Gen 14

“Di questa vita menzognera” di Giuseppe Montesano

Un paesaggio di rovine che diventa allegoria del vuoto universale. Personaggi immersi in un malefico torpore. Un mondo all’incontrario in cui l’Antistato si sostituisce allo Stato, l’illegalità alla legalità, la menzogna alla verità. Come nei romanzi di fantascienza le società utopistiche non rappresentano che lo specchio deformato della società in cui si vive – pensiamo ai romanzi di Philip Dick – così, nell’ultimo romanzo di Giuseppe Montesano, Di questa vita menzognera, lo scenario apocalittico delineato è destinato a rispecchiare molti aspetti della realtà contemporanea.

Protagonista del romanzo è una laida famiglia di imprenditori napoletani, i Negromonte, che vive arroccata in un palazzo settecentesco a strapiombo sulla città; padroni indiscussi, i Negromonte progettano di vendere Napoli, il golfo e il Vesuvio, per costruire Eternapoli, un parco tematico dove la vita recitata sostituirà quella reale. A fare da ‘contraltare’ alla violenza bestiale dei Negromonte, sono un dandy di quart’ordine, Carlo Cardano, che distilla massime estetiche sull’inutilità dell’arte e vegeta alle loro spalle, e il suo segretario Roberto, il narratore-testimone del romanzo, che vive in uno stato di perenne dormiveglia: entrambi rappresentano il fallimento dell’arte, sono emblema di una letteratura oppiacea slegata dall’azione.

Tentano di resistere all’oltraggio alla Bellezza, perseguito coscientemente dai Negromonte, due personaggi per certi versi speculari, il giovane Andrea Negromonte, che si ribella in nome di ideali evangelici alla ferinità della sua famiglia, e la giovane archeologa Nadja, che combatte clandestinamente lo scempio culturale e am-bientale in atto.

In un mondo ridotto a teatro, in cui i valori sono ribaltati e regnano sovrani il Caos e la Menzogna, l’Ordine e la Verità, l’Arte e la Bellezza sono destinati alla sconfitta; Montesano rappresenta il travestimento della realtà operato dalla menzogna attraverso una scrittura che è essa stessa finzione, ma una finzione che è il contrario della menzogna: come diceva Nietzsche, l’arte è magia liberata dalla menzogna di essere verità, perché non pretende di registrare illusoriamente la realtà per quella che è, ma racconta la sua anima doppia, contraddittoria, inventandola.

Montesano traduce il disordine della realtà in una scrittura magmatica di ascendenza gaddiana, dove si intrecciano italiano e dialetto napoletano, e soprattutto dà corpo alla sua riflessione critica sulla società contemporanea attraverso un’inesauribile carica inventiva e una straordinaria capacità di caratterizzazione dei personaggi. La fede nella possibilità del romanzo di riprodurre le contraddizioni della realtà non significa tuttavia per Montesano fede nella letteratura come salvezza; «dall’inferno si può uscire solo con gli altri uomini – ha dichiarato in un’intervista – non nella solitudine della scrittura»: in un mondo inquinato alle radici, in cui l’innocenza e la bellezza sono compromesse irrimediabilmente con l’immoralità e la bruttezza, e in cui la maschera si sostituisce al volto, non bastano le parole se sono slegate dall’azione.

Montesano coglie le ambiguità della realtà facendo cozzare l’alto e il basso, il ridicolo e il sublime, il comico e il drammatico, il triviale e l’onirico, in una scrittura impregnata di metafore cristiane, di riflessioni etiche ed estetiche sulla degenerazione che stiamo vivendo. Fedele alla lezione dei grandi scrittori russi, il particolare si fa nel romanzo universale, la Napoli descritta diventa metafora del mondo contemporaneo falso e corrotto e la famiglia Negromonte diventa allegoria del potere mediatico che spaccia la menzogna per la verità, riducendoci in uno stato di perenne ipnosi.

gennaio 2005

G. Montesano,
Di questa vita menzognera
Milano, Feltrinelli, 2003

 

 

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