capace di confrontarsi con la profondità del mondo.

D: Riguardo a quest’ultimo aspetto, ossia al rapporto tra la letteratura siciliana e la Storia, va detto che non sono stati pochi gli scrittori che su questo confronto hanno costruito le loro opere migliori. Non crede?

R: Il tentativo del confronto c’è stato, nelle carte dei siciliani. Ma spesso è stato condizionato da due estremi della sensibilità isolana. Da una parte, ha agito la mania di grandezza; dall’altra, invece, la mania dell’inferiorità. Quando oscilla tra questi due diversi, opposti modi di stare al mondo, la realtà siciliana quasi sempre non riesce a muoversi, a mobilitarsi politicamente e socialmente.

D: Esiste, secondo lei, un modo di pensare tipicamente siciliano?

D: La famosa improduttività critica del pensiero siciliano, non riesco a immaginarla. Al pensiero siciliano, più volte sbandierato, io preferisco un pensiero universale.

D: Chi, tra gli scrittori siciliani, ha fatto suo questo pensiero universale?

R: Penso innanzitutto a Verga, che sicuramente è un grande scrittore, a livello dei narratori russi. Lui è riuscito a pervenire a questa universalità, attraverso il radicamento alla propria terra. Ma la sua ideologia è sempre sub specie siciliana, ossia tiene conto del punto di vista dei perdenti. Poi penso a uno scrittore come Stefano D’Arrigo, e poi Carmelo Samonà, il quale ha scritto un libro meraviglioso, intitolato Fratelli. Samonà non è solo uno dei più grandi scrittori siciliani, ma è uno degli autori fondamentali del secondo Novecento, con il libro appena citato.

D: A proposito di Verga, viene alla mente un episodio curioso: Tommaso Marinetti, in pieno clima avanguardista, era solito inviare all’autore dei Malavoglia copia dei suoi libri, con la dedica: “Al mio maestro”. Uno scrittore verista preso a modello da un autore dell’avanguardia, e tenuto in grande considerazione da un ex-neoavanguardista. Verga, dunque, come romanziere sperimentale?

R: Proprio così, se però sperimentale significa, come diceva Picasso, un modo di trovare e non un modo di cercare a vuoto. Verga sperimenta una lingua nella sua dimensione viva, palpitante. Per quanto riguarda il pensiero universale, dico che è bello questo aneddoto che riguarda Marinetti e Verga. Perché Marinetti si rendeva conto, quando non era in vena di esagerazione e di fesserie, che l’apparente regressione linguistica era un fenomeno di ricerca profonda in settori non esplorati della coscienza umana.

dicembre 2005

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