Mag 15

Intervista a Luisa Adorno (15/05/2004)

L’intervista qui riprodotta è frutto del dialogo epistolare, intercorso nel maggio del 2004, tra Luisa Adorno e Maria Rotolo, autrice di una tesi di laurea dedicata alla scrittrice toscana.

DOMANDA : Lei ha dichiarato che «quello che ha dato l’avvio alla» Sua «scrittura è proprio il mondo siciliano, la Sicilia in sé». Ebbene, perché proprio la Sicilia e non la Toscana, perché il mondo de L’ultima provincia e non quello, decisamente più familiare, de Le dorate stanze?

RISPOSTA: Perché fu proprio quel mondo così diverso dal mio, in cui mi trovai, a esasperare il bisogno di raccontare, e di raccontare per ridere, che da sempre espletavo a voce. Ma lì in una città sconosciuta non ero abbastanza in confidenza con nessuno. Così cominciai a scrivere qualche piccolo episodio e lo mandai a “Il Mondo” di Pannunzio. Il fatto che il settimanale più prestigioso di allora li accettasse mi dette la spinta a scrivere davvero, «per me».

D: Parlando de L’ultima provincia e di Arco di luminara, Lei usa definire queste due opere «i miei due libri siciliani». Se dovesse definire gli altri Suoi romanzi, quale espressione userebbe?

R: Non li definirei. Potrei ripetere che scrivo la vita, non per fare dell’autobiografia, ma per capire a fondo, per chiarire a me stessa quello che ho vissuto. Insomma, con Proust, perché «…è la letteratura la vera vita, la vita finalmente riscoperta e illuminata, la sola vita pienamente vissuta».

D: Lei ha pubblicato alcuni scritti su «Il Mondo», «Paragone», «L’Indice» e «Abitare». Come è nata la sua collaborazione con essi? Di che cosa trattavano questi scritti?

R: Ho scritto su queste riviste (tranne “Il Mondo”, di cui ho già detto) sempre su invito e tutto, in seguito, è rientrato nei miei libri: “vita” anche lì. Del resto io scrivo così poco e con tale lentezza che non lascio niente all’“effimero”.

D: Lidia De Federicis, in un articolo pubblicato su «L’Indice» nell’ottobre 1999, dice di Lei:

Oggi, storicizzando, vediamo L’ultima provincia prender posto semplicemente in una costellazione d’epoca, di microcosmi famigliari e culturali ritagliati da memorialisti d’eccezione, mentre già si capiva d’esser tutti sulla soglia di un irresistibile cambiamento; penso a Meneghello e a Natalia Ginzburg, a Lalla Romano, anche al Volponi di Memoriale. Resta però la specificità di Luisa Adorno.

Quanto è d’accordo con questa affermazione?

R: Non la capisco bene. Se L’ultima provincia è dell’ottobre ’62 (Rizzoli), Libera nos a malo di Meneghello del’63, Lessico famigliare non ricordo se della fine del’62 o dell’inizio del’63, certo è che uscì dopo il mio perché la Ginzburg mi volle conoscere prima che uscisse il suo. Non capisco, ripeto, come da libri usciti dopo «già si poteva capire di essere sulla soglia di un irresistibile cambiamento…». Peraltro Aldo Rossi su Paragone (n. 164 del’63) in Sei tesi per la stagione narrativa conclude così il confronto tra L’ultima provincia e Lessico famigliare: «La Luisa Adorno, con la sua precisa e pungente scrittura, prende di fronte al libro che scrive una responsabilità più netta della Ginzburg: la marcia dalla “cronaca familiare” verso il romanzo si conclude con l’assoluto combaciare dei due termini, dove il secondo colora di sé il primo.»

D: La memoria appare di certo l’elemento portante di tutta la Sua opera. Quale valore le attribuisce e come la definirebbe?

R: Direi con Kazimierz Brandys nelle Lettere alla signora Z che «…tutta la nostra vita è presente in noi in ogni momento, il passato è sempre “adesso” indipendentemente dal fatto che lo sappiamo o no». O, con Bufalino: «Io sono la mia memoria».

D: In La libertà ha un cappello a cilindro scrive: «Non ho mai scritto niente così di getto, nell’affanno di dimenticare qualcosa». Il bisogno di non dimenticare, la paura dell’oblio, che ruolo hanno avuto, se ne hanno avuto uno, nella Sua scelta di scrivere?

R: Lì, raccontando in una lettera, temevo di tralasciare qualcosa che avevo fatto o visto in Russia, ovvero per la prima volta nel mondo in cui avevo creduto. No, non scrivo per la paura dell’oblio, tanto meno dell’oblio di me. Ma può capitare che io tenga a fissare, con la soddisfazione di un dovere compiuto, particolari momenti storici attraverso la quotidianità.

D: Molti dei personaggi da Lei descritti sono connotati da una stretta correlazione con quella che è la “loro casa”. Ebbene qual è il Suo concetto di casa e quanto esso ha influito sulle Sue opere?

R: La bomba che centrò la mia casa, a Pisa, mi tagliò via per sempre da quel che restava della famiglia (la nonna e mio padre allora in guerra), dalla città dov’ero nata e dove avevo studiato, dalle amiche più care. Da allora “casa” fu per me quella degli zii di Roma dove vissi l’occupazione tedesca e la liberazione, fu poi quella in Calabria dove ritrovai mio padre con la giovane moglie, e la casa di Agathe in Svizzera e quella degli zii a Orbetello dove cominciai ad insegnare. Di tutte ho raccontato, ma fu in seguito, a Roma, quando già da anni ci vivevo con i suoceri, che colsi il vero senso di “casa” per me. Al teatro nello Zio Vania, diretto da Visconti, il protagonista a un certo punto disse (non «dice», perché nel testo non l’ho mai trovato) «casa è quella che altri prepara per te». Un’illuminazione. Ecco perché potevo, e ho potuto così a lungo, vivere nella mia casa di sposa senza aspirare ad esserne la padrona. Preferivo continuare a essere figlia, essendolo stata così poco, ovvero sedermi a tavola senza sapere cosa avrei mangiato, libera dal provvedere quotidiano. Questo provvedere che invece incombe sulla mia tarda età.

D: Sebastiano Addamo, uno scrittore siciliano contemporaneo, ne Le abitudini e l’assenza scrive:

Venire alle prese con un personaggio è fare i conti non soltanto con se stessi, ma con una figura che fino a un certo punto è un doppio. Talvolta, una estraneità senza riparo che ci viene incontro di sorpresa.

E? stato così anche per Lei?

R: Ho amato Le abitudini e l’assenza e trovo bella la citazione. La sensazione dell’estraneità senza riparo, però, non mi sembra di averla mai incontrata, forse perché non “costruisco” personaggi, ma racconto le persone, cerco di capirle rivedendole vivere.

D: Nei Suoi romanzi emerge il motivo letterario del viaggio e quello, meno esplorato, del sogno. Quale significato attribuisce loro nella Sua opera letteraria e nella Sua vita?

R: Permettimi di ripetere la risposta data a questa domanda in un’altra recente intervista: “il viaggio è ricerca del mondo degli altri, delle loro tradizioni, del loro senso della bellezza. E in me, che tendo ad assimilare, diventa spesso ritorno dagli stessi “altri”, non più “altri” ormai.” Rarissimi sono i sogni che ricordo, o forse quelli che ho fatto degni di ricordo.”

D: Leggendo i Suoi libri si nota il continuo recupero di un periodo ben preciso della vita (i dodici anni) di alcuni dei personaggi da Lei descritti – mi riferisco a Cosimo, Lucia, Ninni, Renata e Luisa -. In particolare in un episodio del racconto intitolato Villa Monti si legge: «l’orrida nudità della pazza» lasciò «un’impronta oscura sui nostri dodici anni» (L. Adorno, Come a un ballo in maschera, Sellerio, Palermo 1995). Qual è il motivo di tale recupero?

R: Sono d’accordo con Sciascia quando dice «Noi siamo quello che i luoghi, le persone, gli avvenimenti, gli oggetti hanno fissato dentro di noi nei primi dieci anni di vita». Io, meno precoce, devo averli portati a dodici.

D: In Come a un ballo in maschera, la voce narrante riferendosi al personaggio di Renata dice: «In realtà Renata ?…? era una donna inattesa. Delle candide fedi della prima giovinezza aveva conservato solo quella in Dio». Se dovesse rivolgere questa stessa analisi verso se stessa, quali ideali sente di aver conservato e a quali valori impronta oggi la Sua vita?

R: E’ una domanda un po’ da confessore. Comunque i miei valori sono rimasti gli stessi: Dio, sì, e la libertà per me e per gli altri, affetti famigliari, amicizia, buona fede nei rapporti con tutti, bisogni, per principio, ridotti, gusto per i viaggi, sia pure con le comodità al minimo, amore per l’arte, il solo che, quando mi coglie lo sciasciano «bisogno oscuro di possesso», mi fa rimpiangere di non potere spendere di più.

D: Giuseppe Vannicola, uno scrittore che, come Lei, è pubblicato nella collana «La memoria», della Sellerio, scrive:

Il costume stabilisce una dissomiglianza artificiale, l’abitudine ne stabilisce un’altra, la simulazione un’altra, la paura un’altra… Viviamo su apparenze. Una quantità di veli nasconde la realtà (G. Vannicola, Il veleno, Sellerio, Palermo 1981).

Anche Lei nelle sue opere ha velato la realtà che descriveva o ha scelto, piuttosto, di basarsi su un crudo realismo?

R: Né l’uno, né l’altro. Ho semplicemente rivisitato tutto ciò che è stato con sguardo ora tenero, ora ironico.

D: In Foglia d’acero si legge che Lei ha una biblioteca con oltre quindicimila volumi. Se dovesse con immediatezza indicare quale libro ha più amato e quale avrebbe voluto scrivere, quali titoli farebbe e perché?

R: La biblioteca non l’ho io, ma mio marito che inghiotte anche i libri miei, per cui se mi occorrono devo fare la domanda come alla Nazionale. In compenso il giorno che sprofonderemo al piano di sotto la colpa sarà sua. Non mi chiedere titoli: troppe volte ho fatto l’elenco dei preferiti, eppoi sono un po’ come l’amore, quando dura troppo si finisce col non pensarci più. Comunque i russi tutti, molti gli inglesi.
Una passione particolare per le lettere: della Mansfield, della Woolf, della Cvetaeva, di Kafka, di Rilke, di Pasternak, senza dimenticare, s’intende, Madame de Sévigné.

D: Quale autore nel panorama letterario italiano o internazionale sente più vicino sia da un punto di vista puramente personale che da un punto di vista letterario?

R: Ho un debole per la Mansfield, per quella prosa che riesce a ottenere così fresca e limpida, per lo sguardo tenero e appassionato che rivolge alla natura, pur partendo sempre da una situazione dolorosa.

D: Uno degli incontri più significativi della Sua vita credo sia stato quello con Leonardo Sciascia, «l’artista amico». Se dovesse fornire un breve ritratto dello scrittore siciliano e del Suo rapporto con Lui, quali parole userebbe?

R: Le sue, poiché anch’io «credo nel mistero delle parole e che le parole possano diventare vita, destino; così come diventano bellezza». E credo anche che lo scrittore « … vive e fa vivere la verità, che estrae dal complesso il semplice, che sdoppia e raddoppia per sé e per gli altri il piacere di vivere. Anche quando rappresenta terribili cose». Di lui inoltre amavo l’ironia, la generosità, la passione politica, fuse, nonostante la fama raggiunta, in una grande semplicità di vita.

D: Gina Lagorio, un’autrice italiana a cui personalmente sono molto legata, in una sua opera scrive:

C’erano due vecchie ciabatte nella loro casa che schiudevano solo per lei una porta sigillata, due oggetti consunti ma mai consumabili del tutto, come lo sono le memorie dell’infanzia e i sogni di una vita( G. Lagorio, Tosca dei gatti, Garzanti, Milano 1983).

Se dovesse indicare quali sono le Sue «due vecchie ciabatte» con quale oggetto le configurerebbe?

R: La mia “ciabatta” è una piccola scatola di lacca nera col coperchio che riproduce una affollatissima veduta di Costantinopoli, ormai consunta, sbiadita. Mi dicevano che l’aveva portata mio padre dalla Macedonia dopo la prima guerra mondiale ed io la usavo durante le elementari per tenerci le matite, corte allora (“Balilla apri l’occhio, matita FIM pastello pinocchio”). Sotto c’è anche un tentativo d’inciderci, col temperino, il mio nome e non so immaginare come sia riuscita a restare con me attraverso le peripezie della mia vita, dalla casa bombardata a tutti gli spostamenti che ne sono seguiti. E forse è proprio da questa che è nata la mia passione per le scatole di lacca, russe e orientali, che oculatamente da tempo colleziono.

15 maggio 2004

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