Apr 27

Melania Mazzucco – Vita

Il racconto del viaggio di Vita e Diamante, della loro difficile educazione sentimentale in America, è il nucleo tematico dell’ultimo romanzo di Melania Mazzucco, Vita (Rizzoli, 2003). Attraverso la vicenda dei due emigranti ragazzini la scrittrice ricostruisce una storia familiare che si configura innanzitutto come ricerca delle radici, come cammino verso un’identità più salda. Non è un caso che ai capitoli che narrano in terza persona la storia dei giovani protagonisti, approdati a bordo del Republic nel 1903 a New York, si alternino quelli in cui l’autrice in prima persona racconta di sé.

Si leggano i capitoli Una gita a New York, Il gemello di James Earl Jones, L’ostinato profumo del limone, I miei luoghi deserti in cui prende consistenza un’altra storia, quella che coinvolge più direttamente la scrittrice. Per esempio, in Una gita a New York si racconta di un suo viaggio in America. Nella primavera del ’97 la Mazzucco viene invitata, con un gruppo di scrittori, a tenere un discorso in occasione dell’apertura di una sezione dedicata alla letteratura italiana nella Library of Congress di Washington.

Del suo soggiorno americano la scrittrice non si limita a dare semplici notizie cronachistiche, ma vuole svelare qualcosa di più personale mettendo a parte il lettore di una sua storia più segreta:

Da qualche tempo ero assillata da varie manie, fra le quali un pernicioso rifiuto della luce, le cui conseguenze erano in un certo senso comiche […] Non ero in grado di rispondere al telefono – il cui mero suono bastava a gettarmi nello sconforto- e la sola idea di incontrare un estraneo mi sgomentava. La prospettiva di parlare in pubblico, poi, era semplicemente esclusa (p.40)

Ed è da questa specie di confessione, da questo breve, ma significativo, denudamento che affiora la spiegazione della genesi del romanzo. Esperienza personale e memoria familiare trovano, infatti, delle rispondenze, il resoconto autobiografico apre un varco attraverso cui agganciare la vicenda romanzesca.

Arrivata nella metropoli americana, la Mazzucco, che ha appena rievocato la sua giovanile esperienza di solitudine in una città straniera (cfr. p.41) sente affiorare il ricordo di racconti familiari su quei luoghi visitati:

Prince Street.
Perché mi sembrava di aver già sentito questo nome?
L’avevo letto da qualche parte?
Guardai le case a tre piani, le finestre, i cortili, le scale antincendio.
A Prince Street c’è stato il padre di mio padre, dissi distrattamente a Luigi.
[ …] Era una vecchia storia, e da molto tempo nessuno me ne parlava.Non avevo mai avuto molto interesse per la storia della mia famiglia. In realtà, desideravo solo liberarmene (p. 44).

Così, apprendiamo che la scrittrice, mentre va in giro per New York, sulle tracce di Annemarie, la protagonista di Lei così amata, viene presa dal bisogno di ricostruire un’altra storia che la interessa più direttamente.

Tornata in Italia, allora, mettendo insieme il materiale raccolto tra archivi e soffitte, la Mazzucco inizia a immaginare, a “romanzare”, come lei stessa dice, la vicenda dei suoi antenati. A Ranieri Polese che intervistandola la sollecita a pronunciarsi sul romanzo l’autrice dichiara: «Credo che il romanzo sia vivo. Anche perché può inglobare forme e generi diversi, documenti, materiali di ricerca. E nel suo raccontare le storie di persone senza storia, sa comporre un’autobiografia della nazione»

Una dichiarazione che, in primo luogo, nei suoi termini generali, richiama alla memoria un’altra dichiarazione rilasciata nel 1894, a conclusione dell’esperienza naturalistica e ad apertura del realismo critico novecentesco, da un grande costruttore e rifondatore del romanzo, Federico De Roberto, in risposta ad una domanda di Ugo Ojetti: «Il romanzo è la vera forma ancora perfettibile, il romanzo si matura, si compone, si evolve verso il poema». Lo scrittore dei Vicerè, come è noto, fu un grande sperimentatore che inaugurò un nuovo metodo di analisi della realtà, fondato su un lavoro rigorosissimo di ricerca che esita in una forma di scrittura impura di grande modernità. E mi pare poi un’altra coincidenza interessante che proprio di «autobiografia della nazione» abbia parlato Leonardo Sciascia per il romanzo derobertiano e brancatiano.

Con la sua scrittura romanzesca la Mazzucco, del resto, sembra volere emulare, per alcuni versi, il modo di lavorare dei grandi romanzieri del passato verso i quali contrae debiti non solo di metodo, ma di veri e propri prestiti spingendosi perfino a riciclare e riusare con spregiudicatezza interi passi di testi canonici della tradizione, come accade, per esempio, con Guerra e pace.

Per ricostruire ambienti e momenti storici, la scrittrice raccoglie documenti, fa ricerche d’archivio, mette insieme materiali diversi, consulta i giornali dell’epoca. Tutto questo, però, viene ricomposto in un ordine che non segue il succedersi cronologico degli eventi narrati, ma li organizza spesso in blocchi tematici, dislocati in un tempo non lineare. Si veda, a proposito di Vita, quanto dichiara la scrittrice a M. Tirabassi alla Fiera del libro di Torino del maggio 2003:

L’andirivieni cronologico della storia, del resto rispecchia anche l’andirivieni della memoria, oltre che l’avventura della ricerca. Io stessa non ho scoperto le vicende e i segreti dei miei personaggi con un ordine lineare, e volevo che anche il lettore le scoprisse a poco a poco con me.

La mobilità spazio-temporale tuttavia viene controbilanciata da una minuta suddivisione della materia narrativa in tre grossi segmenti, ciascuno suddiviso, a sua volta, in numerosi capitoli: in tredici capitoli la prima parte, in quattro la seconda, ancora in tredici la terza.

Il romanzo si apre con un capitolo iniziale che contiene già nel titolo, I miei luoghi deserti, un’importante chiave di lettura. Ciò è confermato dal fatto che lo stesso titolo torna a indicare il capitolo di apertura della seconda parte e quello quasi conclusivo della terza parte. I luoghi deserti sono i luoghi degli avi, i luoghi da cui tutto è cominciato e che sono irrimediabilmente perduti.

Fra le macerie della guerra che ha spazzato via uomini e cose, nel 1944, un capitano americano arruolatosi nel ’43, Dy, figlio della protagonista, cerca le tracce del passato di sua madre, ma trova solo le rovine lasciate dai bombardamenti. Negli stessi luoghi, come si apprenderà nella parte conclusiva del romanzo, dopo il 1977, tornerà la scrittrice per ricostruire la “storia della sua famiglia senza storia” (p.383). Una storia che comincerà ad essere narrata subito dopo l’ incipit carico di tensione.

Passando dal registro documentaristico a quello memorialistico e a quello epico-lirico, la ricca materia narrativa si dispiega organizzandosi per quadri tematici. La bildung dei giovani protagonisti iniziata con l’umiliante controllo dei giudici di Ellis Island prosegue a ritmo serrato, dopo un breve girovagare per New York in cui essi vengono derubati da un ambulante, nella casa di Prince Street dove, insieme ad Agnello, padre della bambina, vive e si accalca un’umanità in cerca di espedienti per vivere. Qui Vita fa fatica ad accettare il padre e la sua nuova famiglia, mentre Diamante affronta, fuori, la sua prima difficile esperienza lavorativa come strillone di giornale. Tra sfide orgogliose, epiche imprese infantili, prove di coraggio, rifiuto della violenza mafiosa, lavori sempre più degradanti, quest’ultimo concluderà la sua avventura americana con il ritorno in Italia. Alla sua rinuncia, al contrario, fa da contraltare la caparbia voglia di farcela di Vita che resterà in America. Questi differenti destini troveranno un punto di congiunzione nell’amore sbocciato precocemente fra i due protagonisti. Momento indimenticabile della loro storia d’amore è l’inusitato baratto che Vita propone a Diamante (“voglio un bacio per ogni parola”) esaltando per tale via anche il valore sacrale della parola . Ed è con una notte, piena di promesse e di fausti presagi (si legga La stella bianca), trascorsa dai giovani innamorati, sulla spiaggia di Coney Island, che si conclude la prima parte.

Il racconto dei ragazzini emigranti si interrompe per riprendere nella terza parte; la loro vicenda invece si prolunga fino a toccare l’epilogo, nella seconda parte, attraverso quella del capitano Dy, figlio di Vita, sbarcato in Italia con la quinta armata americana. I cinque capitoli di questo secondo segmento si incuneano in tal modo, fra due blocchi narrativi, quello della prima e quello della terza parte, che sono cronologicamente vicini.

Il motivo dei luoghi e della memoria, e, insieme ad esso, quello del valore delle parole, come si è detto, torna ad aprire il nuovo blocco narrativo costituendo una ripresa e un approfondimento del capitolo iniziale. Dal 15 aprile 1906 (data in cui Diamante sarà costretto ad abbandonare New York), la scrittrice, con un forte salto temporale, sposta il suo obiettivo su eventi accaduti in Italia nel 1944.

Nelle avvedute simmetrie, nella calcolata strutturazione del racconto si rivela così come all’origine di esso ci sia il bisogno di sapere, di recuperare il passato familiare: Dy, figlio della bambina protagonista, nella finzione, e la scrittrice, nipote del ragazzino emigrato con lei, nella realtà, cercano entrambi “il paradiso perduto e l’inferno della memoria” (cfr. p.186).

La scrittrice si specchia nel suo personaggio, affida a lui una parte dei suoi sentimenti, ma non rinuncia lei stessa ad essere parte in causa, ad essere protagonista; per questo la sua presenza si sentirà sin dalle prime pagine del romanzo, dove, a commento dell’episodio appena rappresentato, manifesta il suo personale coinvolgimento, rilanciando, nel ricordare il padre, il valore di verità del raccontare: “L’uomo che invece era mio padre mi ha raccontato un’altra storia. Volentieri, perché amava raccontare e sapeva che solo ciò che viene raccontato è vero” (cfr. pp.10-11).

Con la figura di Dy, che è un po’ l’alter ego della scrittrice (entrambi vanno alla ricerca delle tracce familiari), i piccoli e anonimi eventi si collegano con i grandi eventi collettivi.

Con stile asciutto e ritmo serrato la Mazzucco ci dà pagine di straordinaria bravura. Il suo racconto di guerra è avvincente, ha un passo veloce, non concede soste come la guerra stessa. Fattori qualificanti di tale strategia narrativa sono: il ricorso a frasi brevi, spesso nominali, l’uso frequente del presente (a creare un effetto di immediatezza, di presa diretta), il continuo passaggio dalla terza persona alla prima persona nei modi di una rapida annotazione diaristica, di un taccuino militare.

Negli altri capitoli la narrazione corre, attraverso tre diversi quadri, verso la sua conclusione. Ne Il figlio della Donna albero, la favola del dio dei fabbri, Lepsch, che va alla ricerca di nuovi saperi e non dà ascolto alla donna albero andandosene in giro per il mondo, fa da sfondo al girovagare di Dy, nella Roma di dopo la liberazione, in cerca di Diamante, l’uomo misterioso e favoloso dei racconti di sua madre, colui che poteva essere suo padre, che era partito senza tornare. Il parallelismo fra la favola circassa e la vicenda narrata conferisce a questa una maggiore profondità di significati.

Nel capitolo Good for father si passa ad un altro momento in cui il figlio di Vita, Dy, e il figlio di Diamante, Roberto, intrattengono una corrispondenza allo scopo di intraprendere scambi commerciali tra America e Italia. I due giovani coltivano un sogno di ricchezza ma insieme tornano a fare scambio di parole.

Dai figli (Dy e Roberto) si torna ai padri in Ragazza italiana sparita e, dunque, alla conclusione della vicenda romanzesca. Vita, nelle vesti di una matura, ricca signora americana, ingrassata, con i capelli tinti, gli occhiali a forma di farfalla, ma ancora sana e vitale torna in Italia alla ricerca del suo vecchio amore. Il loro incontro è estremamente importante nell’economia del romanzo perché ne ripristina la sua natura più problematica ricollocando il protagonista Diamante in una posizione di inadeguatezza rispetto al suo destino: dall’integrità epica egli transita nella frantumazione, ed esibisce, per dirla con Bachtin, la propria umanità irrealizzata.

Questa conclusione della seconda parte, che è poi l’epilogo della fabula, proietta una luce di inquietudine sul resto del romanzo. L’anticipazione del finale della storia, a metà narrazione, crea un clima di attesa e una suspense di natura speciale. Nella terza parte, il lettore, che ha conosciuto il compimento della parabola esistenziale dei due protagonisti, viene riportato indietro per colmare i vuoti della storia, riallaccandone i fili, e può apprendere finalmente come essa sia stata possibile ricomponendo in un ordine cronologico il doloroso compiersi del loro destino.

aprile 2004

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